
di Rocco Catalano
Places of Origin: Wines of Southern Italy di Maria Liotta è stato presentato al pubblico italiano il 16 aprile, a Palazzo Margherita (Bernalda – MT). Non una presentazione, ma una restituzione: di anni, di passi, di incontri, di ascolto.
Nel silenzio elegante del palazzo lucano – luogo che già di per sé è narrazione, stratificazione culturale, cinema e memoria – il lavoro di Liotta ha trovato una cornice coerente, quasi inevitabile. Perché questo libro, più che un compendio, è un attraversamento. E come ogni attraversamento autentico, porta con sé una trasformazione.
Un atlante umano prima ancora che enologico
Il dato, freddo, impressiona: oltre vent’anni di ricerca, nove anni di scrittura, 65 denominazioni d’origine protetta attraversate, più di 400 produttori incontrati, moltissimi vini degustati. Ma fermarsi ai numeri significherebbe tradire la natura stessa del progetto.
Places of Origin è un atlante, sì, ma umano prima ancora che enologico. Le quattro regioni – Campania, Calabria, Basilicata e Puglia – emergono non come categorie amministrative o produttive, ma come sistemi viventi. Territori dove la vite non è solo coltura, ma gesto culturale, continuità storica, scelta identitaria.
Liotta adotta un impianto rigoroso, quasi accademico, utilizzando ogni DOP come lente d’ingrandimento. Ma dentro questa struttura si muove qualcosa di profondamente personale: una tensione narrativa che tiene insieme geologia e memoria, dati e voci, mappe e volti.
Il Sud come spazio resistente
C’è un passaggio, tra le pagine del libro, che più di altri restituisce il senso profondo del lavoro: l’idea che il Sud vitivinicolo italiano rappresenti una forma di resistenza. Non folkloristica, non retorica. Ma concreta.
Resistenza all’omologazione, innanzitutto. In un mondo del vino sempre più orientato verso standard internazionali, varietà globali e modelli replicabili, il Sud raccontato da Liotta si muove in direzione opposta: centinaia di vitigni autoctoni, spesso confinati a microaree, pratiche agricole che dialogano con la natura più che dominarla, economie locali ancora legate a comunità e relazioni dirette.
Non è un caso che l’autrice sottolinei come molti produttori lavorino con logiche che sfuggono al tempo industriale. Qui le scadenze non le detta il mercato, ma la terra. Non è romanticismo: è un altro modello.
Il paradosso del valore
Uno degli aspetti più lucidi del libro riguarda il rapporto tra qualità e prezzo. I vini del Sud, scrive Liotta, offrono spesso livelli qualitativi elevati a costi sorprendentemente contenuti. Un “disallineamento” che il mercato internazionale fatica ancora a comprendere.
Ma la spiegazione è culturale prima che economica: molti produttori continuano a pensare il vino come bene accessibile, destinato alla comunità, agli amici, ai vicini. Un’eredità contadina che resiste alle logiche speculative e che, paradossalmente, rappresenta oggi uno dei più grandi asset competitivi di questi territori.
Per un mercato come quello americano – a cui il libro implicitamente si rivolge – questa varietà e accessibilità costituiscono un’opportunità straordinaria. Eppure, persistono stereotipi duri a morire: l’idea che i vini del Sud siano “difficili”, “troppo estremi”, poco allineati ai gusti internazionali.
Liotta smonta questa narrazione con metodo e pazienza, mostrando invece un universo articolato: vini che spaziano dal quotidiano al complesso, dal fresco al potente, dal didattico al contemplativo.
Un’opera necessaria
Nel panorama editoriale contemporaneo, pochi lavori possono vantare un simile livello di completezza sul Sud Italia. Non solo per ampiezza, ma per profondità e coerenza.
Oltre 120 produttori raccontati, più di 500 vini analizzati, 260 fotografie e 21 mappe originali: elementi che non sono semplici corredi, ma strumenti di orientamento. Il libro è pensato per essere consultato, attraversato, studiato. Non necessariamente letto in modo lineare, ma abitato.
E in questo senso diventa qualcosa di raro: un’opera di riferimento che non rinuncia alla dimensione narrativa. Un testo capace di parlare allo studente di vino quanto all’appassionato, al professionista quanto al viaggiatore.
Bernalda, o della coerenza dei luoghi
La scelta di presentare il libro a Bernalda non è stata neutra. In quella geografia sospesa tra interno e costa, tra Basilicata profonda e apertura mediterranea, si ritrova molto dello spirito del libro. Il Sud raccontato da Liotta non è una periferia, ma un centro alternativo. Un luogo da cui ripensare il vino – e forse non solo il vino – a partire da categorie diverse: lentezza, relazione, identità, complessità.
Oltre il libro
Alla fine della presentazione, resta una sensazione precisa: questo lavoro arriva in un momento necessario. In un tempo in cui il racconto del vino rischia spesso di appiattirsi tra punteggi, classifiche e narrazioni standardizzate, Places of Origin riporta al centro ciò che conta davvero.
I luoghi. Le persone. Le storie.
E forse, soprattutto, una domanda implicita che attraversa tutto il libro e che, inevitabilmente, arriva anche a chi legge: quanto siamo disposti, oggi, a perdere tempo per capire davvero un territorio?
Perché è proprio lì, in quel tempo speso – tra vigne, strade secondarie, conversazioni senza fretta – che nasce la conoscenza. E, qualche volta, anche qualcosa che assomiglia molto alla verità e che si chiama Umanità.
Prosit e Serenità
La musica che ha accompagnato queste parole è Andrea Laszlo De Simone – Immensità
WineRock ___Rocco Catalano
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