Il vino nella val di Noto

Pubblicato in: I vini da non perdere
Il vino nella val di Noto

di Francesco Raguni

In una calda domenica di marzo, all’ombra del barocco che connota in maniera inconfondibile la città di Noto, una serie di produttori vitivinicoli ha presentato i loro prodotti agli addetti ai lavori. Da domenica 5 a lunedì 6, infatti, si è svolto un evento interamente a tema. Un momento altamente identitario che ha permesso al territorio di raccontarsi tramite il coinvolgimento dei cinque sensi.

«Un momento necessario per sottolineare il valore del mondo del vino dentro il DNA di questo territorio, dimostrando fino a che punto affondi le proprie radici in una lunga storia agricola e produttiva, ma soprattutto in che modo sta trovando il coraggio di rinnovarsi con una grande capacità di visione contemporanea» ha dichiarato il direttore della Strada del Vino Valdinoto, Frankie Terranova. E questa idea ha trovato una sua continuità anche nelle parole del sindaco della città, Corrado Figura per cui, ad oggi, il vino è «un vero e proprio simbolo che rappresenta il nostro territorio a livello nazionale e internazionale».

I protagonisti principali sono stati i due vitigni principi della zona: il Moscato e il Nero d’Avola. Il primo, appartenente alla famiglia dei vitigni aromatici, è a livello ampelografico uno dei vigneti più antichi della storia del vino. Il secondo, autoctono siciliano per antonomasia, si distingue per la forte carica antocianica e per le tipiche note di frutta e spezie che porta al naso una volta vinificato. Sono stati però coinvolti anche altri vitigni (nazionali e non).

I banchi d’assaggio, svoltisi presso la Loggia del Mercato, hanno ospitato un ricco numero di produttori che vanno da Planeta a Mortellitto, passando per Fausta Mansio, Boni Vini, Feudo Maccari e molti altri. Tra di loro erano presenti anche altre tipologie di aziende, tra cui produttori di olio extravergine d’oliva e cioccolato di Modica. In parallelo, a Palazzo del Mercato, si sono svolte diverse Masterclass a tema.

Molto interessante proprio la proposta di una delle prime aziende menzionate, Planeta, che ha portato all’assaggio un Moscato 100% vinificato fermo: “Allemanda”.

Il nome richiama una delle danze tipiche del periodo barocco. Dal color giallo tenue, al naso presenta forte noti di fiori freschi, cui seguono agrumi e anche note marine (che ritornano in bocca con una buona sapidità). E a proposito di danze, da menzionare anche “Controdanza”, il cui nome celebra un tradizionale ballo rurale di “contrapposizione e intese”. Si tratta di un blend di Nero d’Avola (85%) e Merlot (15%): color rosso porpora, al naso frutta a buccia nera note balsamiche, ma anche speziate; alla bocca conferma la struttura che si aspetta dall’esame visivo e olfattivo. Il suo tannino risulta morbido e per nulla aggressivo.

Continuando sui rossi, da menzionare anche Pettirosso di Fausta Mansio: 100% Nero d’Avola, maturato in acciaio e affinato successivamente in bottiglia. Dal colore rosso rubino, reca al naso forti note di ciliegia, fiori e spezie come chiodi di garofano e pepe nero. Dalla buona struttura, ha un tannino morbido ed equilibrato. Abbiamo provato anche il Moscato di Siracusa e il Passito, ambedue moscati bianchi, il primo viene vinificato facendo macerazione sulle bucce per 24 ore e poi fatto maturare un anno in acciaio e uno in bottiglia; il secondo nella stessa maniera, ma dopo aver fatto appassire le uve su delle stuoie per 3-5 giorni.

Il Moscato di Siracusa, giallo ambrato, dall’odore di frutta gialla matura, si sposa bene anche con dei formaggi stagionati. Il Passito, invece, da preferire con dei dolci o con dei biscotti secchi, viste le note dolci ancora più marcate: albicocca, zagara e persino una punta di miele.

Come si può evincere, il criterio guida del nostro viaggio attraverso i banchi d’assaggio è stata la ricerca di quanto più affine al territorio, per cercare di vivere a pieno la Val di Noto attraverso i suoi vini. Su questa scia, si è proseguito degustando prima “Saia” di Feudo Maccari e poi “Eloro DOC” di Boni Vini. Il nome “Saia” deriva dall’arabo, si tratta di una parola che descrive i canali di scolo delle acque. In degustazione era presente il 2019, che fa 12 – 14 mesi in botte di rovere francese e poi 9 mesi di affinamento in bottiglia. Vino che ha un buon potenziale evolutivo, al naso presenta note di frutti rossi, spezie, note balsamiche e sentori terziari di legno. In bocca abbastanza rotondo ed elegante.
Eloro DOC, invece, il cui nome ricorda proprio la zona di Eloro, dalle spiagge quasi fiabesche, fa sia acciaio che legno. La vicinanza al mare conferisce al vino anche un pizzico di salinità e porta al naso anche odore di alghe, a riprova di quanto sia perfettamente tipico del terroir locale.

Dando uno sguardo fuori da quelle che sono le produzioni dei vitigni tipici della zona possiamo guardare, in primis, a Cozzo del parroco con il suo Hortus 2021. Si tratta di un grillo in purezza, il cui nome deriva dall’antico uso della zona in cui vi sono coltivazioni, appunto adibita ad orto. La particolarità della zona, contrada Boni Vini, risiede nella sua perfetta prestanza ad essere un terreno ottimale per la viticultura. Infatti, nonostante il caldo, il terreno – ricco di calcare – riesce a trattenere tantissima acqua. Proprio per questo, si può vinificare in biologico, “semplificando” il lavoro dell’enologo.

Sul fronte dei rossi, invece, si può citare Rosso della cantina Palmeri. Si tratta di un blend di Cabernet Sauvignon, Syrah e Merlot. Vino di fascia medio alta, presenta una struttura molto importante. Il vino passa ben 24 mesi in barriques; al naso risulta molto complesso. E si potrebbe continuare ancora, tanta era la diversità e la ricchezza della proposta della Strada del Vino della Val di Noto, ma forse meglio lasciare un po’ di spazio alla curiosità, motore perpetuo dall’assaggiatore e dell’amante del mondo del vino.


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