Macchia dei Goti 1994 Taurasi docg e la leggenda di Antonio Caggiano

Pubblicato in: Avellino

ANTONIO CAGGIANO
Uva: aglianico
Fascia di prezzo: non definita
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Per capire in che stato abbiamo trovato questa bottiglia conservata a casa bisogna pensare alla energia e alla forza di una persona di vent’anni: giovanile sin dal colore, un rubino vivo, non concentrato, con riflessi granato. Il naso ha avuto un problema di assestamento nei primi cinque, dieci minuti, ma poi è riuscito  sfoderare la ciliegia matura, perfetta.
Vent’anni dopo. Quanti ricordi, quante soddisfazioni, qualche rimpianto. Il più grande è sicuramente nel fatto che le cantine storiche, con la sola eccezione di Mastroberardino, non hanno avuto la lungimiranza di conservare una buona parte della vendemmia per rimetterla in commercio dopo qualche anno secondo lo stile di Emidio Pepe con il Montepulciano.
A ben vedere è stata questa incapacità di costruire una memoria narrativa che non fosse affidata solo alla metereologia di una stagione bensì alla possibilità del tempo di affrontare l’Aglianico è una delle cause della crisi della denominazione. Un territorio vitivinicolo si regge sulla narrazione collettiva delle annate in mancanza della quale abbiamo lampi individualisti che da soli non potranno mai creare l’appeal necessario.
L’esempio del vicino Montepulciano è chiarissimo da questo punto di vista: dopo vent’anni restano tre o quattro grandi nomi ma la denominazione è ancora impegnata a combattere con la tentazione di vendere a pochi euro il valore della proprio stori in bottiglia.
E anche il fatto che dei privati abbiamo supplito alla insufficienza politica della collettività dei produttori è un segnale della crisi, un po’ come avviene nella sanità dove poi ovviamente le società individuali hanno interesse a sabotare il funzionamento dell’ospedale pubblico. Vanno bene loro, ma non il territorio. La privatizzazione di un bene pubblico è sempre il primo segnale del disfacimento del tessuto sociale e produttivo.
Resta il piacere di un vino straordinario, perfetto, che allontanano queste nuvole, soprattutto se o stappiamo tra amici nel mitico pranzo di fine stagione del Don Alfonso affidandolo alle mani premurose e sapienti di Maurizio Cerio.
Straccia un Brunello blasonato del 2001, ingaggia battaglia con il Montepulciano 2001 di Valentini. Insomma, nonostante non sia stato conservato con tutti i crismi, ma solo al buio in un appartamento di città con escursioni che hanno toccato anche i 40 gradi nel 2003 e nel 2007, la struttura regge alla perfezione e in bocca regala freschezza, sapidità, allunghi di frutta, note di cenere, carruba secca.
La fusione con il legno è semplicemente perfetta, e questa cosa mi colpisce moltissimo perché la 1994 è stata la prima vendemmia di Luigi Moio con l’Aglianico e non esistevano protocolli con le barrique, qui usate per la prima volta a Taurasi, se non quelli maturati in altri territori e con altri vitigni.
Eppure siamo ben lontani dai vini palestrati degli anni ’90. Lontani? Lontanissimi. Il Macchia è fine, elegante, scorre velocemente. Non fa sognare con il naso, ricordiamo che il millesimo non è stato memorabile, ma appaga la bocca.
Sicché si pensa a quello che avremmo potuto essere ma anche, e soprattutto, a quanta strada si è fatta in questi vent’anni grazie a Mastroberardino, Caggiano, Molettieri, Di Meo, Struzziero e ad alcuni protagonisti del decennio successivo. Una denominazione che a partire dalla 2004 è diventata collettiva e territoriale per numero di campioni e diversità di ingegni impegnato a lavorare l’aglianico.
La storia di questo Taurasi è, insomma, la storia del Taurasi: siamo solo alle primissime battute di un racconto affascinante la cui trama è al momento solo vagamente accennata.
Ne abbiamo ancora un po’, ci piacerebbe poterle ribere tra altri vent’anni.

