di Maurizio Paolillo
foto originali di Renato Siani
Teresa Mincione è una donna serena ed estremamente determinata a un tempo. Una gatta che, all’occorrenza, estrae gli artigli per autodifesa.
È anche una donna coraggiosa, capace di fare scelte definitive e difficili. Come è stata certamente quella di abbandonare una professione, un sistema di vita; di lasciare il certo per andare incontro all’incerto. A un certo punto della sua vita ha deciso di ascoltare la voce della sua anima e di lasciare la professione di avvocato penalista per diventare vignaiola.
Le vigne
Ci accoglie a Vigna Monticelli, in località Squille di Castel Campagnano (CE).
È il mio appezzamento più grande, 3,5 ettari. Qui abbiamo sia Pallagrello Nero, che Pallagrello bianco che Casavecchia.
La vigna è bellissima. Ha circa quarant’anni ed è a semipergola casertana, una forma tradizionale moderatamente espansa, con due soli capi lunghi fissi inseriti sul ceppo a circa 2 m di altezza, in modo da favorire la circolazione dell’aria e la penetrazione della luce. I suoli sono prevalentemente sabbiosi. La potatura appena completata evidenzia la geometria dell’impianto, con i pali di testata in castagno e il telaio in fil di ferro predisposto per accogliere i tralci fruttiferi.
- Com’è avvenuta la famosa svolta che ti ha portato ad appendere al chiodo la toga di avvocato?
Potremmo definirlo uno scherzo del destino. Manuela Piancastelli mi comunicò un giorno che avevano intenzione di chiudere l’attività aziendale. D’improvviso mi lanciò la proposta: «Vendiamo le nostre vigne. Perché non le prendi tu?». Sul momento mi sembrò un’idea folle. Poi piano piano si insinuò dentro di me la prospettiva della svolta radicale. Conoscevo quella vigna, l’avevo sempre amata e quell’idea pazza prese forma definitiva.
- Come si è formata l’azienda?
Il germe da cui è nata quest’avventura è una piccola vigna di 1,2 ettari a Pontelatone (CE), interamente a Casavecchia. Un acquisto che nasceva con tutt’altra intenzione: costruire un angolo di pace per me e la mia famiglia, senza avere, allora, alcuna ambizione imprenditoriale.
Poi, a seguito dell’incontro fatale con Manuela, ho acquisito da Terre del Principe prima Vigna Monticelli e poi Bosco Agnese, due ettari a Pallagrello Bianco sempre a Castel Campagnano. In totale sono quasi 7 ettari.
- Nella conduzione agronomica ti supporta qualcuno?
Mi avvalgo della collaborazione di Vincenzo Coppola, un agronomo che segue le vigne sin dai tempi di Terre del Principe. Volevo evitare “traumi” dovuti al cambio di mano. Oltretutto conoscevo bene la competenza di Vincenzo e, dunque, ci tenevo che facesse parte della “squadra”. Oggi siamo in fase di conversione al biologico.
La cantina
Il nostro incontro prosegue presso la sua casa di Caiazzo (CE), cominciando dalla cantina, anzi la micro–cantina, come la chiama lei.
La prima cosa che colpisce sono le dimensioni ridotte, il minimo spazio vitale. La seconda è la totale assenza di qualsivoglia contenitore in legno. Un paio di serbatoi in acciaio e soprattutto diversi contenitori in terracotta. O anfore che dir si voglia.
- Per la parte enologica ti segue Vincenzo Mercurio?
Non dall’inizio. Il primo anno era con me Anna Della Porta. È stata la prima che ho contattato perché era quella che seguiva varie piccole cantine del territorio. E poi mi piaceva quest’idea di una gestione tutta al femminile.
- Poi che è successo?
Non si è creata la sintonia giusta e dopo un anno le nostre strade si sono separate. Ho conosciuto Mercurio e ci siamo intesi subito. Sono molto soddisfatta della nostra collaborazione.
