
di Tonia Credendino
Confesso di aver sorriso quando ho letto il tema della serata. Parlare di Super Tuscan nel cuore della terra del Falerno del Massico sembrava quasi una provocazione, una di quelle idee destinate a dividere gli appassionati ancora prima di riempire i calici. In fondo, siamo in uno dei territori simbolo della viticoltura campana: perché rivolgere lo sguardo alla Toscana quando si vive in una terra che ha scritto alcune delle pagine più antiche della storia del vino?
È bastato poco per capire che la domanda era sbagliata.
L’intuizione di Maurizio De Nunzio, fondatore di Falernoteca a Cellole, e di Stefano Aprea, fondatore di Caveau 14 Wine Boutique di Giugliano in Campania, non era quella di organizzare una degustazione dedicata ai grandi rossi toscani. Era molto più semplice e, proprio per questo, molto più intelligente: raccontare una rivoluzione che ha cambiato il vino italiano ricordando che la cultura non ha confini e che conoscere le grandi storie degli altri non significa mai rinunciare alla propria identità.
Diciamolo senza troppi giri di parole: oggi nomi come Sassicaia, Tignanello e Ornellaia fanno parte dell’immaginario di qualsiasi appassionato, ma è facile dimenticare che prima di diventare simboli erano soltanto idee, e nemmeno particolarmente popolari. Negli anni Settanta alcuni produttori decisero di mettere la qualità davanti alle regole, accettando perfino di rinunciare alle denominazioni pur di realizzare il vino che avevano in mente. Col senno di poi li chiamiamo visionari; all’epoca qualcuno, probabilmente, li considerava soltanto ostinati.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più affascinante dei Super Tuscan. Non hanno cambiato il vino italiano perché volevano rompere gli schemi, ma perché non erano disposti a scendere a compromessi sulla qualità. Il resto lo ha fatto il tempo, trasformando quelle bottiglie in riferimenti assoluti dell’enologia mondiale e dimostrando che le rivoluzioni più importanti, quasi sempre, vengono comprese molti anni dopo essere iniziate.
Di tempo, del resto, si è parlato per tutta la serata. Non come concetto astratto, ma come ingrediente invisibile che nessun produttore può comprare e che nessuna tecnologia può accelerare. Osservando una bottiglia dell’annata 2022 mi è venuto spontaneo pensare che, probabilmente, il momento migliore per stapparla non sarà domani né il prossimo Natale. Forse serviranno vent’anni perché la grafite prenda il posto della frutta, il tabacco si intrecci al cacao, il tannino trovi il suo equilibrio e quel vino racconti finalmente tutto ciò che oggi custodisce soltanto in potenza. È una delle poche cose che acquistiamo sapendo che il suo valore crescerà insieme ai nostri ricordi e, chissà, forse verrà condivisa con un figlio o con un nipote che oggi ancora non immaginiamo.
È con questo spirito che Maurizio De Nunzio e Stefano Aprea hanno scelto la strada della degustazione alla cieca, probabilmente il momento più interessante dell’intera serata. Senza etichette spariscono il fascino del marchio, il prezzo della bottiglia, i punteggi delle guide e perfino le convinzioni con cui ci sediamo a tavola; resta soltanto il vino, chiamato a convincere attraverso il profumo, il sorso e la propria personalità. È un esercizio che ogni appassionato dovrebbe concedersi almeno una volta, perché ricorda una verità tanto semplice quanto scomoda: finché leggiamo un nome siamo tutti bravissimi, quando quel nome scompare il vino torna improvvisamente a parlare da solo.
Questa, in fondo, è anche la filosofia che accomuna Falernoteca e Caveau 14 Wine Boutique, due realtà che hanno trasformato la passione in un progetto culturale, facendo della divulgazione uno strumento per creare curiosità, confronto e consapevolezza, molto prima ancora che un’occasione per stappare bottiglie importanti.
Quando la degustazione sembrava ormai conclusa, è arrivata la sorpresa della serata. Non con effetti scenici, né con la pretesa di dimostrare qualcosa, ma con la discrezione che appartiene ai grandi vini: un Falerno del Massico con diciannove anni di evoluzione, servito quasi sottovoce, come se fosse il finale più naturale possibile.
Nel calice conservava ancora una straordinaria vitalità. Il bouquet si apriva lentamente su grafite, borotalco, tabacco dolce, cacao, liquirizia, sottobosco ed eleganti sfumature balsamiche, mentre il sorso mostrava profondità, equilibrio e una freschezza sorprendente, sostenuta da un tannino ormai perfettamente integrato. Non era il vino chiamato a sfidare i Super Tuscan, e sarebbe stato un errore leggerlo in questo modo; era semplicemente la dimostrazione che anche questa terra possiede vini capaci di attraversare il tempo con autorevolezza e naturalezza.
Alla fine la domanda con cui era iniziata la serata aveva trovato la sua risposta. Parlare di Super Tuscan in terra di Falerno non era una provocazione. Sarebbe stato provinciale pensare il contrario. Perché i grandi territori non crescono chiudendosi in se stessi, ma continuando a confrontarsi con ciò che di meglio il vino sa esprimere.
E, a giudicare dall’ultimo calice servito quella sera, il Falerno del Massico quel confronto lo affronta con una personalità che non ha davvero bisogno di dimostrare nulla.
Falernoteca
Viale Risorgimento, 157 – 81030 Cellole (CE)
Tel. +39 3898879593
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