Fiano di Avellino di Clelia Romano: storica verticale 2012-2005

Pubblicato in: Verticali e orizzontali

di Lello Tornatore

L’idea di realizzare una verticale del Fiano di Clelia Romano maturava già da un pezzo, sin dall’estate dell’anno in corso. Recandomi ad una festa popolare del vino a Lapìo (in quell’occasione degustammo anche dei meravigliosi mugliatielli) insieme all’amico Franco Notarianni dell’Ais di Avellino, si rafforzò il desiderio di fare il punto sul vino de “ La signora del Fiano” . Determinante, poi, è stato il raggiungimento della “chiocciola” Slow Wine assegnata all’azienda in questione. La storia della piccola, ma accorsatissima azienda, è simile a quella di quasi tutte le cantine nate dopo il terremoto dell’’80. Nasce nel 1994 quando il vino ed il vitigno incominciano ad assumere un appeal molto più pronunciato di quanto non lo era stato negli anni precedenti.

I prezzi delle uve praticati dalle grandi cantine poco remunerativi, insieme alla scarsa produttività del vitigno determinano quindi la scelta di vinificare le proprie uve. Due anni dopo, nel ’96 l’incontro con Angelo Pizzi. Comincia così il lungo sodalizio che si conserva a tutt’oggi. Clelia è l’anima dell’azienda, una donna forte, che a dispetto della giovane età, definirei…d’altri tempi. Sempre schiva, ma cordiale e gentilissima, non ama mettersi al centro dell’attenzione, piuttosto ama far parlare il suo vino per lei. Il marito, Angelo Cieri si occupa prevalentemente della gestione agronomica delle vigne, i figli Federico e Carmela invece, della cantina e della logistica. Una famiglia di grandi lavoratori, molto unita e collaborativa, la tipica famiglia irpina che lavora seriamente, senza tanti grilli per la testa, che suda e raccoglie il frutto del proprio lavoro. Oggi l’azienda Colli di Lapio vende l’80% della propria produzione all’estero, particolarmente sul mercato americano, e soprattutto in tempi di crisi interna come questi che stiamo vivendo, le loro scelte aziendali tutte protese verso la qualità, si sono dimostrate ancora più vincenti. Il Fiano di Avellino in genere, è un vino longevo, ma questo non basta a cogliere in pieno la sua principale caratteristica.

Il rapporto di questo vino con il tempo si concretizza in termini di alleanza e non semplicemente di resistenza. Mi spiego meglio : altri bianchi riescono a resistere al tempo magari allo stesso modo , ma mentre gli altri, appunto, resistono soltanto, il Fiano si evolve!!! E’ questa la straordinaria capacità di questo vino…E quindi, lo scopo di questa verticale, organizzata in collaborazione con gli amici dell’A.I.S. di Avellino e regionale, era proprio quello di verificare l’evoluzione del vino nel corso degli anni. Nella descrizione che segue, accanto all’annata è riportata anche la valutazione dell’Asso-enologi regionale.

 

2012  annata calda resa -20% Non ancora valutata 

Il colore, giallo paglierino scarico con nuances verdoline, è molto vivido. La consistenza è notevole. Al naso un bellissimo bouquet floreale, fiori di tiglio, si fonde con frutta gialla  e note dolci di confettura di albicocca.

Fresco, sapido e abbastanza equilibrato, con l’alcool un po’ in evidenza.

2011 annata calda 16/20

Colore quasi uguale al precedente. Naso più fruttato che floreale. In evidenza la mela verde, ma anche qualche nota agrumata in seconda battuta. Ha bisogno di più tempo per aprirsi, in ogni caso meno complesso del 2012.

Fresco, abbastanza sapido, abbastanza complesso, lungo con un retrogusto sull’amarognolo.

2010 annata fresca 19/20

Giallo paglierino pieno. Bella consistenza. Al naso  leggermente chiuso, dopo qualche minuto si incominciano ad avvertire note fumè, un balsamico di erbe essiccate, con il passare del tempo diventa sempre più complesso, ricco anche di note agrumate. In bocca è pieno, appagante, con la frutta in bell’evidenza ed un finale leggermente amarognolo.

2009 annata piovosa mite 15/20

Giallo paglierino carico con nuances dorate. L’olfatto ci propone note dolci, ed affiorano in rapida successione aromi terziari che si fondono al fruttato evoluto. Nettamente percettibile anche la nocciola. Al gusto avvertiamo pienezza di bocca, alcune sensazioni dolci, ma anche una notevole persistenza e complessità. L’alcool ancora in leggera evidenza. Finale sapido e amarognolo.

2008 calda 17,5/20

Anche qui un bel colore vivace, paglierino carico. All’inizio leggermente chiuso al naso. Nel giro di alcuni minuti si apre regalandoci delle bellissime sensazioni di evoluto. La frutta in evidenza, dattero e mela golden matura. Si prosegue con fieno e qualche erba aromatica. Notevole complessità sostenuta da un’acidità ancora tagliente. In chiusura permane la sapidità insieme al tostato.

2007 annata calda ed inattesa 14/20 

Il colore giallo paglierino, tende al dorato. “Faticoso” a girarlo nel bicchiere, indice di grande consistenza, all’olfatto all’inizio si presenta chiuso. Successivamente si apre con un naso evoluto, quasi “cotto”, di uva sultanina e datteri.

In bocca meno complesso del precedente, ma comunque pieno e sapido. Non molto lungo ma abbastanza equilibrato.

2006  annata irpina, piovosa 17/20

Colore molto carico ma ancora vivace. Naso molto evoluto, percepiamo nettamente idrocarburi ben fusi alla frutta secca. Bella bocca, piena e avvolgente, le sensazioni di morbidezza sono ben bilanciate dalla sapidità e dalla freschezza  che sostengono tutto l’impianto. Interminabile  e accattivante la lun ghezza.

2005  16/20

Colore quasi dorato, non molto vivace. Le sensazioni olfattive sono piuttosto semplici : si percepisce un flebile floreale. In bocca al prima assaggio sembra ossidato, poi la sensazione si attenua ma non svanisce del tutto. Al secondo assaggio si propone una nota dolce di dattero, ma finisce lì. Non credo possa dare di più nel corso degli anni.

Note conclusive

I vini che abbiamo degustato non si discostano nettamente gli uni dagli altri (a parte qualche eccezione): non abbiamo sentito, come generalmente avviene in altri casi, l’evoluzione negli anni esaltare prepotentemente l’annata.

Traendo le conclusioni alla luce di queste sensazioni, che per carità, sono estramente soggettive, mi viene da dire che Clelia Romano lavora ancora  con il motore imballato. Mi spiego meglio : la permanenza del vino sulle fecce fini, secondo il protocollo di lavorazione aziendale, è ridotta a qualche mese, ciò nonostante ottiene tali pregevoli risultati. Figuriamoci un po’, se per caso si decidesse di uscire sul mercato ad un’anno dalla vendemmia, con il conseguente allungamento dei tempi di permanenza del vino sul feccino a sei/sette mesi almeno, cosa ritroveremmo in questi vini che già abbiamo riscontrato essere al meglio della forma … Credo che se la filosofia aziendale da “centometrista”, complici le richieste del mercato che ancora predilige vini “più pronti”, si tramutasse in una concezione “da maratoneta”, consentendo così ai vini quell’arricchimento dalle proprie fecce fini, sicuramente assisteremmo ad una maggiore esaltazione delle differenti annate e quindi delle relative caratterizzazioni dei vini.


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