Titolo 2004 Aglianico del Vulture doc di Elena Fucci | Voto 90/100

Pubblicato in: in Basilicata

Credetemi, ci sono più speranze che israeliani e palestinesi firmino una pace duratura che nel Vulture si possano ricomporre gli aspri dissidi degli ultimi mesi. Uno scontro frontale, personale, tipico meridionale perché il puntiglio diventa più importante della convenienza, il desiderio di annullare l’altro più forte dei vantaggi che deriverebbero da un accordo a mezza strada.
Un vero peccato, soprattutto se leggete le due recensioni di questo fantastico 2004 nel post: la bontà del vino e la carica energetica della famiglia Fucci simboleggiavano la possibilità di partenza di un territorio magico e di un vino stupendo, tipico, assoluto, di grande spessore, abbinabile al cibo.
Sarebbe difficile raccontare i motivi di questo scontro, soprattutto doopo aver ascoltato tutte le 24 versioni, ma ormai abbiamo abbastanza esperienza per capire che c’è poco di razionale in tutto questo, anche perché spesso lo sperimentiamo sulla nostra pelle.
Non ci resta allora che tirare fuori dall’armadio questa 2004 per una bevuta tra amici al Don Alfonso e goderci l’attimo, la perfetta esecuzione di Sergio Paternoster che allora guidava la cantina fondata da Salvatore e che adesso è in fase di completamento.

Un rosso compìto, di grande stoffa, assolutamete piacevole, destinato a durare a lungo ed è per questo che abbiamo poi una lacrimuccia di rimpianto per averlo aperto.
Poco male, troveremo ancora qualche 2004 e ve ne parleremo. Magari non dopo dieci anni ma dopo venti, quando anche il litgio che ha spaccato i produttori resisterà alla grande proprio come il vino.

Speriamo non meglio del vino.

 

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 15 a 20 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Vista: 5/5. Naso 25/30/. Palato 27/30. Non omologazione: 33/35

 

Scheda del 20 gennaio 2011. Non so, ci sono vini che metteresti nella valigia prima dell’arrivo dei nazisti. O che chiederesti di bere se sai di essere all’ultimo chilometro. Questa esigenza non nasce dalla caratteristica della bottiglia, ma dal suo incrocio con le sensazioni che è capace di evocare attraverso la conoscenza delle persone e il ricordo dei luoghi che hai negli occhi della tua stupida e insignificante corteccia cerebrale.

Nel naso sento la bella storia del Sud, di una ragazza che ha il papà in gamba, a cui somiglia talmente da riuscire a superarlo. Salvatore, politico di militanza come usava un tempo, si dedica alla costruzione della nuova azienda, parte anche in un momento difficile ma riesce a fare le cose perbene grazie al buon rapporto che crea con Sergio Paternoster, un enologo indissolubilmente legato all’Aglianico del Vulture.  Elena studia Enologia a Pisa, gira per l’Italia e riesce a portare aria fresca a Barile e nel Vulture.
Voi non potete capire quanto è bello il Vulture. Castelli, querce, aglianico, pascolo, verde, azzurro, neve, la latente sensazione di un grande sconvolgimento accaduto in una passato remoto, un quiete irreale, magica. Federico II. Le donne silenti e dominanti.
Poi incroci questa storia e il paesaggio appagante dove vorresti sempre stare invece di essere prigioniero nella bruttura di una città senza spazio con queste note che avevi descritto quattro anni fa e provato saltellando di qua e di là. Il profumo non è intenso ma elegante, la frutta amarena di un tempo, anche note di sciroppo, un po’ di china, sciuscelle fresche. Poi in bocca la solita irruenza dell’Aglianico: sapidità, freschezza, tannini. Un bicchiere che starebbe benissimo sulla micidiale pasta al forno di Daniele Zunica.

