Napoli, Da Vittorio Presto e Bene. Da 30 anni all’Arenella

Da Vittorio. Presto e Bene
Via Ugo Niutta 23 – 25, Arenella
Tel.081. 556 91 15
Aperto solo a pranzo: dal lunedì al sabato –h.12-00 – 16,00
Ferie: tre settimane centrali in agosto
c/credito – Bancomat: no
Asporto: si

di Giulia Cannada Bartoli

Via Ugo Niutta, nel quartiere Arenella, collega Piazza Arenella a Piazza Medaglie d’Oro. Forse non tutti sanno che Ugo Niutta, nato a Napoli a fine ‘800, sottotenente di complemento della 28ª squadriglia aeroplani, morì per le ferite riportate in combattimento aereo e fu insignito della medaglia d’oro al valor militare. Nel 1921 l’Aeroporto Militare del Campo di Marte (oggi, Capodichino) venne intitolato alla sua memoria. Da allora il nome “Ugo Niutta”, seppur poco usato, rimane nella denominazione ufficiale dell’Aeroporto Internazionale di Napoli. Secondo alcune fonti, l’origine del nome Arenella è da collegarsi al fatto che uno dei nuclei antichi di tale zona, Piazzetta Arenella, si presentava e si presenta oggi, come una piccola arena, in cui si svolgevano gli incontri, i mercati e le manifestazioni civili e religiose più importanti. Altre voci di popolo invece attribuiscono tale denominazione, ai detriti arenosi provenienti dalla Collina dei Camaldoli, che, trasportati dall’acqua piovana, si depositavano appunto piazza di cui sopra, si tratta della stessa spiegazione attribuita al nome del quartiere Arenaccia .In particolare prima del XX secolo nella zona collinare della città, costituita allora per lo più da zone agricole, non si denominavano mai o quasi gli spiazzi presenti sul territorio col termine di piazza o piazzetta, bensì, col nome di “Largo” (come ad esempio Largo Antignano, tuttora esistente) o di “arena”, le cui deformazioni di quartiere, sono appunto quelle di Arenella e Arenaccia. Il luogo, essendo isolato e molto scosceso, rimase, fino al ‘900, privo d’insediamenti di rilievo. Erano presenti, oltre a poche solitarie ville nobiliari (sorte dal ‘600 in poi ad opera di notabili napoletani, come dimore di villeggiatura), esclusivamente due nuclei abitativi rurali: il Villaggio Arenella e le Due Porte.

Le vie d’accesso erano sentieri in aspra salita, percorsi per lo più a dorso d’asino L’urbanizzazione del “Nuovo Rione Arenella” era già nei piani del Risanamento del 1886, ma la società Risanamento,  per carenza di fondi, iniziò ad eseguire i lavori necessari solo nel 1927; con l’intenzione, peraltro, di destinare a giardini, vie e piazze più della metà del territorio da urbanizzare. Il nucleo della nuova sistemazione fu la struttura a raggiera di Piazza Medaglie d’Oro. Prima della II Guerra Mondiale fu dunque realizzata l’ossatura dell’impianto viario, ma ben poche costruzioni abitative. Nel corso degli anni ’20, la salubrità dei luoghi spinse gli urbanisti a indicare la parte più alta dell’Arenella come sede ideale per un grande complesso ospedaliero. La zona è stata massicciamente urbanizzata a partire dalla seconda metà del Novecento, a causa della saturazione edilizia del vicino Vomero. La storia del Vomero affonda le radici nella Napoli greca ed è molto anteriore all’urbanizzazione partita nell’ottocento e completata nel secolo successivo.

In età romana, la collina si chiamava “Paturcium” da Patulcius, epiteto di Giano, Dio di ogni apertura cui la collina era dedicata, che significa appunto “colui che apre”. Trasformato nel medioevo in “Patruscolo” e poi “Patruce” da Pontano nel Rinascimento, nel ‘600 si diffuse poi il nome attuale derivante dal “casale del Vommaro”, dove pare si svolgesse una specie di palio tra i contadini che gareggiavano a chi facesse il solco più dritto con i vomeri; dalla città affluivano i curiosi al grido di “jammo a vedè ‘o juoco d’’o vommaro”, trasferendo così al luogo il nome dell’attrezzo. Comunque proprio l’attività legata ai campi e la gran messe di verdure coltivate gli valsero per secoli il soprannome di Collina dei broccoli. Al culmine del colle, nel 1170, fu realizzata una torre di vedetta al posto della quale, nel 1300, gli angioini costruirono una certosa e un belforte poi ristrutturato nel 1500 dal viceré Don Pedro de Toledo che diede forma all’attuale Castel Sant’Elmo.

