Quando il menu diventa scena al Ristorante Torre la Isola Vicentina

di Valentina Ruzza

Tra le curve morbide dei colli vicentini e il respiro lento della campagna, Ristorante Torre è un luogo che sembra sottrarsi volontariamente al rumore del presente. Qui il tempo non viene accelerato né compresso: viene lasciato scorrere.

La cucina non cerca l’effetto immediato, ma la profondità. E soprattutto sceglie una strada rara: quella del racconto. L’esperienza comincia prima del piatto. La sala è calda, misurata, attraversata da una luce che invita al silenzio. Il camino acceso, il legno vivo, l’assenza di qualsiasi fretta creano una sospensione naturale. In questo spazio, la cena prende la forma di un piccolo teatro gastronomico. E il menu non viene semplicemente letto: viene interpretato.

A guidare il percorso è Francesco, che non si limita al servizio, ma accompagna l’ospite come un narratore. Ogni piatto viene introdotto con parole scelte, immagini, piccoli ritmi che ricordano filastrocche sussurrate. Non c’è recitazione, ma intenzione.

La parola prepara il palato, come un prologo prepara la scena. Qui si ascolta prima di mangiare. Gli antipasti aprono il racconto con equilibrio e misura. La carne salada con spugna alle erbe, frutti rossi e spuma di ricotta affumicata è un piatto elegante, costruito su contrasti controllati: la carne resta protagonista, i frutti rossi portano acidità, la ricotta chiude con una nota avvolgente. È una proposta matura, che non cerca scorciatoie. Più audace l’ovetto a bassa temperatura su salsa olandese al cioccolato bianco e cialda di speck, introdotto come un gesto di conforto “morbido, ma con carattere”. L’abbinamento è rischioso, ma governato: la dolcezza resta accennata, lo speck spezza, l’uovo lega.

Un piatto che divide, ma che ha una voce chiara. La trota marinata con rösti di patate e maionese dello chef rassicura per pulizia e linearità, mentre la fantasia di verdure in varie cotture con spugna alle erbe di bosco e cialda di pane rivela una mano vegetale attenta alle consistenze, mai decorativa. Il tris di formaggi freschi con salsa alle olive nere, fiori di cappero e spuma al pomodoro chiude il reparto con una proposta corretta e ben costruita, forse più didattica che emozionale, ma coerente. I primi piatti sono il cuore identitario della cucina. Le fettuccine all’uovo con tartufo aestivum puntano sull’essenzialità: il tartufo accompagna senza dominare, lasciando spazio alla pasta e alla sua struttura. I canederli al burro e salvia parlano la lingua della montagna con autenticità, tra comfort e rigore.

Gli schlutzkrapfen con ripieno di stagione seguono la stessa linea territoriale, mentre gli spätzle alla rapa rossa con cipolla e mandorle tostate rappresentano uno dei passaggi più interessanti del menu: colore, gusto e croccantezza dialogano con equilibrio, senza ammiccare alle mode. Il risotto con mazzancolle, zafferano e olio al basilico convince per precisione e pulizia, mentre il gazpacho, fuori contesto solo in apparenza, funziona come pausa fresca e intelligente, soprattutto nei mesi più caldi. Nei secondi entra in scena il carattere. Le coscette di pollo alla brace con maionese al lampone sorprendono per l’abbinamento, ma funzionano grazie a una brace pulita e a un’acidità ben dosata. La cartuccera con senape e miele è comfort puro, goloso e consapevole. Le tagliate di manzo, così come costate e fiorentine, affidano tutto alla materia prima, con una cucina che fa un passo indietro, come è giusto che sia. La suprema di faraona cotta a bassa temperatura è uno dei piatti più eleganti del percorso: succosa, precisa, rispettosa. La tagliata di cervo ai frutti di bosco racconta il bosco senza eccessi selvatici, mantenendo equilibrio e profondità. La trota dell’Astico al forno con salsa bernese all’aneto sorprende per l’abbinamento, ben calibrato e mai invadente. La burrattina dello chef chiude il reparto con una scelta semplice, quasi meditativa. Il finale è affidato a una pasticceria che non cerca virtuosismi inutili. Il Meringamisù alleggerisce il classico con intelligenza, lo strudel di pere e mele rassicura senza nostalgia forzata, la panna cotta convince per pulizia. Ma è il Dolce Amaro a lasciare il segno più adulto: una chiusura meno prevedibile, capace di fissare il ricordo senza addolcirlo troppo. Al Ristorante Torre non si esce con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo urlato. Si esce con la percezione di aver ascoltato una storia. Raccontata a bassa voce, piatto dopo piatto. Ed è proprio per questo che resta.

Ristorante Torre

Via Bellavista, 1 – 36033 Isola Vicentina (VI)


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