Abruzzo da bere e da vivere: itinerario tra natura, cucina e i grandi vini dell’agriturismo di Emidio Pepe

Pubblicato in: Curiosità

di Christian Cutino

Questo itinerario è nato quasi per caso, dalla curiosità di esplorare la zona settentrionale del Gran Sasso e l’idea di visitare l’azienda vinicola Emidio Pepe; come sempre però l’evoluzione dell’esperienza è stata molto più complessa ed interessante.

Prima di raccontarvi nel dettaglio parte dell’esperienza vi lascio un piccolo riassunto con i punti salienti:

Giorno 1

Grotte di Stiffe


Inserite nel contesto naturale del Parco Regionale Sirente-Velino e a breve distanza dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, le Grotte di Stiffe sono uno straordinario complesso carsico situato nel territorio di San Demetrio ne’ Vestini, famoso per le sue spettacolari cavità attraversate da un fiume sotterraneo, cascate e formazioni rocciose millenarie.

L’Aquila


Una città dal grande fascino dove convivono storia e rinascita. Passeggiare tra i suoi eleganti palazzi, le chiese storiche e i cantieri di restauro è un’esperienza intensa e significativa. Da non perdere Piazza del Duomo, cuore pulsante della città e la Basilica di Santa Maria di Collemaggio.

Campo Imperatore


Un altopiano straordinario soprannominato il “Piccolo Tibet” per i suoi paesaggi ampi e selvaggi, si estende per circa 20 km offrendo panorami spettacolari. È possibile attraversarlo in auto oppure raggiungerlo con la suggestiva Funivia del Gran Sasso d’Italia, che collega Fonte Cerreto Assergi al versante occidentale dell’altopiano.

Giorno 2

Emidio Pepe Agriturismo e Cantina


Tra le dolci colline abruzzesi, l’agriturismo Emidio Pepe, immerso nei vigneti di Torano Nuovo, nasce come naturale estensione della storica cantina di famiglia. Qui, nella casa dove tutto ebbe inizio, è possibile vivere un’esperienza tra vini incredibili, ospitalità e profondo legame con il territorio.

Ascoli Piceno

Non è in Abruzzo ma è troppo vicina per perderla. Ascoli Piceno è una città affascinante, celebre per le olive all’ascolana e per la straordinaria Piazza del Popolo, considerata tra le piazze più belle d’Italia.

 

Ora, anche per i lettori più accorti è sicuramente difficile scorgere il fil rouge sotteso in questo itinerario. Io ne ho avuto piena consapevolezza una volta terminato il viaggio, in Agriturismo, guardando le colline e il Gran Sasso con un pizzico di nostalgia.

Mi emoziona pensare che ci siano luoghi come questo angolo d’Abruzzo che ancora raccontano storie di natura e di persone. Natura che si mostra nei volti più disparati, dal Sublime romantico misto di magnificenza, stupore e un pizzico di inquietudine delle cascate sotterranee delle Grotte di Stiffe, fino alla Natura matrigna, distruttiva che corre alla mente quando pensiamo a l’Aquila, al dolore di quelle popolazioni e ai restauri ancora in corso dopo il violento sisma del 2009. Ma c’è un punto, forse non così lontano, che riesce a percepire solo chi guarda il mondo con la giusta sensibilità, mezzo attraverso cui l’uomo può raggiungere una consapevolezza della sua fragilità rispetto al contesto in cui è ospitato. Questa consapevolezza non è inquietudine ma serenità.

Perchè vi dico questo e soprattutto perché vi tedio con ragionamenti filosofici quando da me vi aspettate consigli su cibo o vino? Perchè sono convinto ci sia una linea di demarcazione sottile tra nutrimento e cibo e che quando si inizia a parlare di cibo non si può prescindere dal contestualizzare il modo in cui si pensa, si coltiva, si alleva e si vive quel qualcosa che diventerà per noi cibo. Quando questo lo si fa nascono sempre storie incredibili come quella di Emidio Pepe e dell’ecosistema fatto di famiglia, vino e ospitalità che alimenta da più di sessant’anni dove tutto è sintesi della consapevolezza del proprio ruolo nella natura.

Ho dormito una notte nel loro agriturismo e sono rimasto successivamente per pranzo e visita in cantina, rimanendo folgorato dal sole che si stende sul panorama che prima si perde tra le colline e poi si ferma al Gran Sasso.

La sala ristorante, la veranda, il giardino e le stanze sono curati nei dettagli ed arte e arredamento si fondono con l’ambiente in equilibrio. In cucina si parla di territorio e stagionalità con un menù che cambia settimanalmente e che dialoga con ricette e prodotti locali.

