Tommasi Estates: dall’Amarone all’Aglianico del Vulture passando per Montalcino

Pubblicato in: I vini da non perdere
Tommasi Estates - Vini

di Raffaele Mosca

Di ritorno dalla Borgogna, dopo il tour de force di Vinitaly Special Edition, faccio un salto in Valpolicella e mi ritrovo davanti ad un grandissimo Aglianico, a un Brunello di grande beva e a un Amarone ambiziosissimo che sfida i fine wines del bordolese e del nuovo Mondo.

L’occasione per confrontarsi con un line-up di questa caratura è la visita lampo ad un’azienda grande non solo per una questione di numeri, ma anche per la visionarietá del progetto. Nella rosa delle famiglie storiche dell’ Amarone fin dagli albori, con cinque succursali tra Centro e Sud e altre che andranno aggiungersi negli anni a venire, la galassia Tommasi ha pochi eguali nel panorama nazionale quanto a prestigio del portfolio.

La retorica del “piccolo è bello” – che contagia tutti gli addetti ai lavori, incluso il sottoscritto – va in frantumi davanti al fascino di una struttura che ospita al suo interno un caveau con botti di ogni tipologie e dimensione utilizzate per decine di vinificazioni parcellari. Ce n’è anche una da Guinness dei primati: 33.000 litri, pari a una capacità produttiva di circa 44.000 bottiglie. E poi ci sono i due grandi fusti del primo novecento dai quali è partita la storia di questa dinastia del vino. Fu Giacomo Tommasi a produrre il primo vino nel 1902 e ad acquistare, nel corso del primo ventennio del secolo scorso, le vigne di Sant’Ambrogio in Valpolicella che tutt’oggi costituiscono il cuore storico delle tenute. Giacomo era partito con il Recioto e qualche bottiglia di Valpolicella classico; poi, nel 1959, la successiva generazione ha imbottigliato la prima annata di Amarone. Nel 1978 la sede dell’azienda è stata spostata dalla casa di famiglia – dove tutt’oggi risiedono gli eredi – alla struttura di Pedemonte che attualmente ospita fruttaia e bottaia. Nuovi appezzamenti sono stati acquisiti in zona negli anni 80’ – che corrispondono anche al debutto sui mercati esteri – e nei primi 90’ ha avuto inizio l’avventura fuori regione di Tommasi Estates con l’acquisto di Poggio al Tufo nella Maremma.

Oggi le aziende del gruppo sono collocate tra Toscana (Poggio al Tufo e Casisano a Montalcino), Puglia (Masseria Surani a Manduria), Oltrepo Pavese (Caseo) e Basilicata (Paternoster). Ma la Valpolicella resta il fortino familiare con un milione di bottiglie prodotte e due progetti che scorrono su binari paralleli. Dal 2018, infatti, la linea classica è affiancata da De Buris, griffe che sta al brand Tommasi come il Dom Perignon sta a Moet & Chandon. “ De Buris proviene dal vigneto La Groletta, forse il più importante di tutta la Valpolicella – ci spiega Giorgio Scarsello, export manager per l’Europa – il nome deriva dalla villa palladiana nel mezzo della tenuta, dove a breve cominceremo a fare anche alta ristorazione e hospitality.” L’elemento chiave di questa etichetta esclusiva, che viene subito dopo Dal Forno e Quintarelli in termini di posizionamento sul mercato e di prezzo al pubblico, è la presenza nel suolo di calcari simili alla craie champenoise. “ E’ un tipo di terreno che dà vita ad un Amarone diverso da qualunque altro in circolazione: molto più fine. I16 gradi li senti a malapena.”

A sorprendermi è anche il modo in cui viene gestita tutta questa massa di uve e di vini. Oramai la maggior parte dei 125 ettari aziendali è convertita al biologico e in alcune parcelle si lavora in biodinamica. In cantina, invece, le fermentazione avviene spontaneamente: “ abbiamo provato ad inoculare lieviti in passato, ma i risultati non sono stati soddisfacenti. I vini sembravano troppo uguali al variare delle annate”.

Tra campioni dei suoli, grappoli imbalsamati e schermi che trasmettono riprese aeree dei vigneti aziendali, lo storytelling è indubbiamente molto azzeccato, ma, aldilà della forma, c’è anche tanta sostanza. Sul fronte del Brunello, l’azienda Casisano nel quadrante sud est di Montalcino fa forza sugli appezzamenti posti sopra i 400 metri d’altezza e produce vini agili, scorrevoli, buoni da bere subito. Sul Vulture, invece, lo stile dello storico marchio  Paternoster rimane lo stesso di sempre, anche se a breve uscirà una nuova etichetta top di gamma che affiancherà lo storico Cru Don Anselmo. A tutto questo tutto si aggiunge una nuova cantina in Umbria – zona Orvieto – che entrerà in pieno regime produttivo nel 2023 e una serie altri progetti in via di definizione. “ Ci piacerebbe investire sull’Etna – afferma Giorgio – e poi chissà… forse fuori dall’Europa, magari nel Nuovo Mondo.”

