Cantina Passopisciaro ovvero l’amore di Andrea Franchetti per l’Etna

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Francesco Raguni

In contrada Guardiola, a 800 metri sul livello del mare, si trova un antico palmento, ora rimodernato, sede di una delle cantine simbolo dell’Etna: Passopisciaro. Ad accogliere gli ospitic’è – in primis – l’immagine un grande cigno bianco con una corona dipinto sul muro della sala degustazioni. Si tratta del simbolo della famiglia Franchetti.

L’azienda, comunque, affonda le sue radici nei primi anni 2000, quando Andrea Franchetti, viticoltore già noto in Toscana, approda alle pendici del Vulcano, perché affascinato dalle viti centenarie di Nerello Mascalese ivi presenti, e si innamora perdutamente del territorio che lo circonda.

Ad accoglierci in un giorno di febbraio, troviamo Gessica Di Vincenzo, responsabile dell’accoglienza, e Vincenzo Lo Mauro, responsabile della tenuta.

Dal loro racconto, mentre esploriamo le vie che conducono alle rispettive contrade in un pick-up bianco, apprendiamo la storia di Passopisciaro. Il nucleo dell’azienda si trova in contrada Guardiola, “qui abbiamo iniziato partendo da un antico palmento circondato da rovi, non potevamo non partire da qui” afferma Vincenzo. In questa zona, si trovano tanto suoli vitati a Nerello (8 ettari di impianto ad alberello) quanto a Petit Verdot e Cesanese d’Affile, vitigni non tipici del Vulcano,ma che su questi suoli, di origini piroclastica (8.000 – 14.000 anni), hanno trovato una nuova formadi espressione, confluendo nel Franchetti, vino di punta della cantina.

Nei primi anni di vita, l’azienda si è limitata a comprare ed affittare vigneti vecchi, successivamente ha iniziato a piantare nuovi impianti. Il porta innesto scelto è stato il Ruggeri 140: nonostante le sue difficoltà di attecchimento con la vitis vinifera. In vigna si lavora principalmente a mano, salvo alcune eccezioni. Soltanto sui suoli vitati di recente – come l’ettaro di nerello mascalese piantato nel 2023 a ridosso di contrada Santo Spirito – subiscono lievi interventi meccanici, grazie all’utilizzo di macchine scavallanti, mezzi agricoli semoventi progettati per passare sopra i filari, che permettono di lavorare due lati del filare in un solo passaggio, migliorando efficienza e produttività in impianti.

Tra un muretto a secco e una mulattiera, il giro prosegue. Oggi Passopisciaro S.r.l. annovera tra le sue referenze di contrada cinque rossi e un bianco. La proprietà adesso ha diversi ettari, di cui 11 in affitto al ungo termine. Il cuore della produzione è il nerello mascalese, vitigno a bacca scura principio del Vulcano, ma oltre ai sopra citati non mancano vigne dedicate alla produzione dello Chardonnay. Quest’ultimo vitigno è coltivato anche più in alto di altri (alcuni ettari arrivano anche ai 1.000 metri di altitudine), così da poter beneficiare delle escursioni termiche che ci sono a certe altitudini sul versante Nord (basti pensare che a settembre la differenza tra giorno e notte arriva anche a toccare i 20°). E mentre le uve di altitudini più elevate confluiscono nella contrada PC, le altre – provenienti anche da Montedolce, risalenti al 2009 e al 2020 – diventano Passobianco.

Scelta singolare quella di non puntare fin da subito sul Carricante. “Ad Andrea non piaceva il Carricante e ha puntato sullo Chardonnay, che reputava un vitigno nobile. Lui aveva assaggiato il Carricante che veniva prodotto sull’Etna negli anni ’90, ovviamente era un prodotto totalmente differente da quello odierno” spiega Vincenzo. Con il tempo però le cose sono cambiate, ed oggi l’azienda ha acquistato un ettaro di terreno a Milo per produrre un Etna Bianco Superiore in contrada Praino, a 600 m.s.l.m. Il vitigno sarà impiantato nel 2027 e si cercherà di sfruttare al meglio il suolo sabbioso della zona. Questa scelta è stato sia frutto di diversi assaggi di Carricantefatti insieme ad uno dei figli di Andrea Franchetti sia acquisizione di consapevolezza in ordine al grande potenziale evolutivo del vitigno in questione, dovuto alla sua marcata acidità. La grandedifficoltà, però, è trovare viti vecchie di Carricante.