Nel territorio dell’Arenella vi sono la Zona Ospedaliera ed il Parco Urbano dei Camaldoli. La Collina dei Camaldoli, con i suoi 452 metri sul livello del mare, è il rilievo più alto della città. La sua origine viene fatta risalire a circa 35.000 anni fa, in seguito a violente eruzioni che colpirono tutta l’area vulcanica dei Campi Flegrei. Sul punto più alto della collina è stato fondato nel 1585 l’edificio dell’Eremo che attualmente ospita suore brigidine.

Sulle colline dei Camaldoli ritroviamo oggi meritevoli tentativi di ritorno alla viticoltura di città, in un pezzetto di terra, strappato alla lottizzazione immobiliare, stanno venendo fuori incantevoli terrazzamenti curati a pergola e scelti per la coltivazione di cloni selezionati di falanghina e piedirosso.

Facciamo un salto in avanti di qualche secolo, sino al secondo dopoguerra, quando, la sempre più consistente domanda abitativa e la conseguente solita speculazione edilizia degli anni sessanta, che imperversava in tutta Italia e in particolare nel Mezzogiorno, ebbe vita facile, soffocando e spesso soppiantando le sobrie ed eleganti architetture vomeresi, con enormi fabbricati in cemento armato, facendo perdere al quartiere gran parte del suo fascino. Con la scomparsa di quasi tutti i giardini, la distruzione di buona parte del complesso di villini in stile Liberty (come il palazzo della foto in basso tratta dal sito Napoli on line), il Vomero si è andato configurando come un qualsiasi quartiere alto-borghese, arrivando ad inglobare l’Arenella e spingendosi fino alle pendici della collina dei Camaldoli, con alcuni autentici scempi edilizi.

E’ in questo contesto che si popola in quegli anni anche Via Niutta, dove al n. 23 si trova da trent’anni la Trattoria da Vittorio, Presto e Bene.

Vittorio è il papà dell’attuale titolare Salvatore Di Vito. Parliamo di una famiglia vomerese che negli anni ’70 decise di tentar fortuna in America, dove per circa 12 anni si occupò di ristorazione, costretti allora a vergognosi mix tra fast food e cucina  italiana. Al rientro in Italia, Don Vittorio aprì la trattoria di Via Niutta con la moglie Immacolata Polito. Qui solo sana cucina napoletana di mammà. Intanto, Salvatore, che aveva imparato bene l’inglese, continuò l’avventura in Germania presso una base Nato per 3 anni. Il tempo passava e Don Vittorio e Mamma Immacolata avevano bisogno di aiuto, Salvatore, pur con qualche esitazione, oggi completamente svanita, rientrò a Napoli e, poco a poco, assunse la gestione della trattoria. Allontaniamoci per un attimo da Via Niutta: ad una manciata di chilometri, alle spalle di via Mario Fiore, dove si trova il presidio ospedaliero pediatrico Santobono – Pausillipon, il più grande del Sud Italia, si trova il rione Antignano, una delle aree più antiche del quartiere collinare del Vomero.

La zona nasce al tempo dei Romani come un semplice nucleo abitativo rurale, sulla “Via Puteolis Neapoli per colles” strada che, prima dello scavo della galleria di collegamento tra Fuorigrotta e Mergellina, costituiva l’unico collegamento via terra tra la zona flegrea e la città. Intorno al II secolo d.C. la strada fu risistemata e chiamata via Antiniana (da cui il nome attribuito prima all’intera zona).Agli inizi del Medioevo lungo quella strada e le altre vie consolari che univano Napoli a Nola, ad Atella, Capua e Cuma, si formarono numerosi piccoli insediamenti agricoli, chiamati “casali”. Antignano risulta essere, fin dal tempo ducale, uno degli oltre cinquanta casali che circondavano Napoli, i cui abitanti scendevano in città a vendere prodotti agricoli. In epoca borbonica Antignano fu un punto nevralgico del Dazio, di cui si conserva ancora la sede, un piccolo edificio a due archi sul cui fianco campeggia l’iscrizione: “Qui si paga per gli regj censali.

