di Marina Betto
Appresa la dipartita di Giuseppe Rinaldi ho rovistato subito tra le mie bottiglie in cerca di qualcosa di suo. Il miglior modo per ricordarlo, per onorare il suo lavoro è bere il suo vino, ho pensato. Le Langhe, il Barolo oggi perdono una parte di sé come un prisma a cui sono state tolte delle facce.
La sua cantina scura e autentica così lontana dall’ambientazione glamour di molte altre, è uno di quei luoghi in cui ci si innamora del vino, dei suoi segreti per farlo, dell’odore umido e pungente di certe fermentazioni. Con modestia raccontava di non aver fatto poi molto, avevano pianificato, costruito, ideato con sapienza suo padre, suo nonno e il suo bisnonno rispondendo a quel progetto agricolo che da metà ottocento aveva trasformato una regione come le langhe nel più significativo distretto dedicato alla viticoltura, ricalcando la Francia.
Non ha mai usato la barrique per domare, addolcire tannino e asperità del Nebbiolo, non condannando però chi lo ha fatto e lo fa. E’ rimasto sempre fedele alla tradizione senza alimentare con l’utilizzo di tecniche d’Oltralpe quel sentimento di sudditanza che molti produttori hanno nei confronti dei cugini francesi ma affermando di trovare nella cultura enoica piemontese la quadratura del cerchio.
Il Barolo deve rimanere un vino difficile, vampiro del tempo per colorare il suo tono esangue d’arancio, per profumare di viole incenso e china, per sprigionare la sua potenza coinvolgente tra le pieghe del suo tessuto di seta. R
imangono le figlie Marta e Carlotta a continuare il lavoro del padre a cui Giuseppe Rinaldi avrà saputo certo trasmettere tutto il suo sapere e la storia continua.
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