I progetti futuri non si fermano qui: è stato piantato anche del Pinto Bianco e quest’anno sono stati raccolti i primi grappoli. Interessante notare come i filari siano divisi per colore, ogni colore indica un clone differente per un totale di sette varietà. Un’ultima novità riguarderà le etichette, storicamente connotate dalla sigla della Contrada, in futuro – per evitare confusione di genere alcuno – si riporterà il nome completo ed alcune non usciranno più come sul mercato come terre siciliane IGT, ma come Etna Doc (ad oggi, l’unica DOC è il Passorosso n.d.r.).

Le contrade dove si coltiva il rosso, in definitiva, sono Chiappemacine, Guardiola, Porcaria, Sciaranova e Rampante. Quest’ultima si trova a 1.000 m.s.l.m e ne è dibattuta la collocazione, dato che gli atti di vendita dei contadini riportano spesso informazioni discordanti rispetto a quelle registrate al catasto, così il confine tra Rampante e Barbabecchi diventa davvero labile. Chissà che non cambi anch’essa denominazione! Comunque, nel 2001 da queste viti è nata la prima annata di rosso, regalando un vino di grande freschezza, pulizia e – soprattutto – identità. “Ad Andrea non interessava la denominazione, ma la cura e la qualità del vino” spiega Vincenzo, svelandoci alcune delle annate migliori dell’azienda secondo lui: 2016, 2019 e 2024 tra le più recenti, 2004 tra quelle più datate. “Il risultato dipende molto dalla mano di chi fa il vino, perché anche in una annata di difficoltà c’è riesce ad interpretare il vino, riuscendo a tirarne fuori il meglio. Prima di tutto si è viticoltori. Franchetti non era enologo, era autodidatta e ha imparato in Francia”.

Concluso il giro, si ritorna dove tutto è iniziato, in contrada Guardiola. Qui, si possono scrutare gli impianti bordolesi di Petit Verdot, piantati nel 2002. Mentre il suo impiego nel Franchetti è certo, il taglio col Cesanese d’Affile dipende dall’annata: ad esempio, in quelle più calde, dove la maturazione fenolica è completa, non si blenda ed il Franchetti viene prodotto con Petit Verdot in purezza. “L’idea di base del Franchetti è proprio questa, il cesanese viene aggiunto per ingentilirlo, soprattutto sul corpo e sulla spezia” chiarisce Lo Mauro. Alle spalle di queste viti, si trova un palmento del 1800, abbandonato nel 1946 e poi ripreso, come spiega Gessica: “il palmento sfruttava la gravità per la movimentazione del vino, così come un tempo anche oggi.

La cantina è un viaggio a sé. Addentrandoci nel mondo in cui l’uva diventa vino, troviamo già le macchine imbottigliatrici all’opera e conosciamo Carmelo Cutrufello, l l’enologo dell’azienda (l’head wine maker, invece, è Lorenzo Fornaini, che viene dalla tenuta di Trinoro in Toscana e ha anche funzioni di supervisione), che lavora già di diversi anni con questa realtà. Da questi locali sono passati altri nomi che hanno contribuito a scrivere la storia enoica etnea, come Eduardo Torres Acosta e Fabio Signorelli. Proseguendo oltre, troviamo le vasche d’acciaio dove avviene la fermentazione alcolica, che dura per 8-15 giorni. In cantina, si trovano quattro stanze d’affinamento, dove abbiamo lo Chardonnay da un lato e i rossi dall’altro. In due di queste, la temperatura resta sempre a 20 gradi per far partire la fermentazione malolattica. Nelle altre due, la temperatura invece è radicalmente pià bassa (intorno ai 13-14°) in quanto si procede all’affinamento.

