Taurasi Riserva 1986 doc Mastroberardino

Pubblicato in: Avellino
Taurasi Mastroberaardino 1986

Sono passati ben undici anni da quando l’allora giovane Angelo Di Costanzo ci racconto il suo 1986. Bottiglia che ritroviamo negli anfratti della cantina del President a Pompei, vecchi acquisti di Salvatore Gramaglia, papà di Paolo, che fondò il ristorante nel cuore della città a due passi dal Santuario.
Mancavamo da Paolo e Laila da prima della crisi sanitaria e ci siamo tornati con la voglia di passare una bella serata in un ambiente raffinato e familiare, con una cucina semplice ma di materia prima. La sorpresa arriva quando Laila si presenta con questa vecchia bottiglia fuori carta. La proviano?

Il legame con la famiglia Mastroberardino è antico, non dimentichiamo che l’azienda di Atripalda coltiva la vite dentro gli Scavi di Pompei e Piero era presente alla festa della prima stella Michelin del 2014.
Il tappo purtroppo non ha retto, la parte finale si è sbriciolata corrosa dal vino e dunque abbiamo dovuto travasare il vino. Per fortuna però nulla è stato compromesso e l’aglianico, tra l’altro di una buona stagione anche se non straordinaria come la 1985, ovviamente a parte la tragedia del metanolo che bloccò il mercato, ha dato ancora una volta il meglio di se sui tempi lunghi.
Il tempo di una breve ossigenazione e il Riserva 1986 esprime ciò che in genere è difficile trovare nelle annate giovani, ossia un perfetto equilibrio fra i tanini levigati dal tempo, il colore granato ancora vivo, l’acidità più che sufficiente a reggere il vino e a farlo bere in modo godurioso. In questo la nostra esperienza è diversa da quella descritta sotto da Angelo, ma dopo un bel po’ di anni le bottiglie, proprio come gli uomini, pur nella stessa annata, hanno storia a se per cui consigliamo semre di evitare le generalizzazioni descrittive. Quel di cui parliamo è questa bottiglia, non del Taurasi 1986 in generale.
E, in effetti, nota  a parte, più sei esperto più sai distinguere il destino di ciascuna bottiglia in tempi ravvicinati.
Il naso esprime la complessità olfattiva tipica del Taurasi maturo, dai rimandi alla frutta matura e in coserva alle note di carruba, di buccia d’arancia, funghi, cenere, caffè leggermente tostato. In quell’epoca l’Aglianico era lavorato solo in botti grandi come tutti i vini italiani e non conosceva ancora la barrique, che si affaccia solo negli anni ’90 in questo territorio.

Al palato rileviamo l’immediata corrispondenza con le note olfattive, naso e bocca sono insomma finalmente allineati grazie allo scorrere magico del tempo. La freschezza mette in risalto ancora una vota la frutta, il vino è decisamente molto elegante, in perfetto equilibro, nessun cenno di stanchezza, chiusura splendida lunga, che invita a ripetere subito il sorso.
Una grande bottiglia che non finiremo mai di amare fino in fondo.

Scheda del 7 novembre 2011

di Angelo Di Costanzo

Uve: aglianico
Fermentazione e maturazione: legno e bottiglia
Prezzo: fuori mercato

L’azienda non ha certo bisogno di presentazioni. Il nome di per sè è altisonante quanto basta, talvolta pure ingombrante; in quegli anni poi, mi riferisco ai primi anni ‘90 – che ve lo dico a fare! –, al cameriere bastava solo sussurrare Mastroberardino (ovvero mastro bernandino, ndr) per provocargli quel “non so ché” di suggestione: “vedo che il signore ne capisce, eh?.