- Vogliamo riassumere il percorso di cantina?
È tutto molto semplice. Per il bianco, nessuna macerazione, fermentazione con lieviti selezionati, due mesi di affinamento in anfora e poi almeno un anno di bottiglia.
Per i rossi, 9 giorni di macerazione con rimontaggi leggeri. Poi svinatura e passaggio nel serbatoio di acciaio. Quindi anfora per un tempo variabile a seconda del vino e dell’annata.
- Approfondiamo l’uso delle anfore
La scelta dei materiali per l’affinamento è stata attentamente ponderata. Nella mia esperienza, l’anfora lascia quasi sempre una traccia decisa sia all’olfatto che al palato. Al contrario puntavo a vini integri e puliti, tipici e identitari, che non fossero coperti dalle tracce dei contenitori. Ho cominciato dai vasi in argilla per poi passare al gres ceramico naturale che mi dà maggiori garanzie di impermeabilità e inerzia termica.
- Facciamo un passo indietro. Come nasce la passione per il vino in te che hai una formazione, una storia professionale del tutto diversa?
Anche questo si è verificato a seguito di una circostanza fortuita. Ai tempi dell’università un mio fidanzato mi regalò un corso di sommelier. In un primo momento ero perplessa. Poi man mano l’interesse è cresciuto, mi sono entusiasmata. Quel corso da sommelier è stato il piccolo seme da cui è nata una pianta rigogliosa.
- Evidentemente il terreno era fertile.
È stata la svolta che mi ha cambiato la vita, che mi ha fornito dei nuovi occhiali per guardare la realtà. Sono andata avanti, cominciando a ritagliarmi degli spazi, ad addentrarmi in quello che sembrava sempre più il mio mondo.
I vini
- La prima cosa che colpisce sono le etichette. Dove hai tratto l’ispirazione per queste immagini così particolari?
Nella mia idea, l’etichetta rappresenta il ponte tra il produttore e il mondo, alla stregua di un abito indossato dalla bottiglia. Deve consentire alla bottiglia di parlare da sola, senza intermediazioni. Per questo avevo già contattato diverse grafiche, sempre donne, ma nessuna che mi aveva pienamente soddisfatto. Finché un giorno, guardando un quadro di Luca Bellandi, mi sono convinta che sbagliavo l’approccio; che era tramite l’arte, non la grafica, che potevo raggiungere il risultato sperato.
- Tutte e tre le etichette hanno al centro un abito. Qual è il significato?
I lavori di Bellandi raccontano la femminilità attraverso abiti molto particolari, affascinanti. Dalle immagini che ho usato traspare uno degli aspetti chiave del mio lavoro: un’interpretazione leggera, delicata dei vitigni, non muscolare, soprattutto nei rossi.
- Quella di Nulla è per caso, il Casavecchia si differenzia un poco dalle altre.
L’immagine è quella di una sottoveste. Rappresenta a pieno il messaggio che voglio trasmettere: il Casavecchia è svestito, alleggerito di tutto il superfluo, per mostrare il vitigno come forse non è mai stato visto. La sottoveste, contrariamente al vestito, mette in evidenza le forme reali di una donna, il suo essere esile, sinuosa, oppure al contrario formosa, opulenta. Il vino deve restituire le caratteristiche dell’uva che entra in cantina. E la bottiglia deve rappresentarlo. Perciò la sottoveste, la trasparenza, il minimo indispensabile.
Terre del Volturno Pallagrello Bianco IGT La Luna e il Ventaglio 2024
- Partiamo dal nome: La Luna e il Ventaglio.
C’è una piccola storia. In estate, al tramonto, gli acini più maturi del Pallagrello Bianco assumono un riflesso dorato, che mi fa pensare a delle piccole lune. Da lì il primo elemento. Il secondo è legato alla storia della mia famiglia: sia mia nonna che mia madre usavano tanto il ventaglio. Un giorno guardavo mia madre che si sventolava; il movimento del ventaglio mi riportò nella vigna e mi indusse ad associare la luna e il ventaglio. In questo modo si è chiuso il cerchio.
