Massimo Lentsch | Dal rigore lombardo all’anima vulcanica della Sicilia

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Tonia Credendino
Ci sono uomini che entrano nel vino per tradizione familiare, altri per eredità, altri ancora perché quel mondo apparteneva già alla loro storia prima ancora che alla loro vita. Il percorso di Massimo Lentsch sembra invece nascere da qualcosa di molto diverso: una trasformazione personale lenta, quasi silenziosa, maturata lontano dalle narrazioni costruite e vicina piuttosto a quel bisogno umano di allontanarsi dalle proprie certezze per cercarne di nuove.
Bergamasco, imprenditore di formazione, Lentsch porta con sé quella concretezza tipica del Nord fatta di disciplina, misura e lavoro silenzioso. Ma osservandolo oggi, mentre racconta la Sicilia, i vulcani e il vino, si ha la sensazione che quella struttura iniziale nel tempo si sia lasciata attraversare da qualcosa di completamente diverso: il vento delle Eolie, la luce aspra del Mediterraneo, il senso quasi ancestrale di appartenenza che certi territori riescono a generare.
Tutto cambia nel 2005 durante una regata tra le Isole Eolie. La barca approda a Lipari e lui decide di allontanarsi dal porto per camminare verso l’interno dell’isola. A un certo punto il percorso si divide: una strada riporta verso il mare e la sicurezza della navigazione, l’altra conduce verso un sentiero sconosciuto. «Scelsi quella strada», racconta con semplicità. Eppure dentro quella frase apparentemente minima sembra esserci già tutto il senso della sua storia.

Perché lungo quel cammino Massimo Lentsch non incontra soltanto un paesaggio. Incontra una possibilità nuova di guardare sé stesso. La Piana di Castellaro gli appare come una visione: il silenzio, il vento, la terra vulcanica, il senso di infinito che il mare riesce a lasciare addosso quando incontra l’orizzonte delle isole. Da quel momento la Sicilia smette di essere una terra lontana e diventa qualcosa di profondamente personale.

Nasce così il progetto della Tenuta di Castellaro, costruito lentamente, senza forzature, quasi con rispetto reverenziale verso l’isola e la sua identità agricola. Ma ciò che colpisce ascoltandolo parlare non è tanto l’aspetto imprenditoriale quanto il modo in cui descrive il vino. Sul sito ufficiale Massimo Lentsch scrive: «Il vino rappresenta il frutto di anni di duro lavoro: è la realizzazione di un’opera d’arte che impegna mani, menti e soprattutto cuori». Una frase che racconta bene la sua visione: il vino non come prodotto, ma come conseguenza di un’esperienza umana.

Nel suo racconto tornano continuamente parole come ricerca, emozione, identità. «Ogni anno un nuovo obiettivo da raggiungere», scrive ancora, spiegando come ogni annata porti dentro non soltanto il clima, la vigna o il raccolto, ma anche qualcosa di profondamente personale: «In ogni bottiglia trasferisco la mia personalità, il mio essere e la mia forza di volontà». È forse proprio qui che si comprende perché abbia deciso di legare il proprio nome ai suoi vini. Non per vanità, ma per responsabilità.
Dopo Lipari arriva l’Etna. Un territorio completamente diverso, più duro, più verticale, più competitivo. Ma anche incredibilmente autentico. Lentsch osserva il vulcano per anni, incontra produttori, attraversa contrade, ascolta storie di uomini che vivono quotidianamente quella montagna viva e instabile. Comprende lentamente che l’Etna non può essere dominato, ma soltanto ascoltato.
Sceglie il versante nord, tra Passopisciaro e Randazzo, uno dei luoghi più identitari della viticoltura etnea. Qui le vigne ad alberello sembrano resistere al tempo come piccoli monumenti agricoli circondati da muri a secco e colate laviche. È un paesaggio duro, quasi primitivo, eppure straordinariamente elegante. Forse proprio per questo così vicino alla sua idea di vino.
Sul sito emerge chiaramente la volontà di costruire qualcosa che vada oltre la semplice produzione. La futura cantina etnea viene definita una vera “opera di paesaggio”, concepita per dialogare con il vulcano e integrarsi completamente nel territorio. Non soltanto un luogo tecnico, dunque, ma uno spazio culturale capace di raccontare l’Etna attraverso architettura, memoria e identità. Un progetto che nelle intenzioni di Lentsch dovrà diventare quasi un museo contemporaneo del vulcano.
Ed è qui che emerge il lato più visionario del suo percorso. Perché Massimo Lentsch non sembra interessato a diventare uno dei tanti nomi del vino contemporaneo. Vuole lasciare un segno riconoscibile, costruire qualcosa che abbia un significato anche umano e culturale. Lo si percepisce perfettamente in un’altra frase presente sul sito: «I miei sono vini che non urlano ma sussurrano sensazioni attraverso un linguaggio dal suono musicale». Una dichiarazione che finisce quasi per descrivere anche lui: misurato, elegante, poco incline all’ostentazione, ma profondamente determinato.
E forse il lato più bello della sua storia emerge proprio osservandolo accanto alla figlia. Perché dietro l’imprenditore, il produttore e il visionario si percepisce soprattutto la figura di un padre che ha avuto il coraggio di allontanarsi da una vita già definita per costruirne una nuova, trasformando lentamente un’intuizione personale in un’eredità condivisa. Oggi il vino, le vigne, Lipari e l’Etna sembrano tenuti insieme dalla stessa idea di cura con cui si custodisce una famiglia: proteggere, accompagnare, tramandare.
Ascoltandolo parlare si ha la sensazione che Massimo Lentsch non abbia trovato in Sicilia soltanto due territori in cui produrre vino. Tra le Eolie e il vulcano sembra aver trovato soprattutto un modo diverso di abitare il mondo.

 


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