 

I vini

Tommasi – Lugana 2020

Da parcelle sul versante lombardo della denominazione. Le uve sono vendemmiate di notte per mantenere la freschezza ed evitare deperimenti nel trasporto dalla vigna alla cantina in Valpolicella. Il colore evidenzia bagliori dorati e il profumo è ricco, esuberante: ananas e susina gialla, mela golden ed erba limoncella, qualche accento minerale. In bocca è ricco, avvolgente, carico di rimandi alla frutta estiva. Ha comunque il giusto nerbo di fondo che prolunga un sorso lineare, di buon equilibrio.

 

Casisano – Rosso di Montalcino 2019

Versione molto sfiziosa di una tipologia che, negli ultimi anni, ha fatto passi da gigante. Aromi molto didattici di ribes rosso, arancia sanguinella ed erbe aromatiche definiscono il naso immediato e il sorso facile, senza fronzoli, da pici all’aglione o bucatini all’amatriciana.

 

Casisano – Brunello di Montalcino 2016

In stato di grazia come tutti i vini di questo millesimo quotatissimo, è balsamico e boschivo, croccante e longilineo in bocca con rimandi ematici insistenti, tannini vispi e una progressione agile e diretta che sa di mirtilli rossi, legno arso e tarocco siciliano.

 

Paternoster – Aglianico del Vulture Don Anselmo 2015

Un classico intramontabile che non è cambiato di una virgola nel passaggio di proprietà: fumoso e piccante, profumato di legni balsamici, melagrana, chinotto, erbe officinali e goudron. E’ austero, imponente, tutto giocato sul tannino fitto, nervoso che dà vigore allo sviluppo senza orpelli e senza compromessi. Concede poco in questa fase.. ma che carattere!

 

Paternoster – Aglianico del Vulture Rotondo 2017

Ultima annata di questo second vin: non sarà prodotto nei prossimi anni e, in un secondo momento, le uve del vigneto confluiranno nel super-Aglianico di cui sopra. Gli aromi richiamano la vernice, le ciliegie sotto spirito, la crema di caffè. Tannini appena asciuganti bilanciano la ricca massa fruttata e lasciano spaziano in chiusura a ritorni di torrefazione e tostatura. Sicuramente un vino ben costruito, ma si può fare molto di più.

 

Tommasi – Amarone della Valpolicella Classico 2017

“ Cerchiamo sempre di avere un residuo zuccherino moderato e di produrre un Classico che sia contraddistinto da una certa facilità in beva ” ci spiega Giorgio. E, in effetti, il naso di quest’Amarone rende subito un’idea di equilibrio e moderazione. Più che l’alcol, più che la solita frutta stra-matura, a dominare il quadro è una vena vegetale – di erbe disidratate – che va a braccetto con toni di viola mammola e confettura di lamponi, talco, china e cannella. Il sorso è coerente, preciso, in perfetto equilibrio tra concentrazione non eccessiva e durezze adeguate. Un tocco ammandorlato ravviva il finale energico, discretamente balsamico e non troppo alcolico.

 

Tommasi – Amarone della Valpolicella Riserva Ca’ Florian 2012

Dal vigneto San Floriano, fa quasi nove anni tra legno grande, barrique e bottiglia. Il colore tende leggermente al granato e i profumi sono dolci, golosi: prugna e amarene sotto spirito, cioccolato al latte, cannella e noce moscata, tabacco mentolato e sbuffi affumicati. A questo naso molto canonico corrisponde un sorso largo e confortante, caldo al punto giusto, denso di frutta in confettura e arrotondato da ritorni cioccolatosi che prendono il sopravvento nel finale ampio, cremoso. E’ molto più ricco rispetto all’Amarone base, ma non esagerato.

 

De Buris – Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2009

E arriviamo al vino-trofeo di casa Tommasi, che stacca subito tutti gli altri ed esibisce un profilo assolutamente singolare. Parte con aromi di sottobosco e cacao amaro, legno arso, chiodo di garofano, mirtilli in composta in pieno stile bordolese, nocciola, pot-pourri, sandalo e china. E’ estremamente denso e materico, ma anche balsamico, appena floreale nei rimandi, più sottile e dinamico nel finale sostenuto da un tannino di puro velluto. Ha la ciccia, la potenza per dar man forte a un tomahawk di rubia gallega o alla pastisada de caval della tradizione veronese, ma non supera mai il confine tra possanza e tracotanza. Confermo che si tratta di un Amarone di raro equilibrio: gli si addice perfettamente la famosa metafora del “culturista in frac”.

 


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