
di Tonia Credendino
Presso la scuola di formazione della sede AIS Campania si è svolto un approfondimento dedicato all’Aglianico guidato da Pierpaolo Sirch, responsabile della produzione di Feudi di San Gregorio, all’interno di un percorso pensato per i sommelier che scelgono di restare attivi, presenti, in relazione continua con il vino e con il territorio. Non una lezione, ma un esercizio di lettura: imparare a vedere prima ancora che a degustare.
Il punto di partenza non è il calice. Sono le mappe. Il concetto di terroir viene riportato alla sua dimensione concreta — clima, suolo, esposizione, luce — elementi che non si evocano, si osservano, si misurano, si mettono in relazione. In questa prospettiva, l’Irpinia si sottrae a ogni semplificazione e si mostra per ciò che è: un territorio interno, complesso, attraversato da altitudini importanti, escursioni termiche marcate e una frammentazione che rende ogni area diversa dall’altra.
È qui che prende forma il metodo Sirch. Un approccio rigoroso, costruito sulla necessità di separare per comprendere. Parcellizzazione, vinificazioni distinte, osservazione continua: non per creare differenze, ma per renderle leggibili. Il suo linguaggio resta asciutto, diretto, con quella cadenza friulana che non si perde mai e che, paradossalmente, rafforza il legame con l’Irpinia. Nessuna retorica, solo lavoro. «Il vino non si costruisce, si accompagna», è una linea che attraversa l’intero incontro. E insieme a questa, un’urgenza attuale: «Dobbiamo lavorare su quello che cambia, non su quello che vorremmo».
Quando la lettura entra nel dettaglio della DOCG Taurasi, il discorso si fa ancora più preciso. Il fiume Calore diventa asse di riferimento, le aree si distinguono, i nomi delle vigne iniziano a funzionare come coordinate. Non più geografia, ma interpretazione.
Ed è a questo punto che arrivano i vini. Cinque campioni da vasca, annata 2025, Aglianico in fase embrionale, ancora prematuro, colto nel momento più sincero del suo sviluppo. Vini non finiti, ma già capaci di esprimere struttura, direzione, identità.
Si parte da Taurasi, Fievo Dal Re, che apre con una materia presente ma trattenuta, ancora in fase di definizione, come se il vino stesse cercando il proprio equilibrio senza volerlo dichiarare troppo presto.
Il passaggio a Montemarano, Campo segna un cambio netto: la tensione cresce, l’acidità guida il sorso, la struttura si compatta. È un vino che non concede nulla nell’immediato e che costruisce il proprio senso nel tempo.
Con Castelfranci, nelle vigne Vallicelli e Baiano, il quadro si amplia. Vallicelli si muove con maggiore distensione, una trama più aperta e un tannino che inizia a rendersi leggibile; Baiano mantiene struttura ma cambia ritmo, offrendo un sorso più articolato, diverso nella distribuzione della materia. Due espressioni dello stesso territorio che rendono evidente quanto la variazione sia la vera chiave di lettura.
Chiude Paternopoli, Sferracavallo, che aggiunge profondità e conferma definitivamente come il Taurasi non possa essere ridotto a un’unica interpretazione, ma debba essere letto attraverso le sue differenze.
In questa sequenza, il nome della vigna smette di essere un dettaglio e diventa strumento di comprensione. È lì che il territorio si traduce in struttura, tensione, tempo.
E poi il tempo, quello reale. Se nei campioni da vasca si osserva l’origine, è nei vini compiuti che si misura la direzione. In questo senso, il riferimento è concreto: il Taurasi Riserva Serpico 2018 di Feudi di San Gregorio, inserito nella Top 100 Wines al mondo di Wine Spectator, rappresenta quel punto di equilibrio tra forza e controllo che l’Aglianico riesce a raggiungere solo quando territorio, metodo e tempo lavorano nella stessa direzione.
Non è un episodio isolato, ma il risultato di una visione. Nel frattempo, il contesto cambia. Il cambiamento climatico modifica i tempi della vite, anticipa le maturazioni, sposta gli equilibri. La difficoltà nel reperire manodopera qualificata rende il lavoro in vigna sempre più complesso. «Il problema non è solo produrre uva, ma avere chi la sa lavorare» resta una delle riflessioni più lucide emerse durante l’incontro.
In questo scenario, il metodo diventa una responsabilità. Mantenere leggibile un territorio oggi significa difenderlo dalla semplificazione, dalla standardizzazione, dalla perdita di identità.
E allora l’Aglianico torna ad essere ciò che è sempre stato: una varietà esigente, dura, spesso definita “brutta bestia”, proprio perché non si piega, non si addomestica, non accetta compromessi.
Alla fine non si esce con una risposta, ma con una direzione più chiara e resta chiaro cosa significa davvero formarsi: non accumulare nozioni, ma imparare a leggere il vino senza semplificarlo, ed è esattamente lì che inizia il lavoro di un sommelier.
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