In questo stesso luogo, oggi, si sveglia ogni mattina alle 7,00 il mercato Rionale di Antignano, simbolo di tempi passati, ma pur sempre luogo folcloristico e carico di ricordi. L’area, nel corso di questi ultimi tempi, è stata oggetto di numerose ipotesi sia, di dislocamento che, di chiusura. Per i residenti, il Mercato di Antignano è un luogo di ricordi, uno spaccato di vita e un’ottima occasione di fare acquisti spendendo il minimo. Ci sono bancarelle una accanto all’altra, forse troppo vicine, con ambulanti che urlano il prezzo della propria merce.

I passanti vengono allietati anche da siparietti di verace allegria partenopea. Non mancano le note neo melodiche, da Nino D’Angelo a Gigi D’Alessio, ma la città è anche e soprattutto questo. I mercati con la loro folla, riescono a fotografare veri scorci napoletani, svelandone tutte le contraddizioni. Torniamo alla Trattoria di Salvatore Di Vito: appena una decina di tavoli, tovaglie quadrettate usa e getta, hotellerie classica da osteria, bicchieri da vino inclusi . La cucina, come la grande vetrina per secondi e contorni, è a vista.

Si comincia a lavorare presto, Salvatore si occupa della spesa, i fornitori sono tutti del Vomero, gli stessi sin dall’inizio. In particolare lo storico Panificio Finelli – Ambrosino. La qualità delle materie prime è fondamentale per noi, mi conferma Salvatore, “per questo motivo preferiamo gestire soltanto il pranzo e l’attività di asporto”. Nulla viene riciclato dal giorno prima, resto colpita da deliziosi polpettoncini al sugo o fritti, monoporzione, ad ognuno il suo, spesso su ordinazione, ovvero, senza o, con aglio a seconda dei gusti.

Il menù è giornaliero e, dal momento che la clientela è quasi tutta abituale, è anche molto assortito, rispettando la “ regola” delle famiglie di una volta, ovvero il calendario settimanale dei piatti. Lunedì e venerdì: pasta e fagioli o, lenticchie; Martedì: pasta e patate con la provola; mercoledì: pasta e ceci; giovedì: pasta e piselli, o, zucca e provola; sabato: seppie e piselli, o, peperoni. I primi piatti del giorno sono almeno una decina, circa quindici i secondi e tantissimi contorni.  I primi variano dalle pennette con pomodorino e pesto di rucola, al riso con patate, al sugo o con legumi, alla tradizionale genovese che i cuochi Susy e Marco preparano con una leggera variazione: l’aggiunta di qualche pomodorino del piennolo; pasta al forno con polpettine e mozzarella che è tra i piatti più richiesti

e che, in primavera, si prepara in bianco con verdure e polpettine; gnocchi alla sorrentina; crostata di tagliolini appena rosé; pasta alla siciliana a mò di timballo, nel senso che la teglia viene foderata di fette di melanzane fritte, una volta sformato è una vera meraviglia.

Più o meno un paio di volte al mese, la cucina non fa mancare gattò di patate casalingo, lasagne o, schiaffoni con ricotta, ragù e mozzarella. Del resto, mi dice Salvatore: “La cucina della tradizione, non si studia, s’impara tramandandola da generazione a generazione, da famiglia a famiglia, con personali interpretazioni. Ai primi caldi compare l’insalata di riso, fresca ogni giorno profumata con tanto basilico.

Naturalmente, la cucina non può preparare per un esercito, perciò, dalle 14,00 Salvatore comincia a cancellare dalla lavagnetta  piatti che sono terminati. Molti clienti passano prima di andare al lavoro e prenotano in anticipo. Le porzioni sono davvero imponenti, si potrebbe tranquillamente fermarsi al primo piatto, ma, qui, chi non ha fretta, trova persino un paio di quotidiani da leggiucchiare, giusto il tempo che arrivi la voglia di assaggiare qualcos’altro, ecco allora la parata di secondi e contorni: la scelta di pesce è semplice e sempre fresca: frittura di alici e calamari asciutta e croccante, filetti di dentice all’acqua pazza, polpo in insalata, o, polipetti alla luciana, pesce spada alla griglia, o, calamaro alla brace.

I secondi di carne sono tanti, completati dai contorni tipicamente napoletani che, più che contorni (ossia una pietanza che accompagna il piatto principale) sono spesso e volentieri veri e propri piatti unici,

come la parmigiana di melanzane, i peperoni al gratin, i medaglioni di melanzana indorati e fritti con provola e prosciutto, la mitica mozzarella in carrozza.

