Sugo al pomodoro, risultato stupefacente ma consentito dalla legge

Pubblicato in: Minima gastronomica
Spaghetti dal web

di Marco Galetti
Sono inverso, preparerò un sugo.

Un confit inverso è quel che ci vuole, cercherò di estrarre con amore, dal pomodoro, il meglio del suo umore per ritrovare il mio in un piatto di spaghetti.

Ho pensato di usare dei dolci & londoniani Piccadilly, di un bel rosso intenso e dall’aspetto sano, li lavo uno per uno e li sottopongo al controllo qualità, prezzo ininfluente, se il risultato sarà in misura direttamente proporzionale all’impegno profuso si capirà dal profumo e dall’assenza di fumo, all’orizzonte non si profila alcun arrosto, me ne farò una ragione, intanto sorrido sentendomi giustificato a cuocere una quantità di pasta che possa degnamente sostituire primo, secondo, contorno e dolce, al caffè non rinuncio.

Cerco il confit inverso e risolutore, posiziono in padella, i pomodorini tagliati a metà, capovolgendoli rispetto al normale confit, l’idea è quella che volendo estrarre i succhi che dovranno servire a dar sapore alla pasta, la posizione capovolta sia meglio, certo è più rischiosa, potrebbero bruciare…

Dunque, olio, aglio tagliato sottilmente, peperoncino, un po’ prima che l’aglio dalla carnagione chiara, senza protezione adeguata prenda troppo sole, posiziono amorevolmente i pomodorini a due a due, per cui uno ad uno, sulla padella, mentre l’acqua per gli spaghetti bolle li osservo senza toccarli, il fondo della pentola è un susseguirsi di collinette rosse, non ce ne stanno altri, questo volevo, il fuoco è basso ma acceso, non li perdo di vista, fidarsi è bene…

Tengo a freno il polso e la voglia di spadellare, accenno un movimento, quasi a volerli cullare, per vedere che non attacchino, salo poco, attento ai tempi di cottura dei pomodorini e della pasta che scolo molto al dente, adagiando gli spaghetti sulle dolci colline ormai ricche di sapore, resisto, non salto, se non d’impazienza, trattengo ancora un po’ l’indole da spadellatore mentre il calore consente alla pasta di continuare a cuocere, adesso è il momento di insaporire tutto, il polso è caldo, il profumo è quello giusto, salto la pasta e di gioia.

 

Ode al pomodoro 

di Pablo Neruda

La strada si riempì di pomodori, mezzogiorno, estate, la luce si divide in due metà di un pomodoro, scorre per le strade il succo.

In dicembre senza pausa il pomodoro, invade le cucine, entra per i pranzi, si siede riposato nelle credenze, tra i bicchieri, le matequilleras la saliere azzurre.

Emana una luce propria, maestà benigna.

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo: affonda il coltello nella sua polpa vivente, è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile, riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla, e per festeggiare si lascia cadere l’olio, figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi, si aggiunge il pepe la sua fragranza, il sale il suo magnetismo: sono le nozze del giorno il prezzemolo issa la bandiera, le patate bollono vigorosamente, l’arrosto colpisce con il suo aroma la porta, è ora!

andiamo!

e sopra il tavolo, nel mezzo dell’estate, il pomodoro, astro della terra, stella ricorrente e feconda, ci mostra le sue circonvoluzioni, i suoi canali, l’insigne pienezza e l’abbondanza senza ossa, senza corazza, senza squame né spine, ci offre il dono del suo colore focoso e la totalità della sua freschezza.

 


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