Aglianico del Vulture 2007 doc Feudi di San Gregorio

Pubblicato in: in Basilicata

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Culturalmente, si sa, dai tempi di Laocoonte in poi in Italia amiamo dividerci in due fazioni: Cassano ai mondiali si o no?
Così, nel mondo del vino, oggi ci si divide tra piccole vigne e grandi industrie, tra biodinamici tout court e lieviti selezionati mon amour e via così.
Nella mia pur giovane, dieci anni volati, carriera di bevitore ho imparato una cosa dai maestri che mi sono andato a cercare: conta solo il calice, nulla è più importante di quello.


Tutti possono avere un’idea, ma tutti devono essere in grado di metterla in discussione nell’assaggio, perché alla fine ciò che importa è il vino e volendone conservare anche un’idea romantica, possiamo dire che ad oggi non tutto è spiegabile scientificamente e molto lo lasciamo all’immaginazione.
Ma non esiste solo l’immaginazione. A volte basta il buon senso anche se le banalità atterriscono pure il sottoscritto. Fare un grande vino da una vigna di un ettaro è molto più semplice. Gestire una vigna di un ettaro senza l’utilizzo di prodotti chimici è molto più semplice. Pretendere che in una vigna di un ettaro, che è l’unico reddito dell’agricoltore e della sua famiglia, in un’annata storta, che so, un’annata piovosa, non s’intervenga contro la peronospora ad esempio, e si butti il raccolto per adesione ad una fede è un’idea romantica, ma non di buon senso e neanche tipicamente contadina.
Buttare il bambino con l’acqua sporca.

Eppure noi sempre di preservazione della specie stiamo parlando.
Una preservazione possibilmente serena e gustosa.
Ora moltiplicate quella vigna per 20 e il numero delle bottiglie arriva vertiginosamente a 500.000. Se in un ettaro possono cambiare notevolmente i terreni, le altimetrie, le esposizioni, la maturazione delle uve, figuriamoci in 20 ettari.
Stiamo parlando di due mondi completamente diversi.
Non si può fare un grande vino oltre un certo numero di bottiglie? Certo che si può fare, ma sapete quanto costa? Provate a farlo con un vino il cui costo va dai 5 ai 10 euro al consumatore.
L’intervento in cantina deve essere, per forza di cose, ben diverso.
Il ruolo di una grande azienda non è stato e non è mai marginale per un territorio. Tre milioni di bottiglie che girano per il mondo, mediaticamente creano Taurasi, Tufo, Cirò, nel bene e nel male: portano il territorio fuori. Oggi per una grande azienda recuperare una più autentica identità territoriale nei propri vini significa semplicemente stare al passo, perché la sfida attuale è portare la gente sul territorio per investire realmente su di esso – e non sul marchio – e creare ricchezza. Perché senza territorio oggi non esiste neanche la grande azienda.
Scritte queste banalità ed affermate perché non si risolva sempre il tutto in una caciara alla De Filippi passiamo ai Feudi e al calice.
Il processo di evoluzione aziendale vede oggi alla guida il giovane Antonio Capaldo, energico e testardo, coadiuvato dall’agronomo, nonché amministratore delegato, Pierpaolo Sirch, friulano passionale.
Sì passionale, non un ragioniere, istruttivo girare con lui per vigne, innamorato del territorio campano, territorio riuscito, in una crisi mai superata del tutto, a preservare la sua diversità dal cannibalismo mercantilistico che tanti danni ha fatto dalle Langhe a Montalcino negli anni ‘90. Per credere basta vedere i Feudi andare a caccia degli starseti centenari a Taurasi.
In quest’ottica si stanno risistemando le vigne e si dichiara una svolta rispetto a scelte fatte in passato – in maniera anche un po’ troppo spudorata: d’accordo che la categoria a cui appartengo ha chiuso spesso uno o entrambi gli occhi, ma sottintenderlo involontariamente è un pizzichino troppo. Ovviamente tra il dire ed il fare in agricoltura, c’è di mezzo un po’ di tempo da attendere. Ma provate ad assaggiare questo vino emerso nettamente in una batteria di rossi aziendali un po’ deludente e ancora legata al passato. Naso sottile, elegante, un pizzico ricercato nel suo profilo basso, non urlato, ma sicuramente accattivante. Di facile beva, snella, fluida, pulita.
Certo, non un vino emozionante, ma un vino di buona naturalezza espressiva e piacevolezza.
Ecco, adesso assaggiatelo.
E speriamo bene.

Questa scheda è di Mauro Erro

P.S. Il restyling sta riguardando anche le etichette, per cui da quest’annata questo vino viene imbottigliato con il nome dell’azienda di Sorbo Serpico e non con la vecchia dicitura Vigne di Mezzo – perché la vigna, a Ripacandida, si trova giusto in mezzo a quelle di D’Angelo.

SORBO SERPICO Località Cerza Grossa Tel. 0825.986266 www.feudi.it Ettari: 250 di proprietà. Bottiglie prodotte: 3.500.000. Vitigni: aglianico, piedirosso, falanghina, fiano, greco


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