
di Fabiola Pulieri
C’è un ristorante ad Ischia, a Forìo, dove la cena inizia molto prima di sedersi a tavola quando la strada asfaltata finisce, i rumori tacciono, la confusione si spegne e resta soltanto il vento che arriva dal mare. Comincia con una passeggiata sospesa tra roccia e orizzonte e continua lungo 155 gradini che sembrano accompagnare i pensieri lentamente fuori dal tempo.
In cima, affacciato sull’infinito, c’è il Faro di Punta Imperatore e all’interno di uno dei luoghi più magnetici dell’isola brilla il Ristorante Luci’.
Non può definirsi soltanto una destinazione gastronomica ma un’esperienza rara, quasi cinematografica. Non sorprende infatti che proprio qui, a settembre 2025, abbiano scelto di sposarsi Venus Williams e Andrea Preti: pochi luoghi al mondo riescono a restituire la stessa sensazione di isolamento elegante, di bellezza autentica e selvaggia, di privacy e pace.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla location perché il vero cuore di Luci’ è la cucina di Antonio Monti. Giovane, ischitano al cento per cento, figlio di una delle famiglie della ristorazione storica dell’isola, Monti porta nel suo percorso il peso e insieme il privilegio di una tradizione conosciuta e vissuta a Ischia sin da bambino. Eppure, proprio da ragazzo, ha scelto di partire. Ha viaggiato, lavorato all’estero, assorbito tecniche, visioni, linguaggi contemporanei. Poi il ritorno, non nostalgico, ma consapevole.
La sua cucina racconta esattamente questo: radici profondissime e sguardo aperto. Le materie prime arrivano quasi esclusivamente dal territorio. Ortaggi, latticini, frutta, pesce e carne parlano il linguaggio del chilometro zero e della stagionalità. Tuttavia nei piatti nulla appare scontato. Le tecniche sono raffinate e le cotture rigorose, gli abbinamenti spesso sorprendenti e qualche volta anche azzardati ma sempre studiati e percepiti come risultato di una lunga ricerca. La tradizione ischitana viene alleggerita, reinterpretata, a volte destrutturata, mantenendo però intatta la sua identità emotiva.
Anche la logistica in questo luogo diventa racconto. Come per la ristrutturazione affidata all’Architetto Giovannangelo De Angelis, ischitano e profondo conoscitore del luogo, al quale la Floatel ha affidato il progetto di conservazione e trasformazione, non essendoci grandi spazi da adibire allo stoccaggio, anche l’approvvigionamento del ristorante avviene attraverso una teleferica che ogni giorno collega il faro alla terraferma, trasportando ingredienti freschissimi fino alla cucina sospesa sul mare. I lievitati, invece, nascono interamente in loco, lavorati con farine di grani antichi siciliani di Molini del Ponte – Filippo Drago e farine di Montefrumentario: un dettaglio che racconta bene la filosofia del progetto, fatta appunto di ricerca e identità.
Prima della cena però c’è un rituale che merita di essere vissuto: l’aperitivo al tramonto sulla terrazza del faro. Mentre il sole scende lentamente sul mare e le prime luci iniziano ad accendersi (quelle del faro, del bar, della terrazza sospesa sull’orizzonte) l’atmosfera cambia completamente, diventando quasi irreale. Si possono scegliere cocktail, mocktail oppure un calice di vino in abbinamento a sei finger food pensati quotidianamente dallo chef: proposte di mare, carne, vegetariane, ostriche, tartare, focacce e piccoli assaggi creativi che cambiano seguendo stagionalità ed ispirazione.Anche dietro la drink list e gli abbinamenti si percepisce una lunga ricerca: ogni ricetta del barman nasce infatti da studio, sperimentazione e desiderio di equilibrio, mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con l’identità mediterranea del luogo attraverso infusi, liquori e spezie home made.
E poi c’è il nome del ristorante: Luci’, un omaggio a Lucia Capuano, la prima donna a lavorare in un faro. Colei che dopo la morte del marito ha continuato a vivere lì, a Punta Imperatore, insieme ai suoi sette figli, occupandosi dell’accensione del faro come fosse una missione, una responsabilità morale verso il mare e verso chi navigava nel buio. Una storia potente, femminile, profondamente mediterranea, una storia di coraggio e resilienza. Una memoria presente e discreta che rende il luogo ancora più intenso.
