Formazione e inclusione: l’arte della pizza un opportunità

Pubblicato in: Curiosità

di Marco Milano

“Lasciare Frattamaggiore per cercare fortuna al Nord e poi tornare indietro, non con le valigie ma con opportunità da offrire”. Ciro Di Maio, il pizzaiolo napoletano diventato imprenditore a Brescia, ha deciso di trasformare il proprio lavoro in uno strumento di restituzione sociale. La Regione Lombardia (Politiche del Lavoro Srl), infatti, ha finanziato un corso professionale di pizzaiolo rivolto a disoccupati. “Un progetto che unisce formazione, dignità e inclusione – spiega Ciro – usando l’arte bianca come leva per rimettere in moto vite fragili”. E così anche a Brescia, lontano dal mare, ma sempre immersi nell’arte bianca, il mestiere di pizzaiolo diventa strumento di riscatto sociale. A “San Ciro”, la pizzeria con sede a Brescia che deve il nome del locale ai nonni, sia materno che paterno, di Ciro Di Maio, dunque, e dove ha unito la passione per la regina dei piatti con la passione per il volontariato e aiutare i giovani ad uscire dalla droga collaborando con una comunità per salvare i tossicodipendenti.  “Sono convinto che la pizza sia molto più di un prodotto gastronomico. È una lingua universale, comprensibile a tutti – spiega Ciro – che può diventare un ponte tra chi arriva e chi accoglie, tra chi ha perso il lavoro e chi cerca una seconda possibilità. Io sono partito da zero e se ce l’ho fatta è perché qualcuno mi ha dato fiducia. Ora tocca a me restituire”. Tra pochi giorni, dal 23 febbraio e sino al 13 marzo, a Brescia, prenderà il via un corso di Pizzaiolo della durata di settantasei ore, organizzato da Politiche del Lavoro Srl in collaborazione con la Pizzeria San Ciro. Il corso è rivolto a persone disoccupate ed è finanziato dal programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori – di Regione Lombardia. Un progetto inserito nelle politiche attive del lavoro, con un obiettivo chiaro: trasformare una passione in competenza certificata e, soprattutto, spendibile nel mercato.

E Politiche del Lavoro Srl, ente accreditato dalla Regione Lombardia per l’erogazione dei servizi al lavoro e alla formazione e che punta sulla
“centralità della persona e la libertà di scelta sono i nostri principi guida”, ha scelto di promuovere un’iniziativa che vuole mettere in luce “un mestiere antico ma sempre attuale, capace di offrire concrete opportunità occupazionali”. Al termine del corso verranno rilasciati l’attestato di competenza di Pizzaiolo e l’attestato Haccp, passaggi fondamentali per un inserimento regolare nel settore della ristorazione. “Ma il valore aggiunto, qui, non sta solo nei certificati. Sta nel metodo e nelle persone – fanno sapere dal gruppo di lavoro di chef Di Maio che da anni affianca immigrati e disoccupati nel loro percorso professionale – Ciro li prende quando spesso sono relegati al ruolo di lavapiatti e li accompagna, giorno dopo giorno, verso la cucina e il banco della pizza. Spiega i gesti, corregge gli errori, trasmette un sapere che non è solo tecnico ma anche umano”. Formazione sul campo, aiuto con le procedure burocratiche, orientando chi è spaesato tra documenti e permessi. “C’è un episodio che racconta più di molti discorsi – raccontano – A un suo dipendente, immigrato africano, Di Maio ha pagato il viaggio per tornare a casa a Natale, per rivedere i familiari che non potevano permetterselo. Un gesto semplice, che dice molto della sua idea di impresa: un luogo dove il lavoro non è solo produzione, ma relazione, responsabilità, cura. Ma non è il solo, Chef Ciro è noto a Brescia anche per il suo impegno nel carcere Canton Mombello di Brescia, dove ha insegnato l’arte bianca ai detenuti. Qualche tempo fa, si era dedicato anche alla formazione anche nel Rione Sanità di Napoli, una zona che a lui ricorda la via dove è cresciuto, via Rossini a Frattamaggiore. L’istituto che ha abbracciato il suo progetto è stato quello alberghiero D’Este Caracciolo”.
Ha lasciato il sud per cercare fortuna, Ciro Di Maio, e l’ha trovata. “A Brescia ho costruito il mio successo professionale, ma oggi guardo oltre il mio locale – dice – La pizza è uno strumento di emancipazione, un modo per restituire dignità a chi l’ha persa, per rimettere in moto vite rimaste ferme troppo a lungo. In un tempo in cui il lavoro è spesso precario e disumanizzato, iniziative come questa raccontano un’altra possibilità: quella di un’economia che include, che forma, che non scarta. Farina, acqua, lievito e mani che imparano. A volte basta questo per cambiare una storia”.

 


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