Vi indicherò di seguito il menù in 7 portate per le quali ho scelto una degustazione di 7 vini:
Piconi, olive, cremini, insalata – Trebbiano d’Abruzzo 2024
Cime di rapa, ricotta, cozze – Trebbiano d’Abruzzo 2021

Mazzarelle, cipolle – Pecorino Colli Aprutini 2022

Frittata, erbe selvatiche, bottarga – Trebbiano d’Abruzzo 2009 (selezione vecchie vigne)
Agnolotti di pollo, santoreggia – Montepulciano d’Abruzzo colline teramane 2020
Agnello, patate, cicoria – Montepulciano d’Abruzzo colline teramane 2015 (selezione vecchie vigne)

Montepulciano d’Abruzzo colline teramane 2003 (selezione vecchie vigne)
Colomba artigianale e gelato alla nocciola

La scelta dei piatti è stata interessante, si percepisce la scelta stilistica dello chef ma si legge la volontà di dare spazio in maniera fedele ai sapori e agli artigiani del territorio. Sicuramente ricorderò le Mazzarelle Teramane e nella sua semplicità il piatto composto da: cime di rapa, ricotta di pecora e cozze. Complimenti allo chef perché lavorare in abbinamento ai loro vini e lasciare il segno non è certo semplice. Ora passiamo ai vini.

È affascinante pensare a come il Trebbiano possa diventare, se osservato con la giusta sensibilità, un racconto di tempo più che di immediatezza. In un mondo che per anni ha inseguito bianchi pronti, Emidio Pepe ha sempre avuto una visione controcorrente cercando di creare vini che trovano la maggiore espressione nel tempo. La nipote di Emidio, Elisa, ci racconta durante la passeggiata in vigna e in cantina che questo bianco, di grande volume e densità, non subisce alcuna macerazione. L’unico momento di scambio tra bucce e mosto è la pigiatura che, in questo caso, è fatta calpestando con i piedi l’uva. Un’estrazione lenta, con uno sfregamento continuo che stimola le bucce ed è utile a estrarre tutta la densità e i polifenoli di cui hanno bisogno questi vini per l’invecchiamento. È così che il vino si prepara ad attraversare gli anni senza perdere identità. L’ho percepito perfettamente nella loro 2009 che conservava ancora una grande energia.

Il Montepulciano d’Abruzzo, spesso raccontato attraverso la potenza qui cambia voce. Come la pelle umana sotto il sole anche quella dell’uva reagisce, si difende, si ispessisce. Un’esposizione diretta genera tannini più duri, talvolta ruvidi; una maturazione protetta invece, come quella sotto pergola (che caratterizza i loro vigneti), restituisce invece finezza, precisione e una trama più sottile. Nel Montepulciano delle pergole l’acidità emerge con maggiore nitidezza, sostenendo una bevibilità che non stanca. Il chicco viene poi semplicemente diraspato, in modo che si stacchi dal raspo e si apra leggermente senza forzature. Diversamente dal bianco, infatti, sfregando troppo la buccia si porterebbe il vino verso una struttura e una gradazione eccessive. La fermentazione spontanea dura circa una settimana e il processo è interamente manuale: due volte al giorno si effettua una follatura, come in una sorta di infusione. Oggi, con l’innalzamento delle temperature in campo, per ottenere la stessa qualità del Montepulciano di un tempo, è necessario lavorare con maggiore attenzione in fase produttiva perché l’uva che arriva in cantina è diversa rispetto al passato.

Come avrete sicuramente percepito quindi, in cantina si aggiusta il tiro ma la vera partita si gioca in vigna. A me affascina davvero molto il modo in cui questa famiglia vive il suolo non come un supporto inerte ma, come un organismo vivo, complesso e fragile. Ogni anno vengono fatte analisi approfondite per individuare eventuali carenze del suolo e: se non ce ne sono, si lascia crescere liberamente il prato ma se invece il terreno ha bisogno di nutrienti, non si utilizza chimica, si ricorre al sovescio, un mix di piante scelto in base alle necessità del suolo. Queste piante vengono lasciate crescere fino alla fioritura e poi abbassate, in questo modo si auto-semineranno per l’anno successivo e contribuiranno ad arricchire il terreno. Inoltre, creando uno strato vegetale sopra il suolo, si aggiunge una sorta di “copertura” che, insieme all’ombra della vite, aiuta a trattenere l’umidità. Questo aspetto è oggi cruciale perché il clima è cambiato e l’acqua è sempre più scarsa.

In sintesi, l’obiettivo non è replicare le condizioni del passato, ma accompagnare la vigna in un clima che cambia mantenendo il suolo vivo, fertile e capace di trattenere acqua attraverso pratiche naturali e sostenibili. L’uomo in questo processo, non è dominatore ma custode, e la storia di Emidio Pepe e della sua famiglia si inserisce naturalmente in questo racconto di natura e uomo con un sistema che parla di terra, di tempo e di consapevolezza e che trova nel bicchiere non un punto di arrivo, ma una forma di continuità per vini identitari ma figli del momento in cui viviamo.

hwww.emidiopepe.com


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