 

Assaggio del 5 luglio 2009. Anzitutto voglio dare una notizia ferale ad alcune persone: The final countdown dei vini di Caggiano è decisamente rinviato di qualche anno dopo i mugliatielli di ieri sera all’Osteria del Gallo e della Volpe, il bel locale di Marisa e Antonio Silvestro e dei figli Davide ed Emilia Chiara che a noi dell’Espresso (e agli amici di Slow Food) è sempre piaciuto. Sarebbe infatti un peccato stappare le ultime bottiglie senza conoscere le ulteriori possibilità di questo vino fresco e pimpante.
Ci ritroviamo con alcuni dei cari amici professionisti impegnati in questo sito dopo aver espiato i nostri peccati al Palazzo Abbaziale di Loreto in Mercogliano per la imponente presentazione dei nuovi vini dei Padri Benedettini curati da Riccardo Cotarella. Siamo a già cinque gradi in meno rispetto alla costa ma saliamo verso Montevergine sino a Ospidaletto d’Alpinolo, il paese dei copetari (fabbricanti di torrone), vicino le vigne di Marsella di cui riassaggiamo il 2007 e ne guadagniamo altri cinque. A venti gradi con un piatto di mugliatielli (interiora di agnello) alla brace il vino rosso ce sta. La carta della bella Locanda con la sala aggiornata, più elegante, offre alcune curiosità e noi ne approfittiamo centrando l’ultima bottiglia di 1994 anche se la crisi si tocca forse proprio dalle possibilità offerte: ben esposti gli anni ’90, con gli annessi classici dell’epoca, quasi assenti poi in questo decennio e prezzi un po’ rivisti al ribasso.
Anzitutto un flash back per capire quel che abbiamo bevuto. Il Taurasi Macchia dei Goti è il primo in assoluto ad aver fatto elevamento in barrique. All’epoca erano impegnati nella docg, riconosciuta da appena un anno, Mastroberardino, Struzziero, Caspariello e Terredora. Per tutti gli altri la prima annata è stata la 1995. Nacque, come è noto, dall’incontro di Luigi Moio e Antonio Caggiano e il risultato fu subito straordinario. Ecco, quando si parla di guide, quindici anni fa senza il Gambero-Slow Food sarebbe stato impossibile conoscere la cantina del geometra riconvertito alle foto e al vino all’inizio degli anni ’90. Il fabbricato all’epoca era costituito solo dalla sala centrale dove si affollava l’acciaio e il camminamento laterale con le bottiglie ad affinare nelle nicchie.
Come potete vedere nella scheda qui sotto, non è poi passato molto tempo dal precedente assaggio. Ma questo è stato sicuramente più convincente dell’altro ove si dimostra l’assoluta superiorità di quella tecnica di viticoltura intensiva, e poi la lavorazione in cantina, rispetto a quanto si faceva all’epoca. Questa bottiglia, decisamente meglio conservata della mia stappata nel 2005 che si era passata l’estate 2003 stipata in un armadio a 40 gradi perché non disponevo all’epoca di locali adatti, si è infatti espressa con grande ricchezza olfattiva e assoluta compatezza materica.
Al naso si riconoscono ancora fruttato, non c’è quel senso vaniglioso che ha un po’ costruito e ostruito l’olfatto degli anni ’90, ma piacevolissime note balsamiche e resinose ben ammagliate, caratterizzanti ma non opprimenti. A seguire poi un po’ di residua liquirizia, nota di tabacco biondo, nota fumé. Il colore è un rosso rubino con sfumature granato, per nulla concentrato, anzi si lascia carezzare e penetrare dallo sguardo. In bocca mantiene la sua vivacità, il riallinamento non è ancora avvenuto completamente e la spinta acida continua a farla da padrona: le note dolci anticipate dal naso trovano parziale corrispondenza all’inizio, poi sopraffatte dalla sapidità imponente del territorio irpino.
