Vignaioli di Grottaferrata, viaggio nel vino alle porte di Roma

Pubblicato in: Giro di vite
Vignaioli Grottaferrata

di Raffaele Mosca

Bene, benissimo le visite nelle grandi cantine e nei territori più blasonati, ma alle volte bisogna addentrarsi in quelle zone che sono rimaste indietro e che pian piano stanno facendo passi avanti. È con questo spirito che ho accettato al volo l’invito al tour dei Vignaioli di Grottaferrata organizzato da Saula Giusto di Roma Wine Experience per stampa, operatori ed appassionati.

Da buon romano, tendo sempre a mettere i Castelli in fondo alla lista delle zone dove andar per cantine, e faccio male, perché negli ultimi anni sono emerse parecchie “chicche” in quest’areale bistrattato.

Vignaioli di Grottaferrata è un collettivo nato in pieno lockdown e costituito da sei aziende
giovanissime che si prefiggono l’obiettivo di far scoprire al pubblico esperto e non quel che di buono ha da offrire questa piccola enclave castellana, situata a pochi chilometri dalla periferia sud-est della Capitale, dove la vite alberga dai tempi dei Latini (vale a dire da 2500-2700 anni), e vigneti e uliveti sormontano colli che nascondono catacombe o fiancheggiano resti di antiche ville romane. Il territorio rientra nella DOC Frascati, ma il torpore che attanaglia la storica denominazione ha spinto il gruppetto ad emanciparsi in altro modo e a convergere su ben altri standard produttivi e di ricettività enoturistica. Le aziende in questione sono tutte “storiche” – nel senso che esistono da più di un secolo – ma hanno cominciato ad imbottigliare in proprio pochissimi anni fa. Il fatto che due dei sei produttori non abbiano ancora commercializzato il loro primo rosso evidenzia lo stato embrionale in cui si trova il progetto. Eppure i primi traguardi sono stati raggiunti a breve giro: tre aziende – Castel de Paolis, Gabriele Magno ed Emanuele Ranchella – hanno ricevuto premi dalle più importanti guide nazionali e una quarta, La Torretta, è riuscita a conquistare la ristorazione romana, piazzandosi in alcune delle migliori carte dei vini cittadine ed esaurendo tutti i vini prodotti fino a questo momento.

Le aziende sono sei, ma, nel corso di questo giro, ne ho visitate quattro. Le due mancanti sono Castel de Paolis e Gabriele Magno.

Le cantine:

Emanuele Ranchella

Sul fianco della via Anagnina, nelle vicinanze di Catacombe “Ad Decimum”, troviamo le vigne di una realtà che ha spiazzato tutti, sfornando vini bianchi veramente notevoli fin dalla prima annata. E l’azienda di Emanuele Ranchella, vignaiolo gentiluomo, erede di una dinastia di viticoltori che hanno sempre conferito le uve alle cantine sociali della zona. Emanuele ha deciso di mettersi in proprio circa dieci anni fa ed è uscito con la prima annata nel 2017. A lui e ai suoi figli si deve la riscoperta di due vitigni: il Trebbiano Verde, clone locale del Verdicchio che ha rischiato di sparire – perché assai meno produttivo del Trebbiano Toscano – e il Ranchella Nero, antica varietà presente nelle parcelle centenarie che, stando alle ricerche effettuate dall’istituto di San Michele all’Adige, sarebbe imparentata con la Grenache.

Emanuele gestisce 20 ettari di vigna e uliveto in lotta integrata e attualmente conferisce ancora una parte delle uve al Gruppo Italiani Vini. La produzione in proprio è nell’ordine di poche migliaia di bottiglie di due bianchi, di cui uno da Trebbiano Verde in purezza e all’altro da un blend di Trebbiano Verde, Trebbiano Giallo e Malvasia Puntinata che si fregia della DOC Roma. La fermentazione e l’affinamento (in acciaio) dei vini avvengono una grotta scavata nel tufo che si trova sotto ad una delle parcelle. I vini si fanno apprezzare già in questa fase, ma, tra quelli prodotti in zona, sono i più adatti all’invecchiamento.

La Torretta

Ci spostiamo di pochi metri in direzione della Valle Marciana e troviamo un’azienda che si erge sul punto più alto di un colle che guarda Roma, alla fine di un lungo viale costeggiato da pini e cipressi. La Torretta, che prende il nome da una torre medievale incorporata nel casale sopra la cantina, è il progetto ambizioso di Riccardo Magno, membro di una famiglia di viticoltori attivi in zona dall’800’. Riccardo ha deciso nel 2015 di cominciare a produrre, insieme alla moglie svedese, un po’ di vini seguendo i dettami dell’agricoltura biodinamica, che, da laureato in fisica con un debole per scienza, ha abbracciato per ciò che promuove aldilà dei tanto discussi preparati – cornoletame e cornosilice – ovvero una gestione dell’azienda come ecosistema indipendente in cui si dà ampio spazio alla biodiversità. Vinificazioni e affinamento avvengono a temperatura naturalmente controllata in una grotta dove giacciono botti di castagno di un artigiano locale e anfore interrate. I vini – tutti bianchi per il momento – vengono imbottigliati senza filtrazioni e con con massimo 20 mg/l di solforosa totale. A breve si aggiungeranno anche i rossi, tra i quali ci sarà anche il Cesanese dei Castelli, variante indigena del vitigno rosso laziale par excellence che purtroppo negli anni è stata soppiantata dalle uve bianche e solo ora comincia a riprendere piede.

