di Marco Contursi
Un recente giro in una regione del centro Italia in solitaria alla ricerca di cose buone, mi ha dato modo di riflettere su tante cose che non vanno e che quotidianamente accadono a chi si approccia al cibo e di cui nessuno parla, perché per farti degli amici, bisogna adulare tutto e tutti, dire sempre WOW, e magari torni a casa con qualche soldino in tasca o un paio di bottiglie o di salami. Visto che oggi viene preferito chi lecca il culo, non chi ti aiuta a crescere, dicendo cosa non va e come migliorare.
Queste le criticità riscontrate.
- Non ci sono trattorie aperte a pranzo. Paesi dell’entroterra ma con una discreta vocazione turistica, a pranzo nella zona da me visitata tutto chiuso. Ho girato ben 4 paesi ma a pranzo di trattorie non ne ho trovate, né hanno saputo consigliarmi qualcuna aperta persone del posto. Questo perché ormai la trattoria intesa come posto che faceva da mangiare alla buona e a buon prezzo, sta scomparendo del tutto. La disamina del perché è lunga e merita uno spazio dedicato. Qui si registra solo la cosa. Che in una zona conosciuta per la cucina di territorio e per le trattorie, nel 2026 entrambe non si trovano.
- Prodotti mediocri. Visitato due produttori di salumi, prodotti appena sufficienti a prezzi da capogiro. Qui servirebbe una seria autocritica, perché usare maiali piccoli per salumi che dovrebbero essere locali è una vergogna. Idem per una salsiccia fresca, asciutta e dalla speziatura ridondante, in posti che vantano una antica tradizione norcina, oggi desueta. In cambio, tanta prosopopea, con macellerie che sembrano boutique e prezzi che non sono giustificati dal prodotto.
- Altro giro, altra zona, sempre del centro Italia, questa volta costiera, conosciuta per alcune specialità da forno. Bene, ho girato 5 produttori, tutto preparato molto prima e quindi freddo. Solo un forno si è proposto di riscaldare quanto avevo comprato. Il ripieno di broccoli e salsiccia freddo è pessimo, idem per le pizzette margherita. Nessuno che si pone l’obiettivo di offrire un prodotto di qualità, magari facendone uscire un poco alla volta per dare un servizio decente a fronte di prezzi non bassi. La gente compra lo stesso, approssimazione massima in chi vende e in chi acquista, che magari si lamenta del prodotto con me, cliente come lui, e non con chi l’ha fatto.
- Per fortuna c’è ancora chi resiste, ho scoperto una cantina che recupera antica vitigni e un titolare, professionista della legge, di gran cultura, sia classica che gastronomica, ed un giovane enologo, appassionato di cose buone, ma anche qui merita una disamina a parte.
Resta l’amara considerazione che se nel mondo del food tante aziende cercassero chi li aiuti a migliorarsi, e non solo chi fa loro pubblicità, le cose migliorerebbero alquanto. Questo vale per la grande e per la piccola azienda, come un panificio o un bar. Invece regna una approssimazione dilagante, fatta di bagni senza carta o sapone, prodotti da forno fatti ore prima e serviti freddi anche in inverno, ingredienti mediocri e servizio al banco ancora peggio. A fronte spesso di prezzi alti, che uno pagherebbe pure se avesse un corrispettivo all’altezza. E questa approssimazione ormai è un po’ dovunque in Italia. Perché, come sempre ha detto il mio amico Antonio, “si è perso il senso della vergogna, non ci si vergogna più di lavorare male”. D’altronde chiami il food blogger di turno, e, o perché lo paghi, o perché vuole farsi degli amici, dice sempre che è tutto superlativo.
Andare in giro, alla ricerca di eccellenze alimentari nuove, è quasi sempre frustrante, si ritorna col magone di non essere rimasti a casa, risparmiando i soldi della benzina, del casello e dei prodotti comprati.
Con piccole eccezioni, che quando le trovi fatichi a crederci.
Seguiranno nei giorni a seguire, per ognuno dei punti di cui sopra, delle riflessioni più approfondite che spero inneschino un esame di coscienza da parte di ristoratori e produttori e una presa di coscienza da parte dei clienti.