In buona sostanza un vino molto vivace, capace di vivere il tempo come opportunità e non come problema di affrontare, l’ennesima prova di forza dell’Aglianico la cui dimensione reale è ancora tutta da esplorare perché sarà necessario almeno un altro decennio prima di iniziare a provare più interpretazioni di bottiglie di almeno vent’anni. Una cosa è comunque certa: se ben conservati questi vini si possono mantenere senza eccessivi problemi davvero per molto tempo. E il motivo per cui bisogna aspettarli è che il rientro ulteriore dell’acidità, coniugato alla piallatura dei tannini operata dal tempo, costruiscono bicchieri di grande finezza ed equilibrio, rossi pensati nel freddo.
Per i babbei dei corsi di recupero (cioé quelli che mentre il mondo cammina sono fermi da anni alla villica e miserrima domanda: i giornalisti e i critici sbafano in cambio di recensioni?) è costato 70 euro: decisamente un buon prezzo se rapportato a quello degli altri mosti/mostri sacri rossi. Conto finale di 238 euro in sei.
Assaggio del 12 dicembre 2005. Un grande classico alla prova del tempo e di alcuni palati di eccezione, nel nuovo locale di Pietro Rispoli, tra cui quello monfortino di Valter Musso, capo ufficio stampa di Slow Food, quello albese di Gigi Padovani, collega della Stampa, e di Vito Puglia, della segreteria nazionale di Slow Food. Il 1994 è la prima vendemmia di Luigi Moio tornato in Campania dopo l’esperienza a Bordeaux oltre che il primo Taurasi di Antonio Caggiano dopo le positive esperienze del Sale Domini, un anno spartiacque nella piccola storia del vino campano e meridionale. Due note sulla conservazione sicuramente non ottimale: la bottiglia, presa in cantina appena uscita in commercio, cioé nel dicembre 1997, è stata tenuta sempre al buio in una abitazione privata senza particolari accorgimenti soffrendo così il caldo estivo delle nostre prime estati tropicali. Nonostante questo il tappo, di ottima qualità, era completamente integro anche se, dopo dieci anni, sarebbe stato necessario di qui a poco sostituirlo se avessimo voluto conservare il vino ancora più a lungo.
Un servizio che al momento nessuna azienda campana garantisce e che alcune dovrebbero iniziare a fare per gli appassionati che hanno la memoria di annate straordinarie come la 1997 per i rossi e la 2001 per i bianchi. Versato nel decanter, in questo caso è davvero consigliabile, il Taurasi era perfettamente integro senza alcun cedimento strutturale, si presentava con una tela compatta e intensa, rosso rubino con sfumatura granata sull’unghia, segno del grande lavoro di concentrazione fatto in vigna. All’inizio ha presentato alcuni problemi di ossidazione che sono sfumati dopo una quindicina di minuti di ossigenazione.
Rispetto ai primi anni, quelli in cui uscì facendo fragore, al naso si è presentato sicuramente meno complesso, riacquistando le sfumature tipiche di tabacco, cuoio, ancora un po’ di liquirizia, nota balsamica, a little frutta rossa. In bocca invece ha mostrato una buona tonicità, con la spinta fresca ancora molto vivace e robusta, ben equilibrata con i tannini assolutamente morbidi ma ben presenti confermando una beva intensa, calda, di struttura, chiusa con un finale lungo, austero, elegante. In conclusione un bel vino che ha ben impressionato il panel di degustazione arrivato al 1994 passando per il 1997, di grande pregio, e il 1996, un’annata decisamente corta e poco complessa. Caggiano si conferma così, come Molettieri, essere un’azienda che ben presidia sul territorio la tradizione taurasina capace di sfidare il tempo grazie ad una impostazione molto seria che la colloca tra le protagoniste assolute della rinascita del vino campano di qualità.

Sede a Taurasi, Contrada Sala
Tel e fax 0827.74043
Sito: http://www.cantinecaggiano.it
Enologo: Giuseppe Caggiano
Bottiglie prodotte: 130.000
Ettari: 20 di proprietà
Vitigni: aglianico, fiano di Avellino, greco di Tufo


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