 

Agricoltura Capodarco

Xenia, ovvero la parola greca per “accoglienza dello stranieri”: un monito contro il razzismo in tre etichette che rappresentano mani che si congiungono. Basta quest’immagine a rendere la mission di una realtà situata proprio sotto il paese di Grottaferrata che ha come obiettivo l’integrazione di immigrati, persone con disabilità ed ex-tossicodipendenti. La tenuta, attiva dal 1978, ospita al suo interno un’azienda vinicola, un orto, un allevamento e uno spazio ristorazione in cui vengono serviti piatti caserecci e saporiti a base di verdure e ortaggi prodotti in proprio. I vini assaggiati, un bianco e un rosso, ci hanno convinto per carattere e spensierata piacevolezza . Il Frascati Superiore 2020 è centrato nella sua semplicità, sfizioso e versatile a tavola; Il Rosso Xenia 2015, blend di Sangiovese e Merlot affinato tra acciaio e bottiglia per 5 anni, smentisce l’idea fuorviante secondo la quale un rosso, per invecchiare bene, deve passare per forza in legno.

Villa Cavalletti

Una tenuta tra Frascati e Grottaferrata che offre scorci mozzafiato sulla capitale e sulla piana lambita dalle coste tirreniche. Un luogo magico appartenuto per decenni alla Compagnia di Gesù, che, nel 2015, è stato rilevato dal Gruppo Tierre, leader nel settore della pneumatica, per farne una struttura polifunzionale con albergo, centro convegni, spazi per banqueting, residenze per lunghe permanenze e, in futuro, anche un ristorante.

La produzione agricola (rigorosamente biologica) vede protagonista l’olio extravergine d’oliva, già premiato dal Gambero Rosso, e pochi migliaia di bottiglie di vino. La particolarità di questa tenuta è che i gesuiti hanno conservato l’assetto ampelografico di un tempo, rinunciando ad espiantare le uve rosse come hanno fatto praticamente tutti in zona. Il risultato è che la gamma di Villa Cavalletti si articola al momento su tre etichette, di cui due da uve Montepulciano e Cesanese. Attualmente la vinificazione avviene presso la vicina Cantina San Marco, ma l’obiettivo a lungo termine è di produrre tutto in proprio.

 

I vini:

Emanuele Ranchella – Virdis 2020

Verdolino come un buon Verdicchio, esordisce con zaffate sulfuree che rimandano ai terreni vulcanici degli appezzamenti, seguite da mandorla bianca e cedro, zeste di limone, glicine e pera abate. In bocca è squillante, nerboruto, salino, ma rimpolpato da qualche rimando fruttato e floreale che arricchisce l’epilogo affumicato e appena erbaceo. Buono adesso, ma migliorerà nell’arco di 3-5 anni.

 

Emanuele Ranchella – Roma Bianco Ad Decimum 2020

Immediatamente più dolce ed espansivo: esordisce con i tipici toni di albicocca e cera d’api della Malvasia Puntinata, per poi tirar fuori ginestra e mandorla dolce, erbe aromatiche, un accenno di pietra focaia. Il sorso è pieno, avvolgente, ma ben sostenuto da una discreta spinta acido-sapida. Emanuele dice giustamente che, più che con il pesce, bisognerebbe portarlo in tavola con l’agnello pasquale o con la carbonara. Io lo consiglierei anche per l’abbinamento con i carciofi della giudia, visto che è esente dalle scodate amarognole tipiche di certi vini della zona.

 

La Torretta – Bolle di Grotta 2020

Un rifermentato spensierato e leggero da Trebbiano Giallo in purezza, facilissimo da sorseggiare nelle roventi giornate d’estate. Il profumo è vegetale di aloe e lavanda, con qualche cenno affumicato e un ricordo di sidro di mele. Il gusto è semplice e brioso, citrino e garbatamente sapido. Fiori di zucca in pastella.

 

La Torretta – Castagna 2019

Colore tra il dorato e l’orange per questo bianco da Malvasia e Trebbiano Giallo che tira fuori aromi intensi e curiosi di miele d’acacia ed aloe, buccia d’arancia, albicocca, zenzero candito, una scodata di zafferano e pietra focaia. E’ ricco, goloso nei ricchi rimandi alla frutta estiva, con un guizzo solleticante di tannino derivante dalla breve macerazione e un ritorno fumè a siglare la chiosa lunga e calorosa. Già testato in passato sulla gricia, può regalare soddisfazioni anche in abbinamento ad una fettuccina con ragù di cortile.

 

Capodarco – Frascati Superiore Philein 2020

Freschissimo e sfizioso: combina ventate rinfrescanti d’agrume verde con la nota dolce – di pesca gialla e susina matura – della Malvasia Puntinata. E’ dinamico, beverino, coerente e disinvolto nella chiusura agrumata e ammandorlata. Non ha grandi pretese, ma piace proprio per la sua linearità.

 

Capodarco – Xenia 2015

Colore vivace, ancora violaceo, che fa da preludio a un naso goloso e confortante, dolce di visciola e prugna, caffè e cioccolato, con tratti speziati – paprika, cumino – e di erbe disidratate che danno carattere. E’ largo e materico, vispo nei rimandi pepati che incorniciano il frutto ricco, avvolgente e svaniscono lentamente in un finale di buona persistenza su toni di sottobosco e oliva nera. Particolarissimo.

 

Villa Cavalletti – Roma Rosso Riserva 2017

80% Montepulciano e 20% Cesanese. L’affinamento in barrique dà il suo imprinting e aggiunge accenti balsamici e di spezie dolci a un profilo incentrato sul frutto caldo, maturo del Montepulciano. In bocca è sempre la parte fruttata che domina la scena, supportata da tannini abbastanza morbidi e da una discreta acidità che calibra il finale su toni cioccolatosi. Vino decisamente impegnativo, ma di gran lunga superiore alla media di un progetto, quello della Roma DOC, che trovo molto interessante, ma che fatica a decollare.


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