Nero di Troia di Santa Lucia

Pubblicato in: I vini del Mattino

Siamo usciti dal padiglione America Latina della Fiera d’Oltremare, una serata ben riuscita dell’Anteprima di Vitigno Italia, con un nome in testa: Paolo Caciorgna. Già, proprio lui, l’enologo toscano capace di entrare come pochi nell’anima di un’uva autoctona e valorizzarla senza piallarla. Il suo primo passo vesuviano è stato il Greco di Tufo di Benito Ferrara con Attilio Pagli, poi l’inizio dell’avventura con l’avvocato Alberto Barletta che ha regalato un Conca rosso fruttato, moderno, a base di aglianico. Nell’ampio panorama di oltre 150 vini in Anteprima, spicca il suo Nero di Troia pensato per l’azienda Santa Lucia di Roberto Perrone Capano. Questo Riserva Le More 2003 è sicuramente uno dei rossi più straordinari che abbiamo mai provato negli ultimi mesi, secondo forse solo al Taurasi Cinque Querce di Salvatore Molettieri che gioca di potenza e concentrazione. Il Riserva Le More di Roberto è fuori dal comune: come ha sottolineato la Guida dei Vini dell’Espresso, «è al momento il più grande vino a base di nero di Troia d’Italia. Eserciterà molta influenza sui vicini e concorrenti». Infatti siamo stati storditi dalla esuberanza non stucchevole del frutto, more nome omen, intenso e persistente, distante da ogni sentore legnoso. Il palato è conquistato dalla morbidezza sostenuta bene dalla freschezza, un rosso scanzonato, privo della preoccupazione di stupire ad ogni costo, moderno, strutturato ma non spigoloso, da bere assoluto perché compiuto. Un fuoriclasse, insomma, che traccia un percorso inedito nel panorama dei vini italiani, quasi una berlingueriana terza via fra i bicchieri muscolosi e quelli tradizionali, tra la vaniglia e il tabacco. Il Riserva Le More 2003 di Roberto, napoletano doc, è stato presentato in una serata che ha posto un problema più complesso della obsoleta dicotomia tra autoctoni e internazionali. Ossia, è sufficiente lavorare uve del territorio per esprimere la tipicità se si usano tecniche di vinificazione protocollate su cabernet e chardonnay e sempre gli stessi lieviti? Un cinese e un irlandese sono poi tanto diversi nel modo di essere se vivono e lavorano a New York? Il grande enologo si scopre dunque non quando lavora l’aglianico pensando al cabernet, ma se tira fuori le caratteristiche dell’uva. L’alternativa è, in nome della Grande Papilla Internazionale, la distruzione del varietale, come è avvenuto per il nero d’Avola, ormai irriconoscibile, stravolto dal suo stesso successo commerciale. Noi al nero d’Avola, paragonabile nella maggior parte dei casi agli indiani assoldati da Buffalo Bill nei circhi in giro per l’Europa, preferiamo il nero di Troia.


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