A seguire tutte le verdure di stagione: peperoni al gratin, zucchine alla scapece o, lesse, patate al forno, verdure miste alla griglia, broccoli, carote in insalata, e fresche insalate miste preparate al momento.

Torniamo alla carne: squisito il polpettoncino monoporzione, ancora, coscette di pollo al forno, scaloppine al vino, o, al limone, petti di pollo alla griglia per chi è a dieta,

provola alla brace, bistecche, hamburger preparate dal macellaio di fiducia e salsicce al forno o, alla griglia, con patate o, friarielli.

I latticini vengono da Agerola e la mozzarella è del’agro aversano. Il pane è fantastico, tra l’altro, Salvatore lo taglia a fette alte circa tre dita, come piace ai napoletani.

Questo ritrovo è un po’ come il bar del quartiere, tutti si conoscono o, si conosceranno visto che vengono qua ogni giorno. Sono medici, personale dei vicini ospedali, impiegati di banca, rappresentanti, commercianti, qualche studente, operai che lavorano in zona, coppie anziane che non hanno voglia di cucinare a casa, insomma un po’ di tutto. La cucina, a parte i fuochi professionali, assomiglia a quella di casa, pensili e mensole, piastrelle bianche con qualche decoro.  Salvatore è praticamente un fulmine tra cucina, sala, e organizzazione degli ordini da asporto, quelli delle persone in fila e quelli che arrivano per telefono.

L’atmosfera è vivace, nessuno – come si dice a Napoli – si piglia collera – a causa della fila: mentre si aspetta, si chiacchiera, magari, si pilucca un piatto di alici fritte che il nostro oste ha provveduto a far uscire a volo, o, si commentano i risultati del figlio di Salvatore che gioca a calcio da professionista, una volta anche nella squadra giovanile del Napoli…sarà nata una stella? Salvatore, questo ragazzone dagli occhi blu ha cominciato a lavorare in cucina da ragazzino, 40 anni di esperienza non sono pochi…Il suo obiettivo consiste nel garantire qualità, semplicità, cucina sana e prezzi modici, insomma, presto e bene, mica bruscolini. La folla incessante dalle 12 alle 16 lo testimonia. Il vino è della casa, falanghina ed aglianico del beneventano: per mezzo litro, due euro. Frutta di stagione,

il dessert si fa in casa solo di sabato, quando non c’è la confusione degli uffici e dell’asporto: torta caprese, tiramisù, pastiera, qualche crostata. S’impiatta con garbo e attenzione, non siamo in una cucina stellata, ma, la fogliolina di basilico e la presentazione ordinata sono la regola. Si conclude secondo tradizione: caffè Passalacqua in tazza bollente e limoncello fatto in casa.

Se proprio non volete rinunciare al dolce, a pochi passi, in piazza Arenella c’è la seconda sede storica della pasticceria Bellavia , sfogliatelle, cassata, cannoli etc etc, il meglio della pasticceria siciliana e napoletana. Eccoci al quid: il rapporto qualità – prezzo è straordinario. I primi piatti variano da 3,50 a 5,00 euro; i contorni 2,00 euro, per un piatto misto di contorni, 4,00 euro; secondi di pesce tra 5,00 e 6,00 euro; i secondi di carne in genere 5,00 euro, scaloppine e bistecca un paio d’euro in più; prosciutto e mozzarella 7,00 euro; coperto 1,00 euro, servizio 10%. L’asporto costa un po’ meno, non ci sono coperto e servizio.

Facciamo i conti della serva: pasta alla siciliana 5,00; polpettoncino o bistecca 5,00 o 7,00 euro; contorno 2,00 euro, vino 2,00, acqua e coperto 2,00: siamo a 18,00 euro + 10% servizio = 19, 80 euro, aggiungete circa 4,00 per una coppetta di fragole, caffè e limoncello, arriviamo circa a 24,00 euro…

ma voi ce la fareste a mangiare tutto questo? La sfida è aperta…

Non c’è dubbio: Papà Vittorio al quale Salvatore ha dedicato il nome del locale,  che da casa segue le vicende della trattoria , oggi sarà decisamente orgoglioso e soddisfatto per il lavoro svolto con passione in tutti questi anni.


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