
Trent’anni di bottiglie per capire se l’Asprinio può davvero affrontare il tempo: il verdetto tra sorprese e limiti.
Può l’Asprinio d’Aversa evolvere nel tempo e affrontare con successo l’invecchiamento? È questa la domanda da cui è partita la degustazione dedicata alle vecchie annate del vitigno simbolo dell’Agro Aversano, organizzata da Carlo Scatozza e Salvatore Landolfi nella sede del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana DOP di Caserta. L’incontro ha riunito produttori e appassionati attorno a una selezione di bottiglie con almeno sei anni di affinamento, proponendo un confronto tra diverse interpretazioni del vitigno: spumante, vino fermo, affinato in acciaio, legno, anfora e perfino underwater.
Prima di entrare nel merito dei risultati, è necessario comprendere perché l’Asprinio rappresenti uno dei vitigni più identitari della Campania. È l’uva allevata con il sistema viticolo più alto al mondo, la celebre Alberata Aversana, dove le viti vengono “maritate” ai pioppi e raggiungono anche venti metri di altezza. Durante la vendemmia i viticoltori si arrampicano sulle tradizionali scale di legno, gli scalilli, perpetuando un gesto antico che rende questa viticoltura una delle più spettacolari e impegnative d’Europa. Le origini del vitigno sono avvolte dal fascino della storia. Secondo una prima teoria discenderebbe da antiche viti selvatiche addomesticate dagli Etruschi, ai quali viene attribuita anche l’introduzione dell’alberata. Una tradizione medievale lo lega invece a Roberto d’Angiò e al suo cantiniere Louis Pierrefeu, che avrebbe individuato nell’Agro Aversano il luogo ideale per produrre un vino spumante destinato alla corte. Gli studi genetici più recenti evidenziano una stretta parentela tra l’Asprinio e il Greco, pur con risultati enologici profondamente diversi.
La storia dell’Asprinio è indissolubilmente legata anche alle grotte di tufo, dove il vino veniva conservato a temperatura costante e dove si è sviluppata nel tempo anche la tradizione della spumantizzazione. Cesa è il comune che meglio conserva questa eredità, con quasi cento grotte ancora esistenti e numerose Alberate Aversane custodite nei cortili delle abitazioni. Un patrimonio agricolo e culturale unico, oggi candidato al riconoscimento UNESCO.
Vitigno difficile, caratterizzato da una buccia sottile e sensibile alle malattie, l’Asprinio ha rischiato di scomparire quando molti vigneti furono sostituiti da varietà più produttive e facili da gestire. La sua rinascita si deve a un gruppo di produttori che hanno continuato a credere nel territorio e nelle sue potenzialità. La denominazione Aversa DOC, riconosciuta nel 1993, tutela oggi sia il vino fermo sia lo spumante e comprende ventidue comuni tra le province di Caserta e Napoli. Tra i protagonisti della salvaguardia del vitigno spiccano le cantine storiche. I Borboni, proprietari di vigneti ad alberata già dalla seconda metà del Settecento, avviarono negli anni Settanta le prime sperimentazioni sulla spumantizzazione dell’Asprinio, quando l’uva veniva ancora conferita alla Buton. Da questa esperienza nacque nel 2008 il progetto del vino Santa Patena, voluto da Carlo Numeroso, con la prima vendemmia commercializzata nel 2011 e concepita fin dall’inizio per una lunga evoluzione, come riportato in etichetta.
Accanto a I Borboni va ricordata Caputo 1890, storica azienda di Teverola che da quattro generazioni continua ad affinare l’Asprinio nelle antiche grotte di tufo. Un ruolo importante lo ha avuto anche la famiglia Magliulo di Frignano, che ha mantenuto viva la tradizione tra i vigneti di Frignano, Carditello, Parete e Casal di Principe.
A queste realtà storiche si affianca una nuova generazione di produttori che ha scelto di investire sull’Asprinio. Le cantine presenti alla degustazione sono quelle che hanno potuto mettere a confronto vendemmie risalenti ad almeno sei anni. Tra queste Tenuta Fontana, Vitematta, De Angelis e i Vilignatori di Cesa. Tra i protagonisti anche Alfredo Oliva, imprenditore e presidente della Pro Loco di Cesa, impegnato insieme a Michele Autiero e Angela Oliva nella valorizzazione dell’Alberata Aversana e delle grotte di tufo. La sua produzione nasce esclusivamente da alberate cesane e rappresenta un omaggio alla memoria familiare e alla tutela del paesaggio storico.
