
di Luigi Giordano
Per bar si intende un’attività commerciale aperta al pubblico dedicata al consumo di bevande alcoliche e analcoliche, spesso accompagnate da una proposta food di appetizer.
Oggi il termine si è ampliato fino a includere anche attività di caffetteria con servizi subordinati di rosticceria, pasticceria e simili: quello che comunemente definiamo bar all’italiana.
Il punto focale del bar è senza dubbio la barra, o bancone. Non a caso bar deriva proprio da barra: è qui che si concentra il servizio e l’interazione. Dietro al bancone i bartender miscelano sotto gli occhi della clientela, trasformando la preparazione delle bevande in un vero atto pubblico.
(Ah, per la cronaca: con i termini bartender, barman e barista non intendiamo tre professioni diverse, ma la stessa figura professionale declinata in tre lingue diverse: l’addetto alla preparazione e al servizio delle bevande, di qualsiasi tipo.)
Nel corso della storia del bar non sono mancati momenti bui. Uno dei più significativi è senza dubbio il Proibizionismo, introdotto negli Stati Uniti con il Volstead Act nel gennaio del 1920, che vietava produzione, vendita e somministrazione di bevande alcoliche a scopo ricreativo.
Paradossalmente, ancora oggi in alcune zone degli Stati Uniti vigono restrizioni simili. In una cittadina del Tennessee, ad esempio, è possibile produrre un distillato che, dopo lavorazioni e invecchiamento, assume una tonalità molto scura… ma è vietato consumare bevande alcoliche sul territorio.
Anche in questo periodo oscuro, però, il mondo del bar conobbe uno sviluppo inatteso grazie alla nascita degli speakeasy (letteralmente “parla piano”): locali segreti, spesso nascosti dietro attività di facciata, accessibili solo tramite conoscenze o parole d’ordine.
In questi luoghi si consumavano alcolici di contrabbando, spesso di dubbia provenienza e dal sapore sgradevole. Proprio per questo divenne necessario miscelare le bevande, dando origine a nuovi cocktail pensati per rendere l’alcol più gradevole.
Ovviamente si poteva bere anche sulle navi, una volta raggiunte le acque internazionali, oppure fuori dagli Stati Uniti, in luoghi come Cuba, definita all’epoca il bar d’America per la facilità di approdo e la vitalità dell’isola.
Ma cosa accadeva quando uno speakeasy veniva scoperto?
Arresti, distruzione delle bottiglie e chiusura forzata del locale, spesso con assi di legno inchiodate alle porte come segno visibile dell’intervento delle autorità.
Il giro d’affari di questa vasta rete clandestina era controllato da figure come Johnny Torrio, Al Capone, Lucky Luciano e altri “visionari” del crimine, che videro nel proibizionismo l’occasione per costruire veri imperi illegali.
Il proibizionismo terminò ufficialmente nel dicembre del 1933, lasciando in eredità una criminalità organizzata più strutturata, nuovi cocktail e una popolazione ancora più dipendente dall’alcol.
Oggi lo speakeasy è diventato uno stile di bar: un format che gioca sull’interazione con il cliente, sulla curiosità e sull’attesa, prima ancora di varcare la soglia.
Dopo questa breve parentesi sul proibizionismo potremmo analizzare altri periodi, più o meno rilevanti, per lo sviluppo del bar come lo conosciamo oggi. Ma la storia completa del bar e dei bartender merita un articolo a sé.
Ora passiamo alla parte più filosofica.
Il bar è un punto di incontro.
C’è chi ha il proprio locale di fiducia, chi ama scoprirne sempre di nuovi, ma alla fine si entra in un bar non solo per stare con amici o partner, bensì anche per il rapporto con il personale.
Un buon bar lo riconoscete dall’ospitalità, dall’attenzione che vi viene dedicata e dalla capacità di esaudire i vostri desideri prima ancora che li esprimiate.
Non denigrate i bar come causa dei cattivi comportamenti dei giovani o del degrado delle città. Dietro un bancone ci sono persone che sacrificano sere, notti e festività per farvi stare bene. Persone che lasciano i propri problemi fuori dalla porta per ascoltare i vostri con empatia.
Per questo, a un sorriso, rispondete sempre con un sorriso.
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