Le nuove denominazioni del vino rosato in Italia, tra tradizione e strategie dei Consorzi

Pubblicato in: 100 Best Italian Rosè

di Antonella Amodio

Il vino rosato italiano sta vivendo una fase di grande crescita, sia nei consumi sia nelle strategie dei Consorzi di tutela. Sempre più denominazioni scelgono infatti di valorizzare la tipologia “Rosato”, inserendola nei propri disciplinari per rispondere alla crescente domanda dei mercati nazionali e internazionali. Questa evoluzione mette in dialogo gli storici territori del rosato italiano, areali che hanno costruito nel tempo una forte identità attraverso questa tipologia e giovane aree vinicole, ovvero denominazioni storicamente legate ai vini rossi o bianchi che oggi scelgono di affacciarsi a questa categoria con nuove interpretazioni.

Oggi sono oltre cinquanta le denominazioni italiane che prevedono il rosato nei propri disciplinari, a testimonianza della diffusione del rosè nel panorama enologico nazionale. Tra i grandi protagonisti della storia del rosato italiano troviamo la Puglia, dove nel 1943 la cantina Leone de Castris realizzò il Five Roses Salice Salentino, considerato il primo rosato italiano imbottigliato destinato al mercato internazionale. Un altro territorio storico è il Garda, con il Bardolino Chiaretto DOC che affonda le proprie origini alla fine dell’Ottocento. Pompeo Gherardo Molmenti, storico e uomo di cultura, definito il “padre del Chiaretto”, contribuì a delineare e valorizzare il rosato gardesano. Sempre in questa area si distingue il Valtènesi Chiaretto DOC, espressione del vitigno Groppello Gentile, simbolo della tradizione vitivinicola della sponda bresciana del Garda. Tra i rosati più identitari e riconoscibili troviamo inoltre il Cerasuolo d’Abruzzo DOC, ottenuto dal Montepulciano d’Abruzzo, il Cirò Rosato DOC da uve Gaglioppo e i rosati pugliesi come Salice Salentino Rosato DOC con uve Negramaro e Castel del Monte Rosato DOC, quest’ultimo particolarmente legato alla varietà Bombino Nero. A questi si affianca l’Etna Rosato DOC, espressione di una denominazione più recente, ma di grande successo commerciale, dove concorre il vitigno Nerello Mascalese.

Dal punto di vista delle denominazioni DOCG, il primo rosato italiano a ottenere il riconoscimento è stato l’Aglianico del Taburno Rosato (Campania, 2011). Nello stesso anno nasce anche il Castel del Monte includendo nel disciplinare la tipologia Rosato. Successivamente è arrivato il Terre Tollesi (o Tullum) Rosato in Abruzzo (2019).

I giovani territori del rosato italiano

Negli ultimi anni, una delle novità significative per il mondo dei rosati è stata l’introduzione del Prosecco DOC Rosè nel 2020. L’inserimento di quella tipologia nel quadro normativo della denominazione ha rappresentato una svolta commerciale di grande rilievo. Tra le nuovissime aperture troviamo l’Asti DOCG Rosato, una scelta innovativa per una appellazione storicamente legata al Moscato Bianco. La nuova tipologia punta ad ampliare le occasioni di consumo dell’Asti, mantenendo il forte legame con il territorio piemontese e valorizzando il patrimonio aromatico del Moscato attraverso una nuova interpretazione in rosa. Il regolamento prevede l’utilizzo prevalente di Moscato Bianco, con una quota di Brachetto destinata alla produzione del Brachetto d’Acqui DOCG, e una produzione Metodo Martinotti con diverse possibilità di dosaggio, dal dolce all’extra brut.

Anche il Chianti Rosè DOCG rappresenta una nuova interpretazione del Sangiovese, vitigno simbolo della Toscana. Il rosato nasce con l’obiettivo di proporre un vino più fresco, immediato e contemporaneo, capace di avvicinare nuovi consumatori senza perdere il legame con il territorio. La normativa stabilisce una minima quota di Sangiovese, integrabile con altri vitigni ammessi alla coltivazione in Toscana.

Nelle Marche il Cònero DOCG Cònero Rosa propone una nuova lettura del Montepulciano, sia nella versione ferma sia Metodo Classico Rosé. Il regolamento di produzione stabilisce un utilizzo minimo dell’85% di Montepulciano, eventualmente integrato con Sangiovese.

Tra le evoluzioni future figura anche il Primitivo di Manduria DOC Rosato (modifica del disciplinare in fase di approvazione). Il Primitivo ha infatti una lunga storia nella produzione di rosati, soprattutto in Puglia, territorio che ha costruito una parte importante della propria identità proprio attraverso questa variante. La nuova proposta punta a valorizzare uno stile capace di unire intensità aromatica, struttura ed equilibrio.

Il futuro del rosato italiano: identità, territorio e nuove sfide

L’evoluzione del rosato italiano racconta un cambiamento profondo nel modo di interpretare il vino. Se in passato questa tipologia era spesso considerata una semplice alternativa stagionale ai vini rossi o bianchi, oggi il rosato ha conquistato una propria personalità, grazie a territori capaci di esprimere caratteristiche distintive e riconoscibili.

Gli storici produttori protagonisti del rosato italiano hanno costruito nel tempo una cultura legata ai vitigni autoctoni, alle tradizioni locali e a uno stile produttivo ben definito. Puglia, Garda e Abruzzo rappresentano la memoria storica e l’identità di questo mondo: territori che hanno saputo trasformare il rosato in un’espressione autentica del proprio patrimonio vitivinicolo. Accanto a questi, stanno emergendo nuovi protagonisti che scelgono di interpretare il rosato secondo una visione più moderna. L’inserimento della tipologia nei disciplinari di denominazioni rappresenta una nuova opportunità e il futuro di questo vino dipenderà dalla capacità dei territori di mettere al centro il proprio patrimonio, valorizzando i vitigni autoctoni e raccontando un luogo prima ancora di un metodo. Solo così il rosato potrà consolidare il proprio ruolo nel panorama nazionale e internazionale, passando definitivamente da categoria emergente a segmento strategico della cultura del vino italiano.


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