Il Tintore di Tramonti, l’articolo pubblicato sulla rivista Slow Food 45/2010

Pubblicato in: Documento, Giro di vite

Il Tintore di Tramonti, neanche diecimila bottiglie tra quattro piccoli produttori, ha trovato ampio spazio sull’ultimo numero della rivista Slow Food. Perché questa è Slow Food: la capacità di mettere in vetrina realtà altrimenti destinate a restare nascoste, chicche per appassionati. Ai cari lettori di questo sito vi offriamo il testo e un consiglio: andate a berlo in Costiera Amalfitana.

Il Tintore nasce in un territorio freddo, dissanguato per la fuga dei contadini dalla fame, verso l’America e poi verso il Nord, grazie alla viticoltura di montagna. Sembra incredibile, ma stiamo parlando della Costa d’Amalfi la cui iconografia disegna mare e cielo azzurri e ridenti paesini frequentati dal jet set internazionali e pieni di alberghi di lusso.
Invece, appena cinque chilometri verso l’interno, quando si inizia a salire incontro i boschi di castagni e di querce, bloccati da pecore e capre al pascolo brado, si apre un altro mondo, ancora sconosciuto al turismo di massa nonostante il Valico di Chiunzi, 880 metri, sia il punto di accesso più facile e diretto per chi viene dall’autostrada Napoli-Salerno.

Questo è il rosso che nasce da una civiltà rurale agricola legata al grasso del maiale allevato in casa e non all’olio d’oliva, alle castagne anziché al grano, prodotto da vigne giganti a piede franco che mai vanno oltre i 50 quintali per ettaro, circondate da una biodiversità unica e salvaguardata dall’abbandono e dall’isolamento. Del resto, come pensare ad un allevamento intensivo tra piccoli appezzamenti ricavati dai terrazzamenti costruiti con i muretti a secco, parcellizzati dagli assi ereditari e dove possedere due ettari significa essere quasi un “latifondista” sul territorio?
Siamo nel comune di Tramonti, l’unico insieme a Scala a non avere accesso al mare, il solo a non avere un centro perché in realtà è l’unione amministrativa di tredici frazioni, agglomerati di casali sorti attorno ai conventi e ai monasteri, sparsi tra Ravello, Maiori e il Valico di Chiunzi, avamposto strategico della Repubblica di Amalfi perché unico accesso dall’agro vesuviano. Una importanza esclusivamente militare perche gli opulenti traffici commerciali avvenivano esclusivamente via mare.

Finita l’epoca dell’abbondanza è iniziato quello dell’isolamento secolare, durato quasi mille anni: fu solo nel 1806, durante il decennio francese, che con un decreto dell’11 giugno 1811, Gioacchino Murat dispose che si realizzasse una strada di collegamento tra Maiori e Nocera via Chiunzi. Tuttavia, a causa della sconfitta dei napoleonidi, fu realizzato solo il tratto tra Maiori e Chiunzi. Per il secondo tratto, quello che avrebbe dovuto unire il valico con l’Agro Nocerino, bisognò attendere altri sessanta anni e l’arrivo dei piemontesi.

Questa prima apertura al mondo via terra contribuì a vivacizzare la viticoltura: per alcuni decenni i contadini salirono sul Valico per incontrarsi con i mediatori venuti da Napoli: questo vino così denso e colorato facevo molto comodo per compensare quello di altri territorio e spesso il tutto veniva venduto in città come Gragnano.
Ma questo commercio non era sufficiente per combattere la fame e nel secondo Dopoguerra iniziò il secondo, gigantesco, flusso migratorio, stavolta verso il Nord Ovest. Un esodo: nelle case restano solo gli anziani, comune a quello di tutti i paesi delle zone interne meridionali, con una differenza: i tramontani sono diventati quasi tutti abili pizzaioli. Una tradizione iniziata subito, quando Luigi Giordano, dopo aver fatto il militare a Novara decise di rimanerci per produrre latticini freschi. Per risolvere il problema di non buttare quelli invenduti decise di allestire una pizzeria. Fu l’inizio di un successo inarrestabile, che continua ancora oggi. Luigi Giordano aprì un secondo e un terzo locale, poi i compaesani lo imitarono. Adesso sono tremila in tutto il mondo e ogni anno si incontrano nel paese d’origine.