Sull’impiego del legno, la linea generale è che tutti i vini debbano passare prima in botte grande di rovere austriaco e slavonia (usate per almeno 8 anni) e poi cemento rivestito di vetroresina, per stabilizzare il vino prima dell’imbottigliamento. Soltanto il Franchetti svolge un affinamento barrique di rovere per i primi 4-6 mesi (primo, secondo e terzo passaggio). Il contrada PC rappresenta un’eccezione: non passa né dal cemento, né dall’acciaio. L’imbottigliamento, infine, viene fatto seguendo la luna calante di febbraio e marzo. “Franchetti voleva unire la cultura francese con cui si era formato alla superstizione; quindi, l’utilizzo delle fase lunari tipiche del biodinamico” spiega Di Vincenzo.
Il mondo di Andrea Franchetti, però, non si ferma qui. Allo stesso produttore, ormai scomparso dal 2021, si deve anche la nascita di Contrade dell’Etna. “La prima edizione – racconta emozionato Vincenzo – partì da un giro di telefonate che radunò 36 produttori. E da lì, in pochi anni, siamo arrivati a far incontrare 4.000 persone tra operatori, giornalisti e amanti del vino. E si faceva in cantina…”.
In queste parole, si riesce a scorgere oltre: non è il semplice racconto di ciò che è stato o che sarà grazie al vino, vi è di più. È la traccia indelebile ed imperitura che ha saputo lasciare un uomo come Andrea Franchetti, prima ancora che con i suoi prodotti, con le sue idee e con le persone di cui si è circondato: è capitale umano che ritorna nelle parole di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.

La degustazione

Passando ai vini, abbiamo provato alcune delle etichette dell’azienda. In primis, abbiamo provato i due bianchi dell’azienda quali il Passobianco 2023, Chardonnay in purezza, coltivato nelle Contrade di Guardiola e Montedolce, che affina per 10 mesi in vasche di cemento e grandi botti di rovere, e il Contrada PC 2022, Chardonnay in purezza da Contrada Passochianche, che fermenta in grandi botti di rovere dove affina per 16 mesi, di cui sei a contatto con le fecce fini. Le differenze tra i due bianchi sono papabili. Mentre il primo è uno chardonnay vulcanico, nato per sfruttare l’altitudine ed essere foriero di sentori minerali e fiori bianchi (nonostante la 2023 sia stata un’annata non proprio felice, a causa della peronospora che ha falcidiato il 50% della produzione), il secondo è più complesso, con sentori di frutta gialla e dal sorso lungo ed elegante. Ambedue i vini, comunque, sono connotati da grande freschezza, declinata diversamente: nella prima etichetta più tagliente, nella seconda più levigata.

I rossi sono stati introdotti da due annate dell’unica referenza dell’azienda che esce sul mercato come Etna Doc: il Passorosso, Nerello Mascalese da vigne vecchie situate ad altitudini che variano dai 550 e gli 800 metri, affinato in 18 mesi in botti grandi di rovere e vasche di cemento. Questo vino rappresenta il 40% della produzione dell’azienda. Le annate a confronto sono state la 2024 e la 2022. Mentre la seconda è stata un’annata più calda, la prima è stata definita come eccellente dal punto di vista climatico. Infatti, la 2022 ha un frutto più marcato, la 2024 ha una parte speziata e floreale scura più netta e maggiore complessità olfattiva. In bocca la 2022 è più rustica (nonostante sia meno giovane), la 2024 è più potente ed elegante.

Da questo punto, siamo passati all’assaggio di alcune Contrade (oltre a quelle già provate in occasione di Contrade dell’Etna 2025): Contrada C 2022 e Contrada R 2023. Contrada C proviene da Contrada Chiappemacine, terreno ricco di calcare con uno strato sottile di lava situato a 550 m di altitudine. Le viti hanno un’età che si attesta intorno ai 100 anni e affina per 18 mesi in botte grande. Come vi abbiamo già raccontato, tutte le contrade subiscono lo stesso affinamento. E infatti, Contrada R, si differenzia per la zona di provenienza, dato che le viti da cui nasce in contrada Rampante – come già riportato – sorgono a 1000 metri di altitudine, su un suolo con antiche colate di lava, e hanno 120 anni di età. Il primo vino aveva un tannino più morbido e levigato, mentre il secondo più verde e scalciante. Contrada C era decisamente più pronto, dal colore più intenso e dal sorso più gentile, mentre Contrada R rivelava un colore più tenue, un bouquet olfattivo più complesso e un sorso strutturato e una grande spalla acida, sintomo di un enorme potenziale evolutivo del vino in questione.

Dulcis fundo, il vino di punta dell’azienda, simbolo dell’amore di Andrea Franchetti per a’Muntagna: il Franchetti 2022, realizzato con un blend di 70% Petit Verdot e 30% Cesanese d’Affile (il 2024, vista l’annata, sarà realizzata con il 100% di Petit Verdot ed il Cesanese non impiegato – insieme ad altre uve – confluirà in una etichetta presente soltanto sul mercato americano, Scinniri). Proveniente da Contrada Guardiola, affina per 6 mesi in barriques e per 12 in grandi botti. Dal colore scuro e fitto, è un vino dalla grande austerità e potenza. Il Petit Verdot si è adattato alla perfezione al suolo vulcanico, tanto che in alcune annate non ha nemmeno bisogno di essere attenuato dal Cesanese. Al naso rivela frutta a buccia nera, come amarene e lamponi, minerali e sentori terziari; in bocca ha un sorso pieno, tanto fresco quanto sapido, pronto a resistere al corso del tempo. Il Franchetti è il matrimonio tra Andrea e l’Etna, una vera e propria celebrazione d’amore.