In degustazione erano presenti le etichette di Caputo 1890, I Borboni, Alfredo Oliva, Viticoltori di Cesa, Tenuta Fontana, Vitematta e De Angelis.
Resta ora la domanda iniziale: l’Asprinio d’Aversa è un vino da invecchiamento? La degustazione ha dimostrato che, se proveniente da vigneti vocati e interpretato con un progetto enologico coerente, il vitigno possiede capacità evolutive più interessanti di quanto si creda comunemente.
La sessione di assaggio ha compiuto un vero viaggio nel tempo, arrivando fino a bottiglie di circa trent’anni fa. Un confronto possibile grazie alla disponibilità dei produttori e delle loro riserve storiche. Va però sottolineato che molte di queste bottiglie appartengono a un’epoca in cui la viticoltura e la vinificazione dell’Asprinio non erano ancora orientate alla lunga evoluzione.
Il filo conduttore emerso è la straordinaria acidità del vitigno, rimasta intatta anche dopo molti anni. Più fragile invece la tenuta della struttura e della complessità aromatica: nella maggior parte dei casi il tempo ha avuto il sopravvento, con vini che hanno perso slancio e profondità, salvo alcune significative eccezioni. Oggi, grazie a una maggiore conoscenza del vitigno e a tecniche enologiche più evolute, i risultati delle annate recenti appaiono decisamente più promettenti.
Tra le etichette più convincenti si è distinto lo Spumante Asprinio d’Aversa Radice Etrusca Underwater 2013 Vite Matte, ancora integro, con perlage fitto e fine, profumi freschi e acidità vibrante. Più maturo il Radice Etrusca 2019, dai profumi più caldi e scuri, con buona struttura ma minore persistenza. Ambedue Metodo Classico.
Interessante il confronto proposto da Alfredo Oliva – Viticoltori di Cesa: i rifermentati in bottiglia delle annate 1996 e 1998 hanno confermato la tenuta dell’acidità, ma anche un evidente cedimento della struttura. Gli spumanti Metodo Charmat da Alberata Aversana delle annate 2016 e 2018 hanno mostrato un’evoluzione meno felice, con note ossidative e frutto ormai in secondo piano.
Il Metodo Classico Brut 2002 di Caputo 1890, da Alberate Aversane, ha espresso un perlage ancora fitto, con sentori di orzo, scorza d’arancia e fieno, chiudendo su una persistenza contenuta e un finale leggermente amaricante.
Molto interessante il confronto proposto da De Angelis tra la prima annata prodotta, la 2017 (con affinamento al 50% in rovere), e la 2020: il colore è dorato con riflessi ramati, e il vino conserva una piacevole freschezza gustativa.
Tenuta Fontana ha presentato due interpretazioni molto diverse: il Civico 44 2013 affinato in anfora e l’Alberate 2018 in acciaio. Due vini che raccontano una visione contemporanea dell’Asprinio e le diverse possibilità espressive del vitigno, che hanno tenuto egregiamente gli anni.
Tra i vini più riusciti si è distinto il Santa Patena 2019 de I Borboni, con profumi di buccia d’arancia e finocchietto selvatico, sorso ampio, fresco e sapido e una chiusura lunga e persistente. Un progetto nato fin dall’inizio con l’obiettivo dell’invecchiamento.
A chiudere l’incontro è stato un vino fuori degustazione: lo Spumante Metodo Classico Louis Pierrefeu 2022 di Magliulo, brindisi finale che richiama nel nome la figura del leggendario cantiniere di Roberto d’Angiò, a cui una delle tradizioni attribuisce l’origine dell’Asprinio d’Aversa.
Le 3 verità emerse dalla degustazione
1. L’acidità è il vero asse portante del vitigno
In tutte le annate degustate, anche le più datate, l’Asprinio d’Aversa ha mostrato una straordinaria capacità di conservare la propria acidità. È il tratto più resistente al tempo e la sua firma identitaria più riconoscibile.
2. Il tempo non è sempre un alleato
Le vecchie annate hanno perso struttura, profondità aromatica e persistenza. Il vitigno, soprattutto nelle vinificazioni più datate, non è sempre riuscito a sostenere una lunga evoluzione in bottiglia.
3. La nuova generazione e le nuove annate in generale segnano un cambio di passo
Le interpretazioni più recenti dimostrano che oggi l’Asprinio può affrontare l’invecchiamento. Maggiore attenzione in vigneto e in cantina sta producendo vini più equilibrati e con prospettive evolutive decisamente più interessanti rispetto al passato.