- Anche il bianco affina in anfora?
Fa un passaggio breve, solo due mesi. L’obiettivo è sempre valorizzare il vitigno, andare in profondità e tirarne fuori la stoffa.
Della 2024, sono state prodotte 5.000 bottiglie. Il colore è un giallo paglierino carico. Al naso si percepisce all’inizio frutta gialla croccante; poi affiorano note vegetali ed erbacee. Al palato è grasso, con un prepotente ritorno di frutta e una nota amara molto caratterizzante. Chiude con bella spinta minerale, che dona lunghezza. Col tempo si apre, rivelando belle note balsamiche. Un’evoluzione che lascia presagire buone potenzialità di sviluppo nel tempo, ma già oggi è un vino che esce fuori dagli schemi.
Terre del Volturno Pallagrello Nero IGT Sabbie al Vento 2023
- Anche questo nome ha una storia?
I terreni della vigna di Monticelli sono molto sabbiosi. Inoltre c’è sempre vento, tutto l’anno. Ho pensato che questi due elementi rappresentassero al meglio il vino: la sabbia e il vento, che asciugano tutto e consentono di avere un’uva sana, integra. Vento e sabbia sono i punti di forza di quella vigna.
- L’annata 2023 è stata molto sfortunata.
La peronospora ha distrutto tutto. Fino a 10 giorni prima della vendemmia l’uva c’era; per un po’ pensai di averla scampata. Iniziata la raccolta, mi resi conto che i grappoli erano secchi, si sgretolavano. Mi veniva da piangere: la peronospora mi aveva rubato l’uva!
- Qualcosa però si è salvato, evidentemente.
Qualcuno non ha raccolto neanche una cassetta. Da me qualcosa era rimasto e ho deciso di raccogliere comunque. Come atto di rispetto verso la vigna, per quanto aveva faticato per combattere la peronospora. Fortunatamente qualche bottiglia l’abbiamo tirata fuori.
Dell’annata 2023 sono state prodotte circa 1.000 bottiglie, mentre la potenzialità media della vigna è di 5.000 bottiglie.
Il vino fa circa 15 mesi in anfora, poi bottiglia per almeno un anno. L’unghia violacea rivela la sua giovanilità. Il frutto è inizialmente dominante. Poi, piano piano, si evidenziano note più insinuanti, la speziatura, il pepe nero, il tabacco. La trama diventa leggibile coi tannini presenti, ma per nulla invasivi e un’acidità che diventa protagonista. Certo ha bisogno di fare ancora tanta strada.
Terre del Volturno Casavecchia IGT Nulla è per caso 2021
- Come nasce il nome?
È molto semplice: è il motto della mia vita.
Questo è l’unico vino in cui l’enologa era ancora Anna della Porta. L’affinamento è lo stesso dell’altro rosso: 15 mesi di anfora e poi almeno un anno di bottiglia. All’assaggio è molto più evoluto, maturo rispetto al Pallagrello Nero 2023. Il naso è sottile, lieve, ma ben definito, giocato tutto sulle note balsamiche. Il sorso è deciso, con una bella lunghezza.
- Questo, se capisco bene, è il primo vino che hai prodotto. Ne sei soddisfatta?
Nella mia esperienza c’è una cosa che mi aiuta a fissare il ricordo dei diversi vini assaggiati: li raffiguro come persone, con il loro carattere, i loro colori. Il Casavecchia 2021 per me è un signorotto di campagna ben vestito, con un carattere forte, definito.
Terre del Volturno Casavecchia IGT Nulla è per caso 2022
Questo sembra il prodotto della maturità: secondo anno, nuovo enologo, maggiore consapevolezza. Il vino è più elegante e definito, sia il naso che il sorso sono molto puliti. Dell’annata 2022 sono state prodotte 1.300 bottiglie.