«Ma io, a differenza dei miei compaesani, non ce la facevo a restare in Piemonte. Volevo tornare, mi è sempre piaciuta la vita all’aria aperta». Così Giuseppe Apicella lascia Biella e torna a Tramonti: l’inizio è duro, bisogna vincere la diffidenza, ma la volontà di non lasciare morire le vigne piantate dal bisnonno è stata più forte di ogni ostacolo. Il salto di qualità viene fatto con i primi imbottigliamenti alla fine degli anni ’70 e i clienti non possono che essere i paesani pizzaioli sparsi ovunque che di buon grado possono offrire il vino della loro terra.
Apicella è la prima cantina del comune di Tramonti vi offriamo anche una curiosità: le prime etichette furono disegnate da Ezio Greggio che Peppino aveva conosciuto a Biella. “Diventeremo famosi” gli diceva sempre. Quando partì sembrava svantaggiato: viti e piede franco poco produttive, difficoltà di collegamento, il peso culturale dell’isolamento secolare, la concorrenza di altri territori vicini molto più avanti e ricchi di tradizione commerciale come il Vesuvio, il Sannio e l’Irpinia.
Ma tutti questi elementi sfavorevoli oggi si traducono in un enorme vantaggio e il primo elemento di distinzione è, naturalmente, la terra.

Questo territorio unico, grazie all’isolamento geografico imposto dalle montagne che lo circondano, conserva infatti una forte sull’allevamento della vite che gode di un microambiente molto favorevole, i vigneti a terrazza strappati alla roccia dolomitica vanno dai 250 sino ai 700 metri, impressionanti le escursioni termiche, la frutta gode della brezza che spira dal mare e dell’influenza costante dei venti di terra, infatti l’antico nome di Tramonti è Triventum, paese dei tre venti, che convogliano nella valle sottostante dalle tre diverse direzioni di provenienza e quando si uniscono e spirano con forza danno origine al vento di Tramontana, nome creato proprio dagli amalfitani. La natura geologica del terreno va ricercata nella storia eruttiva del Vesuvio che nell’arco dei millenni ha spinto fin qui le sue ceneri e lapilli, determinando un composto tufaceo, miscela di sabbia e lapilli, ma anche di argilla che conferisce al terreno un colore rossastro, per questo gli abitanti chiamano questo suolo “terra vulpegna”, simile cioè al colore della volpe.

Tramonti è dunque il polmone agricolo della Costiera Amalfitana, l’unico comune a disporre di spazio e nel 1993 il vino entra come sotto zona nella doc: il rosso prevede aglianico, piedirosso, sciascinoso e il tintore è confuso con l’aglianico.
La svolta identitaria del vitigno avviene solo dopo il Duemila grazie ai giovani. Prisco, figlio di Peppino, quell’anno fresco di studi in Enologia a Torino e decide con il padre di vinificare il Tintore in purezza dalla vigna La Scippata (letteralmente, sottratta, rubata). Due anni dopo nasce una seconda azienda, Reale di Luigi Reale, ricca di viti a piede franco di Tintore su cui il giovane enologo Sebastiano Fortunato, a bottega da Tachis, decide di puntare decisamente. E poi, a seguire nel 2004 Monte di Grazia del dottore Alfonso Arpino e Tenuta San Francesco nata dall’incontro tra il medico veterinario Gaetano Bove e le famiglie contadine D’Avino e Giordano. Tutte e tre le cantine sono nella frazione Gete di Tramonti.

Storie di uomini legati al territorio e alla sua biodiversità, consapevoli che il reddito può nascere solo dalla tutela della tradizione oltre che dalla qualità ormai data per scontata ovunque.
L’uva, secondo gli ultimi studi realizzati, rivela nel nome la sua parentela genetica: è simile alla Tintilia molisana e al Mangiaguerra mentre l’aglianico, con cui è stata confusa, è solo un lontano cugino. Appartiene alla famiglia dei vitigni ricchi di antociani, e non a caso mantiene l’unghia viola anche dopo quattro, cinque anni, quasi fosse un vino appena spillato. Allevato con il sistema della pergola, presenta un grappolo spargolo. Il suo comportamento è vigoroso, resistente all’oidio e alla Botrytis, ma non prolifico: rispetto all’aglianico si presenta un po’ anticipata nell’invaiatura e la maturazione anche se comunque la raccolta non viene mai fatta prima della terza decade di ottobre. Presenta sempre elevata acidità, garanzia di invecchiamento ed elemento prezioso per la conservazione del vino quando la tecnologia del freddo era ancora sconosciuta in cantina.
Il Tintore in purezza oggi non supera le diecimila bottiglie ma è diventato ben presto il biglietto da visita di questi quattro viticoltori eroici abbarbicati alle loro vigne sospese tra il cielo e il mare della Costa d’Amalfi.

Qui un bel filmato di Sabrine sul Tintore di Tramonti

Qui le degustazioni sul Tintore pubblicate su Slow Food


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