La sala del ristornate segue la coerenza stilistica dell’intera struttura. Pochi tavoli, atmosfera intima, mise en place essenziale ma accogliente. Nulla è eccessivo, nulla invade. Il personale discreto e attento accompagna l’esperienza con naturalezza e misura, mentre gli arredi richiamano un’eleganza anni Cinquanta, quasi da vecchio film italiano ambientato sul mare, in uno stile Mid-Century reinterpretato in chiave contemporanea e minimale. E proprio il servizio diventa parte integrante del racconto grazie al maitre Francesco Siciliano, autentica voce narrante del Faro che con preparazione, sensibilità e grande capacità empatica, accompagna gli ospiti tra la storia di Punta Imperatore, gli aneddoti, il significato dei piatti e le proposte enogastronomiche. Lo fa quasi sottovoce, con garbo, senza mai invadere la scena, ma riuscendo a incuriosire e coinvolgere profondamente chi ascolta. È lui, spesso, a traghettare gli ospiti dentro l’anima più autentica di Luci’, trasformando la cena in una piccola esperienza immersiva fatta di memoria, sapori e suggestioni.
Prima ancora che il percorso gastronomico abbia inizio, arriva un gesto semplice ma profondamente simbolico: l’olio extravergine di oliva di Marco Rizzo, servito per essere degustato da solo, senza distrazioni, su un piccolo piattino dedicato, a dimostrare l’attenzione riservata a questo prezioso alimento. Un invito a rallentare, ad affinare il palato, ma soprattutto a comprendere immediatamente quanto l’olio, qui, non sia un complemento bensì un ingrediente identitario, culturale, quasi narrativo. Non a caso la scelta ricade su un produttore campano, cilentano per la precisione, tra i più noti per la qualità dei suoi prodotti.
Il percorso a tavola si svolge seguendo due proposte: Lassateme sta’! Vol III e (A)tipico, ma si può ordinare anche Alla Carta.
Il mio si è mosso fuori dagli schemi, seguendo una narrazione in sei atti:
1) un amuse-bouche di focaccia di farina tipo 1, fermentazione spontanea, con olio evo di Marco Rizzo, origano paesano e cacioricotta grattugiata, capace di introdurre immediatamente la cifra stilistica dello chef;
2) come antipasto ‘o puparuol con lamine di peperone, crema di olive di nocellara, polvere di prezzemolo, riduzione di peperoni e gocce di mescal per una nota fumè. Sul piatto sono raffigurate le mani del papà dello chef a ricordare che da piccolo, nel ristorante di famiglia, gli faceva sempre pulire proprio peperoni e olive;
3) come primo piatto un risotto con pasta di limoni e salsa di pipernia (il timo selvatico dell’Isola di Ischia considerato elisir di lunga vita e ricco di proprietà fitoterapiche) servito freddo per una scelta precisa dello chef per non modificarne i sapori. Viene mantecato come un risotto caldo ma senza l’aggiunta di burro, i limoni lavorati in diversi modi (fermentato, ossidato, in polvere, brodo di limoni estratto a freddo), un estratto puro di pipernia, infine limone candito e polvere di limone. Dal sapore molto forte e amaro!
4) la proposta del secondo piatto è ‘o cunigl e foss ossia rollè di coniglio cotto alla brace, con cedro, peperoncino e salsa di nasturzio ad accompagnare. Il coniglio resta morbido all’interno e più croccante fuori, una ricetta “rivisitata” che dialoga apertamente con la tradizione isolana e mette in atto un gioco delle parti tra il coniglio e ciò che mangia;
5) un pre-dessert elegante e amaro in cui si cela una marmellata al rabarbaro e sedano che si scopre affondando il cucchiaio sotto la spuma di rabarbaro e sponge alla menta;
6) infine un dessert al cioccolato fondente 70% in due consistenze, croccante e sponge, accompagnato dal sorbetto all’acetosa e marmellata di prugne ossidate capace di lasciare il palato pulito ma il ricordo persistente.
Inaspettata arriva, al posto della piccola pasticceria, la “coccola dello chef” ossia uno spaghetto cotto con estratto di camomilla in riduzione di vermouth, cacioricotta e una base di kefir.
Da Luci’ non si arriva per caso. Bisogna volerlo davvero. Bisogna camminare, scendere gradini, lasciarsi qualcosa alle spalle. Ed è forse proprio questo il segreto della sua forza: trasformare una cena in un rito contemporaneo fatto di paesaggio, memoria, mare, tecnica e identità attraverso il file rouge dell’amaro, sempre presente nei piatti dello chef, per arrivare alla dolcezza e alla pace sussurrata dall’orizzonte. In un tempo in cui molti ristoranti cercano di assomigliarsi, Luci’ sceglie invece di appartenere ostinatamente a un luogo. E proprio per questo riesce a essere unico al mondo.
Luci’ – Faro Punta Imperatore
Via Costa, 135, 80075 Forio NA
Tel. 081 18181391
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