
di Angela Petroccione
Si è concluso da pochi giorni Wine Paris, il primo grande appuntamento internazionale dell’anno per il settore vitivinicolo, che ha riunito a Parigi oltre 6.000 espositori provenienti da più di 50 Paesi. In una fase segnata da tensioni geopolitiche, rallentamento dei consumi e squilibri strutturali del mercato, l’attesa attorno a questo evento era alta: capire se una fiera potesse ancora funzionare come luogo di orientamento per il sistema.
La risposta è arrivata soprattutto dall’impostazione. La manifestazione, organizzata da Vinexposium, ha scelto di superare il modello tradizionale di salone esclusivamente dedicato al vino e di proporsi come piattaforma articolata, capace di tenere insieme, con la stessa dignità di spazi e senza appiattirli, segmenti diversi del mondo beverage.
Una scelta, quella di rafforzare con padiglioni autonomi le aree Be Spirits, dedicate ai distillati, e Be No, riservata alle proposte a basso o nullo contenuto alcolico, che riflette un mercato sempre meno omogeneo e la necessità di leggere trasformazioni ormai strutturali.
Il vino resta l’asse portante di Wine Paris, ma il contesto intorno è cambiato. I consorzi di tutela presidiano il campo muovendosi sempre più come organismi chiamati a dare direzione e coerenza in una fase di transizione complessa. Attorno, spirits e proposte no e low alcol non si pongono come alternative dirette, ma come segnali di una pressione esterna che ridisegna confini, carte beverage e strategie distributive.
Anche gli spazi hanno raccontato registri e linguaggi differenti. Più formale e istituzionale quello del vino, più inclusivo e informale – e forse per questo più vissuto – quello delle altre categorie, capaci di intercettare soprattutto l’interesse delle fasce più giovani. Non si tratta della testimonianza di un ribaltamento immediato dei consumi, ma di un segnale culturale da interpretare e riconsiderare.
L’evento ha restituito anche l’immagine di un tessuto produttivo che si muove a due velocità. Da un lato cantinearrivate con agende già costruite e incontri programmati, dall’altro presenze attendiste, ancora in cerca di segnali. Un contrasto che ha reso evidente come oggi la partecipazione a un appuntamento internazionale richieda molta più preparazione e strategia, andando oltre il semplice “esserci”.
In questo quadro, il contributo italiano si è confermato centrale, con una compagine di oltre 1.300 aziende, secondo contingente dopo quello francese. Una presenza ampia e articolata, dentro cui si è inserita anche la delegazione campana, in un contesto sempre più internazionale dove il posizionamento pesa più della sola appartenenza territoriale.
Il confronto con le altre fiere europee aiuta a leggere il momento. Düsseldorf appare oggi più regionale rispetto al passato, mentre Verona resta un appuntamento centrale per il sistema italiano, chiamato però a difendere il proprio ruolo in uno scenario più competitivo. Parigi, forte del suo fascino e di una infrastruttura di servizi più che efficiente, ha dimostrato di aver conquistato con merito la posizione di unico hub
realmente globale.
Non è un caso. La Francia, pur attraversando una fase complessa sul fronte dei consumi, chiamata tra l’altro a gestire la pressione competitiva di fenomeni come l’ascesa del Prosecco – che ha portato il Paese a diventarne il terzo importatore mondiale
– continua a intervenire sul sistema con decisione, superando anche posizioni conservatrici. Politiche di estirpazione per riequilibrare l’offerta, aperture regolatorie fino a poco tempo fa impensabili come lo zuccheraggio nelle AOC.
La manifestazione è il riflesso di questa capacità di reagire alle tensioni trasformandole in scelte operative forti.
La prossima edizione di Wine Paris è già fissata dal 15 al 17 febbraio 2027. Il presente è stato messo in scena per misurare il futuro: non tutte le tendenze sono destinate a consolidarsi, ma portarle sotto i riflettori ha significatosottoporle a verifica. In un mercato che si sta ridefinendo, anche questo è un modo per governare l’incertezza.
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