
di Luca Matarazzo
Verona è bella e romantica… fin quando non si parla di vino. Si sono appena spenti i riflettori sull’edizione di Amarone Opera Prima, destinata alla presentazione della nuova annata del celebre vino conosciuto in tutto il mondo. Se gli assaggi dell’anteprima 2021 hanno rivelato progressi confortanti, specie se confrontati con la precedente vendemmia, meno sicurezze si ravvisano in un mercato in crisi che comporta anche un differente modo di comunicare il prodotto Amarone e, più in generale, l’intero complesso vitivinicolo della Valpolicella. Il presidente del Consorzio per la Tutela dei vini della Valpolicella Christian Marchesini ha annunciato dati positivi per la limitazione delle perdite in termini di imbottigliato, tra il – 2 e – 3% a seconda delle tipologie, e di una brillante vintage 2021 pari alle straordinarie 2015 e 2016. Le “grane” arrivano però quando si affronta il tema della denominazione Valpolicella Ripasso, divenuta in passato un autentico cavallo di battaglia con oltre 35 milioni di bottiglie prodotte e ridotta della metà dopo gli scenari globali compromessi tra guerre, dazi e consumi in calo.
L’accordo di libero scambio UE-Mercosur potrebbe essere la nuova linfa vitale utile alla ripresa in territori sudamericani dove il brand è già apprezzato. Si punta anche alla candidatura Unesco per la tecnica di appassimento delle uve, ora menzionata come vero e proprio “rito”. Si aspetta solo il sigillo del Ministero della Cultura entro marzo 2026 per poter avviare l’iter burocratico. Maddalena Fossati Dondero, direttore responsabile de La Cucina Italiana e presidente del vittorioso Comitato Promotore per la candidatura della cultura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’Umanità, afferma che «non esiste la cucina italiana senza un buon vino parte integrante della nostra cultura e diversità. Stiamo spingendo per dare maggior attenzione già dal percorso scolastico attraverso lezioni nei vari istituti, insegnando ai giovani studenti i sani valori dell’enogastronomia». Ed indubbiamente, nella serata di gala del 30 gennaio riservata a stampa e produttori, i temi in gioco sono stati diversi nelle conversazioni davanti ai piatti tipici regionali.
Il calice è riuscito come sempre a distendere gli animi e le parole sono emerse spontanee, come quelle del Master of Wine Andrea Lonardi, che guarda con una certa preoccupazione alle previsioni economiche per il futuro. «Si teme un ridimensionamento del numero di aziende che potrebbe sfiorare di un terzo il valore totale – afferma Lonardi – Colpa certamente delle questioni geopolitiche, ma anche di uno scollamento tra la comunicazione e il consumatore medio. Il vino da alimento è diventato un bene edonistico ed infine una moda e come tale può avere un inizio e una fine. Bisogna investire sul know-how, sul fare impresa che porti reddito ai titolari e sulle giuste divisioni di competenze per organigramma, come ogni azienda che si rispetti. L’improvvisazione dei vari attori in gioco è il vero pericolo del presente». Per fortuna gli assaggi effettuati il 31 gennaio in una sala gremita hanno dimostrato buoni progressi sul trend del ritorno alle minori concentrazioni e alla maggior freschezza, anche per una tipologia ricca e materica come l’Amarone della Valpolicella.
Tra le 2021 degne di menzione per aver evidenziato la bellezza del frutto, la succosità del sorso e la tensione dei tannini, ben in equilibrio con le parti caloriche, ci sono le seguenti aziende elencate in ordine cronologico: Salvaterra, Cà La Bionda, Corte Figaretto, La Collina dei Ciliegi, Villa della Torre Marilisa Allegrini, Cà dei Frati, Manara, Fattori, Agricola Venturini Massimo e Figli, Santa Sofia, Secondo Marco. Su 68 campioni presenti un’ottima performance complessiva, che pone le basi per puntellare il presente in attesa degli sviluppi sofferti e necessari e dell’adeguamento alle nuove esigenze di mercato.
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