La Falanghina di Contrada Salandra nei Campi Flegrei

Pubblicato in: Napoli

 

Acqua, terra e fuoco si fondono in un minestrone geologico alla continua ricerca di equilibrio: sono i Campi Flegrei le cui genti vivono in un continuo senso di amore per i luoghi, rispetto per la natura e precarietà. Qui Giuseppe Fortunato e Sandra Castaldo: con studi, rispettivamente, in Ingegneria ed Economia e Commercio sono la versione moderna di Deucalione e Pirra, dediti alla coltivazione della Falanghina e del Piedirosso nei terreni vulcanici sabbiosi di Coste di Cuma, via Tre Piccini, Scalandrone e Monteruscello, un’area mappata agli antichi catasti come Contrada Salandra.
In questa serie estiva abbiamo cercato di suggerire dei vini che hanno cambiato la vita di chi ha deciso di produrli, non dunque viticoltori da generazioni, ma persone che hanno segnato una svolta radicale, irreversibile sposando non solo la tecnica ma anche l‘anima, il genius loci, del territorio.
Sandra e Giuseppe, Peppino per tutti, arrivano alla vite attraverso le api, vere e proprie sentinelle ambientali, indicatori di salubrità dei terreni. Partire da questi insetti straordinari e indispensabili ha cambiato la prospettiva di approccio all’agricoltura della giovane coppia ormai oltre venti anni fa, quando misero mano ai terreni acquisiti dai genitori.
La passione per il vino li travolge frequentando Montalcino. Nel piccolo paese in provincia di Siena diventato famoso per il Brunello nella seconda metà degli anni ’90 si svolgeva, qualche cronista più anziano lo ricorderà, una rassegna nazionale dedicata all’apicoltura. Ed è qui che Sandra e Peppino capiscono il legame indissolubile fra le api e l’uva. Decidono dunque di iniziare a coltivare l’uva per fare vino: Piedirosso e Falanghina, le due varietà caratteristiche dei Campi Flegrei che sono lo scheletro della doc, il marchio europeo il cui acronimo vuol dire Denominazione di Origine Controllata.

Per la magia che coinvolge alcuni cicli economici, la loro esperienza si fonde con quella di altri produttori, una pattuglia che rivoluzionerà completamente la concezione stessa dei due vini conquistando anche la critica nazionale e internazionale. In estrema sintesi, la svolta, oltre che con protocolli di produzione più attenti e moderni, avviene nel ribaltamento della concezione del tempo: Piedirosso e Falanghina dei Campi Flegrei erano considerati, come tanti altri vini ad eccezione solo di alcuni grandi rossi strutturati, bottiglie da aprire non oltre l’anno dalla vendemmia. Una visione che è ancora dura a morire. Ma la differenza è la stessa che mangiare un pulcino o un pulcino diventato pollo. Così è per la Falanghina e il Piedirosso: prima con l’aiuto di Antonio pesce, poi di Carmine Valentino, enologi di mestiere poco propensi allo show, decidono di mettere in bottiglia il rosso e il bianco dopo un anno dalla raccolta. I risultati sono straordinari, il Piedirosso diventa un vino finissimo, elegante, oggi straordinariamente di moda perché il pubblico si sta allontanando da proposte troppo strutturate e alcoliche che hanno dominato la scena per oltre vent’anni. E la Falanghina che ci proponiamo questa settimana? Diventa, dopo uno, due, tre anni qualcosa di veramente straordinario, squisito, il frutto evolve, il corredo minerale vulcanico ne esalta il sapore, la freschezza disseta e appassiona ogni tipo di palati. Ormai abbiamo fatto delle verticali (ossia stessa etichetta di annate diverse) che ci hanno portato indietro oltre i dieci anni, qualcosa di impensabile nel luogo comune.
Le api restano protagoniste, nelle arnie che Peppino continua a curare come sulle etichette dei vini. E nella retro etichetta è possibile leggere la filosofia di questo piccolo produttore che tira vigneti: “I vini di una terra non sono merci ma racconti di vita. Esprimono le colline e le pianure da cui hanno tratto origine, narrando le storie di uomini che, generazione dopo generazione, li hanno creati. Raccontano la terra che li produce in modo più esauriente di qualsiasi libro di storia o guida turistica. Berli vuol dire diventare parte di una terra”.

Sandra e Peppino hanno cominciato a rendersi indipendenti per l’elettricità con un sistema di pannelli fotovoltaici senza smettere di cercare nuove parcelle, non tanto per accrescere la produzione, bensì, per tutelare il territorio dall’invadente antropizzazione.
Racconta Peppino a Giulia Cannada Bartoli impegnata nella prossima pubblicazione nel primo grande libro sulla viticultura dei Campi Flegrei: “Meglio se avessi fatto agraria o ancor meglio, filosofia. Un vero agricoltore, indipendentemente dagli studi fatti, ha un rapporto molto intimo con madre natura, che impara ad ascoltare, ponendosi una serie di domande, anche complesse. Per questo credo che una laurea in filosofia possa aiutare. La mia non è una famiglia storica di viticoltori, per questo mi considero atipico rispetto alla tradizione viticola flegrea”.
Allora, godetevi un sorso di Falanghina dei Campi Flegrei di Sandra e Peppino: si tratta di vini frutto di estrema specializzazione e legame con il territorio. E’ un equilibrio diverso ogni anno, proprio come la vita di chi vive nei Campi Flegrei.

 

 


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