Fuori piove, quinto giorno a casa. Mi piace. Mi aiuta.
Ecco alla fine cosa deve fare un vino: aiutare la testa e corroborare il corpo. Non lo beviamo forse per questo motivo?
L’allungo è spaventoso, una freschezza balsamica si diffonde sulla parte superiore della lingua, avete presente le caramelle alla menta?, si irrora ai lati e poi spinge ancora questo rosso in gola. Impossibile resistere, è succoso, come quando in campagna si faceva la premuta di mirtilli o ti schiacciavi in mano le amarene.
Ma come fa questo vino ad essere così giovane dopo sei anni? Come fa a superare merlot e cabernet italiani, tutti, di eguale anzianità?
Il motivo è che è fatto da una testa giovane, la 2004 è la prima annata in cui ha messo mano Elena.
Per capire tutto dovete guardare soprattutto i capelli, la prima cosa che osservo in una donna, in una persona, perché rapportano la ragione al nostro essere animali. Berlusconi li tiene falsi. Mai un capo del governo aveva portato capelli finti in 150 di storia italiana. Elena invece li porta sempre perfetti, all’egiziana. Con una frangetta che non sgarra di un millimetro. Non è civetteria femminile, è tono perfezionista, al millimetro.
Dietro questa ragazza giovane e sorridente c’è un carattere di acciaio, tosto.
Che meraviglia, è così difficile da trovarne tra i suoi coetanei!
Bisogna essere precisi per fare un vino capace di far sognare.
Il 2004 è questo. Un vino apparentemente suadente, un po’ dimesso al naso. Ma incredibimente lungo, appassionante, pazzesco direbbe Giovanni Gagliardi. Solo il 1990 del Carato Venusio mi era piaciuto tanto nel Vulture.
Aspettate una ventina di minuti prima di berlo. All’inizio le note tostate sono omologanti.
Elena, raddoppia subito il costo. I tuoi capolavori non hanno prezzo e chi li beve se li deve meritare.
Ecco cosa significa fare un grande Aglianico. Ecco cosa è un grande Aglianico

Assaggio dell’11 aprile 2007. Uno dei migliori riassaggi del Vinitaly, afferrato proprio negli ultimi minuti utili, è stato l’Aglianico di Salvatore Fucci e della figlia Elena, enologa. Si tratta di una piccola azienda che prima conferiva le uve a Paternoster e che ha conosciuto il boom grazie ai Tre Bicchieri del millesimo 2001, cantina monovitigna e monoprodotto come piace molto a noi quando le dimensioni sono ridotte perchè è difficile riuscire a fare più di una cosa eccelsa in questi casi. Il vigneto è uno spettacolo e vale il viaggio: si tratta di un ventaglio a ridosso dell’uscita di Barile della superstrada che collega Candela a Potenza, ben esposta e che gode di grandi escursione termiche con il vento del vallone pronto ad asciugare l’umidità della notte. Titolo è il nome della località che dà anche il nome a questo Aglianico divenuto portabandiera del territorio grazie alle sue spiccati doti di equilibrio e complessità. Dopo il boom del 2001, un’annata poco felice e un’altra troppo popputa, adesso finalmente la 2004 che, nel Vulture come nell’Irpinia, sembra caratterizzarsi per l’estrema eleganza del naso ricco di profumi di frutta rossa e di sottobosco appena carezzati dai legni ben giocati e, in bocca, per la stupenda freschezza in giusto equilibrio con tannini ormai risolti, la struttura presente ma non esuberante, il tutto in una cornice di alcol contenuto sui 13 gradi.

Ci sono ovviamente i presupposti di un buon invecchiamento, forse qualche cosa in meno del 2001, ma trovo il Titolo 2004 un rosso già pronto da bere adesso e vi invito a farlo da qui ai prossimi tre o quattro anni. Bella espressione di un territorio pieno di grandi prodotti ma povero di idee su come promuoverli nonostante i paesaggi, i castelli e i sapori indimenticabili. Ma questa è storia comune del Mezzogiorno contadino e non commerciale. Lo beviamo, scusate la banalità, sulle interiora di capretto saltate in padella con le cipolle e un po’ di peperoncino, il mio antipasto preferito a Pasqua sin da quando ero ragazzino.

Sede a Barile. Contrada Solagna del Titolo. Tel.e fax 0972.770736. www.elenafucci.com Enologo: Sergio Paternoster. Ettari: 7 di proprietà. Bottiglie prodotte: 25.000. Vitigni: aglianico


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