Giacomo Simone, giovane e appassionato vigneron sulle orme di nonno Tòre

Pubblicato in: Benevento

di Pasquale Carlo

Nel celebrare la vita agreste il poeta latino Publio Virgilio Marone scriveva: “I nipoti coglieranno i tuoi frutti”. In questa breve locuzione è racchiuso un grande insegnamento, la consapevolezza che l’uomo non deve lavorare solo per sé stesso, ma anche per le generazioni future. Ed è proprio su questo insegnamento che fa leva il progetto di Giacomo Simone: giovanissimo, ha deciso di prendere tra le mani la fiaccola con cui il tedoforo che lo ha preceduto, il nonno Salvatore, lavorava tra le vigne e gli ulivi che circondano Castelvenere, il “Comune più vitato del Sud”.

La storia di Giacomo, che lascia presto gli studi di ingegneria informatica per restare con i piedi nella terra, è emblematica per comprendere quel ricambio generazionale tra nonni e nipoti a cui sempre più spesso si assiste nella suggestiva campagna italiana. Una scelta forte, fatta con consapevolezza, per riappropriarsi di un rapporto più sano con la natura. Una forza e una consapevolezza che ben presto si sono trovati a fare i conti anche con la mancanza di quei mezzi che dovrebbero supportare chi fà del cibo e del vino uno strumento per tutelare il territorio, valorizzare le tradizioni e riscattare le piccole comunità. Una forza e una consapevolezza che oggi trovano nuova linfa nelle conseguenze legate ad una pandemia che spaventa il mondo intero e che ha letteralmente sparigliato le carte in tavola. Non sappiamo ancora se ne usciremo migliori, ma sappiamo per certo che ne usciremo diversi. L’anno più difficile della storia contemporanea ci insegna ad essere più consapevoli di ciò che mangiamo, dei territori e delle città che viviamo.

Giacomo inizia a imbottigliare vino con la vendemmia 2015, con l’aiuto in cantina dell’enologo Angelo Melillo, sotto il vessillo della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti. Decide di farlo in una cantina moderna che affonda le sue radici nelle antiche cantine tufacee, le cantine sotterrane del borgo medievale che, nel corso del Novecento, hanno fatto di Castelvenere il “cuore” della fitta ragnatela vitata bagnata dalle acque del Calore, dove si produce quasi la metà del vino campano. La sua cantina è interamente scavata nel tufo, legando la compatibilità ambientale con la tradizione, intesa come bagaglio culturale da reinterpretare e valorizzare. Quella cultura popolare che rendeva forti gli uomini della generazione di nonno Salvatore e che Giacomo ha voluto omaggiare con l’etichetta più intima – Nonno Tòre – , connubio perfetto di uve biologiche sangiovese e aglianico; niente lieviti selezionati; niente solfiti aggiunti durante tutto il processo di vinificazione; nessuna chiarifica; nessuna stabilizzazione.

Facendo visita in cantina ho avuto modo di degustare le sue ultime produzioni di falanghina e camaiola, insieme alle sue due ultime creature.

Falanghina del Sannio Doc ‘Silvana’ 2019
Omaggio alla mamma, docente liceale. Di un bel giallo vivo, brillante. Al naso molto varietale, con il primo impatto affidato alla mela, fiori bianchi, leggero agrumato. In bocca la trama acida è marcata dopo il primo impatto morbido fruttato. Piacevole sapidità che si accompagna ad un interessante allungo acido che richiama prontamente al nuovo sorso.

Sannio Doc Barbera ‘Camaiola’ 2019 – Il richiamo va a quello che è il nome del vitigno da oltre un secolo confuso semanticamente con la più nota varietà piemontese. Frutto di una vendemmia limitatissima nella quantità,  che risentiva dei danni provocati dalla grandinata del maggio 2018. Fermentazione a temperatura controllata con inoculo di piede di fermentazione. Il tutto sostando solo in acciaio. Siamo di fronte ad un calice che coniuga egregiamente antico e moderno. La tradizione si avverte subito nella concentrazione del colore, rosso violaceo impenetrabile. Al naso esplode la marasca, il mirtillo. Perfetta corrispondenza al gusto, dove la struttura è retta da una intensa vena di freschezza che rende il sorso mai stucchevole, alleggerendo anche il sostenuto carico alcolico.

Crescenzo – Da uve appassite di Camaiola – Il nome omaggia papà Crescenzo: il professionista, il medico che con determinazione è ritornato a sporcarsi le scarpe di terra per sostenere il sogno del figlio e ringraziare gli sforzi del papà che non c’è più. Blend di due vendemmie. Uve appassite e fermentate in parte in legno e in parte in acciaio, con l’aggiunta di vino nuovo nel 2019. A seguire, un lungo riposo in bottiglia. Letteralmente sbalorditivo. Difficile tradurlo in parole. Alla vista è concentrato e in questo momento non fa della limpidezza il suo segno distintivo, quasi da metterci in guardia mentre lo approcciamo al naso. Ma l’impianto olfattivo è pulito, sempre incentrato sui frutti rossi. Al gusto conquista. Se ci si aspetta del dolce, si resta spiazzati. La nota di dolcezza la avvertiamo solo in sottofondo, in chiusura. Quello che conquista è la freschezza di un sorso, più agile e scattante della Sannio Doc Barbera, che ricorda le annate migliori del ‘Don Bosco’ prodotto dall’indimenticabile Salvatore Venditti, il viticoltore a cui dobbiamo dire grazie se oggi continuiamo a godere della tipicità e della piacevolezza di questo vitigno unico al mondo. Uscita attesa per la prossima primavera.

Sannio Dop Aglianico ‘Veneria’ 2016 – Prima annata di produzione. Il nome fa da collante tra il paese e il vitigno. Dodici mesi di barrique di secondo passaggio, dodici mesi in acciaio e poi l’affinamento in bottiglia. Ha tutto dell’aglianico: rosso rubino con riflessi violacei alla vista; ciliegia e lamponi dominano un impianto olfattivo che parla ancora di giovinezza, di freschezza; in bocca già ben bilanciato, con un sorso fresco che richiama i frutti, le prime note di spezie dolci; tannino già ben integrato.

Davanti a questi vini pensiamo alla fortuna che abbiamo avuto quando, circa due decenni fa, ci siamo incamminati lungo questa strada, iniziando su questo blog a raccontare di uomini che, con fatica, hanno fatto della Campania una delle regioni con maggiore appeal nel panorama della produzione enologica italiana. Un cammino non sempre supportato dalle istituzioni, che spesso hanno inteso la promozione dei vini e dei territori come semplice gestione di fondi, usati con criteri discrezionali. Ecco perché continueremo a raccontare la storia di uomini, dei loro vini, soprattutto quando si tratta di giovani come Giacomo. Continueremo ad andare avanti lungo la strada intrapresa venti anni fa, consapevoli che il ritorno alla terra è soprattutto una questione politica. Quella politica a cui il virus impone di implementare e favorire l’innovazione, la sostenibilità e la cooperazione.

Simone Giacomo – Via Curtole, Castelvenere (Bn) – www.simonegiacomo.it – info@simonegiacomo.it – 320.7761637 – ettari 10, ettari vitati 7 – vitigni: aglianico, camaiola, sangiovese, falanghina, grieco, malvasia – enologo Angelo Melillo – Bottiglie prodotte 15.000


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