Il vino, questo millesimo, non ha nessuno o quasi con cui confrontarsi, così per i tanti anni indietro e qualcun’altro ancora dopo; nessun termine di paragone, nessuna trama da seguire, nessuna rappresentazione identitaria da sfoggiare che non fosse una precisa idea di vino destinata a camminare le strade del mondo. E chi scriveva di vino all’epoca, ancora giusto quattro gatti, non sentiva nessuna necessità di preoccuparsi che fosse o no prodotto in quantità “industriale”, e men che meno se arrivasse da una viticoltura naturale, bioqualchecosa o altro del genere: era un Taurasi di Mastroberardino, e quel nome (non del vino sia chiaro – “Taurasi dove?” -, ma dell’azienda!) bastava da solo perché fosse una garanzia.

Un nome già unico, già storia quindi, e continuamente proiettato a scriverla la nuova storia vitivinicola campana: pochi sanno per esempio che fu proprio Mastroberardino, intorno ai primi anni ’70, ad introdurre in Italia l’impiego di colture selezionate di batteri malolattici. E in quegli stessi anni poi, più che la convinzione dell’utilizzo di solo legno grande, rovere di Slavonia e castagno per la precisione (la barrique arriverà solo qualche anno più tardi, negli anni ’90), poté l’introduzione in cantina del freddo per controllare le temperature nel corso delle fermentazioni; uno scatto in avanti per l’epoca impagabile, una conquista assoluta per l’enologia. Curioso pensare invece come oggi tutto ciò suoni quasi come una condanna per chi ama ostinatamente ribadire di fare tutto in maniera naturale e a temperatura ambiente!

L’ottantasei segna un momento importante per l’azienda di Atripalda, l’inizio del progetto “Radici”, risultato di una ricerca lunga e accurata riguardante esposizioni, composizione chimico-fisica e giacitura di tutti i terreni coltivati direttamente dalla proprietà, con l’aumento importante della densità di piante/ha e l’introduzione massiccia di impianti moderni “a spalliera” che andavano sostituendo il tradizionale, suggestivo ma vetusto sistema a raggiera avellinese, tipico soprattutto dell’areale taurasino. Ciò consentiva ai “Mastro” di riuscire a gestire meglio il nuovo parco vigne, le differenze sostanziali dovute sia alle caratteristiche pedoclimatiche che all’incidenza dell’annata, così da poter intervenire più efficacemente sulla filiera di trasformazione, dalla vinificazione all’invecchiamento; una zonazione ante litteram si direbbe.

Un assaggio per certi versi controverso, ma decisamente interessante. Un Taurasi dal colore granato con spiccata tendenza all’aranciato sull’unghia, che conserva però una buona compattezza. Il primo naso è “sporco”, quasi allontana e nonostante le due ore abbondanti concessegli viene da pensare che abbia poco o nulla ancora da offrire. Invece alla distanza viene fuori, sicuramente troppa l’attesa per chi volesse goderne una sera a cena grazie all’amico di turno (a meno che questi non abbia avuto cura di stapparlo in mattinata!), però ne vale veramente la pena. Il giorno dopo infatti il quadro olfattivo pur se scomposto ritorna particolarmente interessante: intriso di terra, humus e torba; del frutto in quanto tale nulla più o quasi, giusto qualche nota spiritosa, un tono caramellizzato, e solo parvenze di note tostate e accenni speziati. Dove però colpisce è al palato: intenso, copioso, dritto; c’è ancora tanta materia, spogliata (ma non del tutto) di quel nerbo a cui fedelmente ci si rifà quando si vuole parlare di Taurasi vecchia maniera, ma sottile, fugace, appagante. Il sorso è pulito, scivola via sulle papille gustative che è una bellezza, disincantato, setoso quasi, in perfetto stato di conservazione. Chissà a quell’epoca cosa ne pensavano gli amerrecani di questo vino?

Sede ad Atripalda, Via Manfredi, 75-81 – Tel. 0825 614111 – 0825 614111 fax 0825 614231 – www.mastroberardino.com – Ettari: 190 di proprietà e 150 in conduzione – Enologo: Massimo Di Renzo – Bottiglie prodotte: 2.500.000 – Vitigni: aglianico, piedirosso, fiano di Avellino, coda di volpe, greco di Tufo, falanghina, e sciascinoso.


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