
di Christian Cutino
Il riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO sancisce formalmente ciò che per generazioni è stato vissuto come un dato di fatto: una tradizione gastronomica di straordinaria ricchezza culturale, fondata su sostenibilità, biodiversità e memoria collettiva.
Ma, come spesso accade con le consacrazioni ufficiali, questo riconoscimento rischia di cristallizzare una narrazione che lascia in ombra alcune dinamiche meno raccontate, tornate al centro del dibattito anche attraverso le critiche di blogger e giornalisti. La cucina italiana si è formata lontano dai riflettori attraverso pratiche quotidiane di riuso e una gestione accorta delle risorse. È il risultato di un processo lungo e inclusivo in cui molti degli ingredienti e delle ricette simbolo sono testimoni di incontri, migrazioni e contaminazioni culturali; un patrimonio costruito integrando tradizioni diverse in un racconto comune, reso possibile anche dalla straordinaria varietà dei prodotti agroalimentari del territorio. Oggi questo equilibrio appare più fragile: in un contesto sociale segnato da una crescente perdita di identità gastronomica, si assiste all’indebolimento di quel legame profondo tra cibo, territorio e comunità. Senza una cucina vissuta e praticata, l’identità sociale stessa rischia di diventare un esercizio astratto, più celebrato che compreso. Garantire un futuro alla cucina italiana significa oggi andare oltre la tutela simbolica e richiede un nuovo approccio capace di coniugare sostenibilità, tradizione e digitale.
Per approfondire questo tema, abbiamo intervistato 9 un’azienda che coniuga l’agricoltura tradizionale con l’innovazione digitale.
Iolanda ci racconti la tua storia, quella di Lemonline e da dove nasce questa unione tra digitale e tradizione agricola?
Sono cresciuta in un’azienda agricola familiare. Dopo la laurea in Agronomia e un Master, ho deciso di investire in un pezzo di azienda di mio nonno, unendo la mia passione e le mie conoscenze. L’avvio nel 2017 è stato lento a causa dei tempi burocratici e, con la pandemia del 2020, ho avuto un altro stop. Dovevo però comunque recarmi in azienda e ho iniziato a fare dei video sul lavoro agricolo notando una grande curiosità e passione da parte degli utenti. Così, mi sono detta: “Perché non condividere questo angolo di Italia?” È nata così la prima parte di Lemonline: l’adozione online di alberi di limone. Chiunque, dall’Europa e oltre, può avere un pezzetto d’Italia nel cuore, adottare un albero ricevendone anche a casa i limoni. La passione mi ha portato poi ad evolvere il progetto e ho iniziato anche la trasformazione dei limoni in un’ottica di ciclo completo poichè, ad esempio, le foglie essiccate sono ideali sia in cucina che per la preparazione di tisane e infusi. Inoltre, coinvolgiamo la nostra community con ricette tradizionali, ma anche revisionate create in collaborazione con food blogger e pasticceri. È un’evoluzione continua basata sugli incontri e sulle persone che provano il prodotto.
Alla luce della tua esperienza, il digitale può diventare un alleato per il futuro dell’agricoltura?
Da un lato, il digitale può essere molto utile nella tutela e valorizzazione del lavoro agricolo poichè ci permette di raccontare, mostrare e informare, dando al prodotto una storia, un volto e un legame più forte con il territorio. Penso inoltre che l’innovazione digitale in futuro ci permetterà di continuare a coltivare e trasformare, affrontando le sfide ambientali e sociali.
Tra tutti i piatti che compongono la cucina italiana ce n’è uno che per te racchiude maggiormente in sé i valori della tradizione e del legame con la terra?
Sono profondamente legata ai piatti della tradizione che scandiscono il passare delle stagioni e accompagnano le ricorrenze. Tra questi, la ciambotta occupa un posto speciale. È una pietanza estiva, possibile solo quando l’orto offre il meglio delle sue verdure e racconta un momento preciso dell’anno. Mi affascina molto anche il tema della conservazione, quel gesto antico che porta l’estate dentro l’inverno, come raccogliere i fichi nei mesi caldi per ritrovarli sulla tavola a Natale. L’essenza della cucina italiana, in fondo, nasce da qui: da un rapporto stretto e inscindibile con l’agricoltura e con il ritmo naturale della terra.
E se tutto questo andasse perso? In un mondo che corre tra le corsie di un supermercato, dove la disponibilità dei prodotti è costante e scollegata dalle stagioni e dove nuove abitudini e profondi cambiamenti sociali ridisegnano il nostro rapporto con il cibo, come pensi che gli strumenti digitali possano aiutare a custodire la cucina italiana?
Credo che il digitale sia uno strumento prezioso. Piattaforme online e community permettono di creare un filo diretto tra chi coltiva, chi cucina e chi osserva da lontano. In questo modo, chi è distante può sentirsi parte della comunità reale che lavora la terra ogni giorno, seguire i ritmi delle stagioni, comprendere le pratiche sostenibili e contribuire a preservare la memoria gastronomica. Così la cucina italiana non diventa un museo, ma resta viva e capace di adattarsi ai nuovi stili di vita e alle sfide ambientali, pur mantenendo la memoria, i valori e l’identità che la rendono unica.
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