 

Scheda del 6 gennaio 2026

Roberto Abbate – Vini dell’Etna. “Il miglior abbinamento è la persona con cui lo condividi”

di Tonia Credendino

Un progetto agricolo che nasce dalla terra, cresce nel vino e vive nelle relazioni

Roberto Abbate è un produttore dell’Etna che ha costruito il proprio lavoro partendo da una base agricola concreta e quotidiana. La sua storia affonda le radici in una famiglia legata da sempre alla terra, tra agrumi e ulivi, dove il lavoro non è mai stato un concetto astratto ma una pratica fatta di stagioni, attenzione e continuità. È in questo contesto che si forma il suo approccio: misurato, consapevole, orientato alla sostanza.

Il vino entra presto nel suo percorso. Dal 2005 Roberto inizia a vinificare, inizialmente per sé e per le persone a lui vicine. Con il tempo, questa pratica si struttura senza perdere il senso originario: fare vino come espressione diretta del proprio modo di vivere la terra. Ogni passaggio, dalla vigna alla bottiglia, nasce da questa visione e la mantiene intatta.

La scelta dell’Etna è centrale. Versante nord, Passopisciaro, nel comune di Castiglione di Sicilia. Un territorio complesso, caratterizzato da suoli lavici, vento costante ed escursioni termiche marcate, che richiede attenzione e capacità di ascolto. Qui Roberto coltiva Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante e Minnella, seguendo il ritmo del luogo e lasciando che sia il territorio a guidare il lavoro.

In vigna l’approccio è preciso e continuo, orientato alla salute delle piante e all’equilibrio del vigneto. Questo stesso principio accompagna il lavoro in cantina, dove le scelte restano coerenti e leggibili: fermentazioni spontanee, utilizzo misurato di legni già utilizzati, solforosa contenuta, chiusura con sughero naturale. Il risultato è un vino che conserva identità, chiarezza e riconoscibilità.

L’Etna Rosso DOC rappresenta il fulcro del progetto. Prevalentemente Nerello Mascalese con una piccola percentuale di Nerello Cappuccio, è un vino che unisce tensione e profondità. La struttura è verticale, la mineralità evidente, la beva progressiva, capace di restituire nel tempo la complessità del suolo vulcanico. Lo stesso approccio guida l’Etna Bianco e il Rosato: vini puliti, essenziali, che raccontano il carattere dell’Etna con immediatezza e precisione.

A tenere insieme ogni scelta, dalla vigna alla vinificazione, è un’idea chiara e costante: la condivisione. Non come concetto teorico, ma come parte integrante del vino stesso. È una visione che accompagna il lavoro agricolo e il modo in cui il vino arriva alle persone. Non a caso la frase che più rappresenta Roberto Abbate, riportata anche sui cartoni delle sue bottiglie, è: “Il miglior abbinamento è la persona con cui lo condividi.” Una sintesi efficace di un pensiero semplice e profondo: il vino prende pienamente senso quando viene aperto, versato e vissuto insieme.

Accanto al vino, l’olio extravergine di oliva completa il racconto di un’azienda agricola che mantiene un legame profondo con le proprie origini. L’olio nasce dagli uliveti di famiglia ed è frutto di raccolte attente e di una lavorazione rapida, pensata per preservare qualità e integrità della materia prima. Un prodotto coerente, che accompagna la tavola con la stessa misura e autenticità dei vini.

Nel panorama etneo contemporaneo, Roberto Abbate rappresenta una realtà costruita sulla continuità, sulla responsabilità e su un rapporto diretto con la terra e con le persone. Il suo è un lavoro fatto di scelte quotidiane, di attenzione e di una visione che mette al centro il valore umano dell’agricoltura e del vino.

Roberto Abbate – Vini dell’Etna
Passopisciaro, Castiglione di Sicilia (CT), Sicilia
Telefono +39 333 8225035
Email robertotindaro@gmail.com
Sito web www.robertoabbate.it


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