Slow Wine Fair, cinque storie di vino e non solo

Pubblicato in: Eventi da raccontare

di Brigida Mannara

Parlare di Slow Wine significa parlare di una guida ai vini con al centro un racconto: non solo un elenco di etichette, ma la storia di territori, produttori, scelte agricole. Il filo conduttore è chiaro: rispetto per la terra e per la biodiversità.

Nata dall’esperienza di Slow Food e organizzata in collaborazione con BolognaFiere, Slow Wine Fair è giunta quest’anno alla sua quinta edizione, confermandosi punto di riferimento per il vino “buono, pulito e giusto”.

Protagonisti ai banchi d’assaggio vini prodotti con pratiche agricole responsabili: vini biologici, biodinamici, provenienti da tutta Italia ma anche da moltissime aree del mondo – Francia, Spagna, Albania, Grecia, Giappone, Germania, Georgia, ecc, offrendo uno sguardo ampio e coerente sulla viticoltura contemporanea.

L’organizzazione è solida e funzionale: spazi ampi, distribuzione delle aree immediatamente riconoscibile, assistenza costante. In parallelo, la presenza di Sana Food (Salone internazionale b2b del biologico e del naturale), intercetta anche gli interessati al comparto food sostenibile.

Partecipare a una fiera di questo tipo significa porsi un obiettivo semplice e ambizioso allo stesso tempo: assaggiare, confrontare, scoprire. Trovare la chicca inattesa, mettere a paragone territori e vitigni, avvicinarsi a varietà autoctone poco conosciute o rileggere in chiave diversa produzioni più classiche.

Ecco cinque incontri che ci hanno colpito in particolar modo.

Marchesi di Ravarino: l’Emilia che sorprende

Circa 16 ettari divisi in “centurie”, con testimonianze storiche scritte in bibliografia che risalgono al 1200. Nel 2010 il podere è stato acquistato da Angelo Marchesi che oggi lo conduce in agricoltura biologica con il figlio enologo e viticoltore Nicola.

Tra le varie produzioni tutte molto valide, ci soffermiamo soprattutto su due etichette: Tribolo e Castelcrescente.

Tribolo, da Trebbiano di Spagna (prende il nome dalla via in cui venne identificata questa varietà di Trebbiano, ovvero Via Spagna di Castevetro di Modena) è un metodo ancestrale dal profilo dinamico: gessoso, con note di frutta bianca e gialla, sentori floreali e di erbe aromatiche; fresco, teso, con acidità vibrante e leggera sapidità. Un vino che fa “tribolare”.

Castelcrescente, invece, è un metodo classico da uve Sorbara raccolte a mano e pressate a grappolo intero. Almeno 40 mesi sui lieviti, sboccato alla volée e nessun dosaggio. Solo 500 magnum per annata. Un’esperienza unica. Un vino che alla cieca si collocherebbe –azzardiamo- nella più vocata area francese delle bolle da metodo classico: lo Champagne. Sapido, acido, fine, elegante. E non c’è altro da aggiungere.

 

Marco Antonelli: il Cesanese che dobbiamo trovare nelle carte

Nel comune di Olevano Romano a 600 m s.l.m., su suoli in parte argillosi, in parte calcarei, si estendono i circa 3 ettari vitati di Marco, con ceppi che vanno dai 50 ai 75 anni di età, coltivati in agricoltura biologica.

Focus su due espressioni di Cesanese Comune: Fresco e Tyto.

Fresco è espressione di un vino che non lascia spazio a convenevoli: schietto, sincero, pulito, con una bellissima frutta rossa croccante da ciliegia e marasca. Le uve crescono su argilla rossa e in lavorazione si utilizza solo acciaio.

Tyto è un Olevano Romano DOC Superiore, vira su una complessità maggiore, fa 12 mesi in acciaio, 18 mesi in botte grande e altri 12 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato.

Il Cesanese resta ancora poco presente nelle carte dei vini. Meriterebbe maggiore attenzione.

 

Tenute Fosca: identità e precisione

Nel distretto DOC di Breganze, in provincia di Vicenza, tra colline moreniche e vulcaniche e pianure ghiaiose, Tenute Fosca interpreta il territorio e l’uva con precisione. In modo particolare ci ha colpito per nitidezza aromatica il Vespaiolo da uve Vespaiola: frutta fresca tropicale, agrumi, acidità e sapidità bellissime rendono il vino una bevuta semplice ma allo stesso tempo completa.

Ktima Apostolidi: Retsina e resina di pino

Al confine con il fiume Nestos e la Tracia, ai piedi del Monte Macedonia, 16 ettari coltivati in modo biodinamico danno vita ai vini di Vasiliki ed Efthymios Apostolidis.

Tra le varie produzioni, una molto curiosa è quella di Retsina Cuvée, un blend di due autoctoni Malagouzià e Asyrtiko. Si tratta di un vino bianco resinato: durante la fermentazione, in anfora grande, viene aggiunta resina di pino -successivamente rimossa- che conferisce al vino un carattere unico.

Gli aromi, oltre alle note floreali e al fruttate inizialmente percepite, virano verso sentori più erbacei e balsamici -rosmarino, eucalipto- e in bocca è fresco e coerentemente balsamico. Molto interessante e accattivante.

Floribunda: un sidro artigianale

Non solo vino. Una menzione di merito va ad una produzione a bassa gradazione alcolica, da fermentazione di frutta e non solo: il sidro.

L’azienda si trova nel Sudtirolo, ma nelle generazioni i suoi componenti vantano esperienze soprattutto in Ecuador e sulle Isole di Capo Verde. Le mele di diverse varietà rappresentano la maggior parte della coltivazione, ma troviamo anche sambuco, menta, peperoncino, il tutto egregiamente lavorato per produrre un sidro dall’espressione unica, senza aggiunta di solfiti, senza aggiunta di zuccheri, rifermentato in bottiglia e naturalmente torbido.

Sono proprio queste caratteristiche di naturalezza che ci hanno fatto innamorare di queste bevute. Estremamente consigliato!


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