- Questo come lo rappresenti mentalmente?
È un personaggio totalmente diverso, lo associo a un’immagine di virilità e raffinatezza al tempo stesso: diciamo, un signore elegante col sigaro in bocca.
- Ti ci rispecchi a pieno?
Fino a un certo punto. Si avvicina di più alla mia idea, ma l’uva va interpretata in una chiave di maggiore leggiadria. Questo è ancora troppo serioso.
- Può entrarci il fatto che è cambiato l’enologo?
In cantina si è proceduto allo stesso modo. È l’annata che è differente. Sono felice del fatto che le annate siano diverse l’una dall’altra. A ben vedere, questo vino se ha è un difetto è che è un po’ troppo pulito, un po’ troppo ben vestito.
Terre del Volturno Casavecchia IGT Nulla è per caso 2023
Il vino dell’annata “maledetta”, quella della peronospora, è completamente un’altra cosa rispetto alle due annate precedenti. Al naso, dopo un inizio un po’ chiuso, si apre definendosi meglio. Il sorso è meno pulito degli altri due, ha una punta di tannino in più. In definitiva ha più carattere, più presenza, più anima. Si sente che ha un anno in meno, ma col tempo crescerà.
Il 2023 mi dà la sensazione di un uomo elegante che scivola e finisce in una pozza di fango, sporcandosi l’abito.
- Qual è la potenzialità delle vigne di Casavecchia?
Della 2023 abbiamo prodotto solo 280 bottiglie. In annate buone si può arrivare a 1500, non di più. Il Casavecchia è il cuore della mia produzione, ma resta una nicchia.
- Proiettandoti nel futuro, hai verificato la disponibilità di altre vigne già in produzione?
Non ce ne sono o non sono in vendita. Intorno a me ci sono seminativi dove al massimo c’è un filare di Casavecchia, uno di Pallagrello, uno di Falanghina e così via. Resto convinta che se devo espandermi è proprio col Casavecchia, ma se pianto una vigna oggi, i risultati si vedranno tra 15 anni. La strada è troppo lunga. E poi, in questo momento, la priorità è la cantina; per la quale comunque devo partire da zero.
Questo Casavecchia per certi aspetti ricorda l’Aglianico: stessa acidità prepotente, tannini presenti, ben definiti. Somiglianze che vengono fuori in questa versione molto pulita, in cui il vitigno è lasciato esprimersi pienamente. In altri casi i vini sono offuscati dal legno, da una mano enologica spesso troppo pesante.
- Noto che alla fine viene fuori una nota di caffè molto netta.
Su questo voglio fare una sottolineatura. È la conferma di quello che tento di dimostrare: nel Casavecchia i sentori che rimandano al legno ci sono già, sono intrinseci del vitigno.
- Quindi, secondo te usare il legno significa esasperare quelle sensazioni, andare in una sorta di parossismo.
Proprio così. Il mio teorema è questo: il Casavecchia alcuni sentori ce li ha di suo, per cui il legno è superfluo. In certi casi fa un lavoro prezioso, ma sono sempre più convinta che al Casavecchia non fa bene. Non è questa l’interpretazione più autentica. Certe volte mi sento la Giovanna d’Arco della situazione.
- Eppure l’affinamento in legno è una pratica molto diffusa. Immagino che questo tuo muoverti controcorrente non venga visto di buon occhio.
La diversità non è mai accettata di buon grado. Ma io, come sempre nella vita, vado
—–
Manuela Piancastelli e suo marito Peppe Mancini sono stati i fondatori e proprietari dell’azienda Terre del Principe a Castel Campagnano
Luca Bellandi (Livorno 1962) è un pittore italiano. Dopo un inizio legato ai classici delle arti figurative, definisce uno stile personale e contemporaneo. Ha esposto in Europa, Stati Uniti e Australia.
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