Le Vigne di Napoli. Raffaele Moccia story tra la caccia alla volpe in città, agnelli, polli e bicchieri di Falanghina e Piedirosso

Pubblicato in: Giro di vite, Il vino del Sud: i protagonisti
Raffaele Moccia a Luciano Pignataro

di Luciano Pignataro
Caccia alla volpe: dall’uva di cui è ghiotta della vigna vicino alle mura aragonesi-borboniche alle pecore uccise e divorate nella notte i cui resti sono stati trovati a un chilometro di distanza. Contrariamente a quanto si potrebbe raccontare, il principale problema di Raffaele Moccia non è l’assedio sconclusionato del cemento,  ma questo astuto e inafferrabile animale che si rifugia negli Astroni, ex riserva di caccia da Alfonso D’Aragona ai Borbone. Lunghe notti passate appostato nel vigneto nella speranza di beccarla quando esce a caccia, le trappole: sinora nessun risultato.

Tutto questo succede nel comune di Napoli, nel cuore pulsante e ribollente dei Campi Flegrei, non in un paesino sperduto dell’Appennino Meridionale. E’ il volto meno noto, direi sconosciuto, di Napoli, la città millefoglie, l’accampamento protocapitalistico che dal ’600 in poi è metropoli vera, prima in Europa e dove ancora oggi trovi il contadino e il grande aristocratico; e fra questi due testimoni di una realtà rurale ormai messa alle corde dalla cementificazione delle colline, tutta la varia umanità di questo millennio.

Raffaele Moccia vive da sempre qui, dove il padre Gennaro iniziò ad occuparsi dell’azienda ereditata dalla famiglia della nonna, ed è, insieme ad una piccola pattuglia di produttori, il protagonista della rinascita del Piedirosso dei Campi Flegrei, vitigno ostico in campagna perché poco prolifico, difficile in cantina dove va in riduzione e dunque necessita di continua attenzione. Il Piedirosso è il vino di Napoli, allegro, beverino, profumato, capace di andare sulla cucina dell’orto e su quella di mare, l’Aglianico è il rosso delle zone interne. Anche nel bicchiere la Campania presenta il suo doppio volto.

Oggi, a 58 anni, Raffaele ha la soddisfazione di vedere il figlio Gennaro, 25 anni, impegnarsi con lui in una azienda che ha portato dagli iniziali cinque agli attuali quindici ettari ad Agnano, ormai la collina che sorveglia l’uscita della tangenziale è tutta curata da lui. L’azienda Agnanum, appunto.
Gennaro entra nel terreno negli anni ’90 per aiutare il padre nell’azienda sui sabbiosi e assolati terrazzamenti degli Astroni: già perché oltre al vino sfuso ci sono conigli, polli, agnelli e pecore che costituiscono l’altro ramo dell’attività. Tutto è partito con i conigli allevati in fossa secondo il metodo ancora in vigore ad Ischia.

A quei tempi non c’era consapevolezza di quanto importante fossero il piedirosso e la falanghina, un pollo che cammina sulle proprie gambe, una pecora che bruca in vigna, Un esempio, si direbbe oggi, di economia circolare in cui non esistono rifiuti e tutto torna dalla terra alla terra passando per gli esseri viventi. Mentre avanzano i capannoni industriali sul fondo Cigliano i Moccia continuano ad occuparsi dell’azienda sino a quando una boccia di rosso finisce nelle mani di Maurizio De Simone, enologo genio e sregolatezza, bravissimo interprete di temi oggi molto attuali: “Cosa fai con questo vino, devi imbottigliarlo se vuoi dare valore al tuo lavoro”. Era il 1997 e Raffaele, scarpe doppie cervello fino, ingrana la strada che lo porterà ad essere una piccola web star nel mondo del vino, soprattutto da parte dell’ala neopauperista del parlamentino vitivinicolo italiano producendo Falanghina  e Piedirosso. La prima vendemmia etichettata è la difficile 2002, la prima recensione ovviamente la nostra sul Mattino l’anno successivo.

Da allora il mondo è cambiato grazie ad una rincorsa verso il meglio e la qualità di una serie di giovani produttori che hanno davvero creduto in questi vini dopo aver studiato enologia come Gerardo Vernazzaro ex Varchetta, al lavoro sull’altro lato del vulcano spento, Luigi e Vincenzo di Meo de La Sibilla, Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra, Salvatore Martusciello, Valentina Capurso. Sono queste le aziende protagoniste di una rinascita incredibile, a cui se ne sono aggiunte altre, tutte accomunate dal fatto di praticare agricoltura nell’area metropolitana dove la pressione demografica ha favorito la speculazione edilizia selvaggia. Un racconto sottotraccia quasi sconosciuto a Napoli ma ben noto agli specialisti del vino in Italia.

Ma torniamo al nostro Raffaele. Alla sua azienda si accede superata la rotonda all’uscita di Agnano, prima deviazione a destra, poi dritti al bivio per cento metri dove la strada si fa sentiero. Sulla destra c’è il piccolo regno, da un lato la cantina, dall’altro le celle frigorifere dove finiscono polli e conigli e talvolta qualche agnellino. La vigna sale a terrazzamenti sino ai bordi della riserva degli Astroni, circoscritta dal muro completato dai Borbone e ultimo esempio di foresta Europea nel Vecchio Continente. Tra le vigne, il recinto per pecore e agnelli, il pollaio, lo spazio per i conigli. “Io non ho il coraggio di ucciderli – confessa Raffaele – mi ci affeziono. Ci pensa mio cognato”.

Se fossimo in Francia, polli, conigli e vino costerebbero un occhio della testa vista la loro biodiversità e il rispetto dell’ambiente con cui vengono allevati e prodotti. A pensarci bene, le mitiche Puolarde de Bresse vendute a cento euro dal tristellato Ambroisie a Parigi vivono molto meglio dei polli di Raffaele Moccia: liberi di camminare mangiando solo prodotti naturali e senza medicine al sole di Napoli. E il vino ottenuto da questa sabbia vulcanica, fresco, minerale, elegante, profondo, in una batteria di Borgona giovani farebbe la sua porca figura. Ma siamo in Italia, il paese del commercio scaltro ma poco visionario.

Due basi (Piedirosso e Falanghina), due cru passati in legno (Vigna del Pino e Vigna delle Volpi) e due igt Sabbia Vulcanica rosso e bianco in cui rientrano le altre uve del vigneto, dallo sciascinoso alla barbera napoletana, dal moscato alla biancolella per un totale di 50mila bottiglie l’anno pluridecorate dalle guide specializzate.
La forza di Raffaele Moccia è il duro lavoro e il passaparola. “Ogni tanto viene qualcuno e mi propone qualcosa sul web in cambio di soldi, ma io sono piccolo e sto bene cosi.” La decisione di allargarsi (oltre ai 15 ettari altri 3,5 in conduzione, praticamente una fazenda argentina facendo le proporzioni) dovuta al figlio Gennaro. L’attività gli piace e vuole continuarla.
Così una delle tante leggende di Napoli può continuare a vivere: quella del contadino impegnato nella caccia notturna alla volpe in piena città.

Cantina Agnanum di Raffaele Moccia a Napoli

Via Vecchia Abbandonta degli Astroni
www.agnanum.it
Tel 338 5315272
Ettari di proprietaà: 15
Produzione 30mila bottiglie


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