
Uno dei luoghi comuni rovesciati solo negli ultimi anni è che sulla pizza ci devono andare alimenti di qualità.
La feccia dei locali, invece, ha diffuso l’idea, accettata da molti consumatori, che sulla pizza ci possa andare ogni cosa tanto è “buona comunque”.
Sui margini di dieci, quindici centesimi, dunque, spesso si consumano le peggiori nefandezze, dalle paste congelate al pomodoro cinese, alle cagliate tedesche e altro ancora. A Napoli come nel resto d’Italia.
Ma il rovescio della medaglia è anche una pasoliniana perdita d’identità palatale da parte dell’italiano medio.
Sul blog del Mattino racconto di una mia esperienza recente in una pizzeria di fresca apertura dove i bravi titolari, appassionati di prodotti di qualità e presidi Slow Food, sono stati costretti ad introdurre anche wurstel e ketchup per non vedere parte i genitori lasciare il tavolo dopo il diniego alle richieste dei loro figli.
La cosa più incredibile è il completo rovesciamento di prospettiva: prima i genitori educavano i figli al meglio possibile tenendoli lontano da prodotti industriali pieni di conservanti e coloranti di cui poco si conoscono gli effetti sul lungo termine.
Ora la soglia di percezione del pericolo si è talmente abbassata, che questi si comportano in modo anomalo. Come prendere i propri figli, allontanarli dall’aria pura di un prato e farli respirare in tunnel cittadino perché a loro piace guardare le macchine e non il mare.
Siamo all’origine della crisi? Penso proprio che questo sia il nodo di tutto: una educazione premiale a prescindere.
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