Amalfi, Società Cooperativa Amalfitana Trasformazione Agrumi: alle origini del limoncello

Pubblicato in: Liquori, infusi & C

L’acronimo Cata, alle origini del limoncello
Via delle Cartiere, 55/57
Sede legale in via Salita Chiarito, 9
Tel. 089.873211, fax 089.872334
www.cata.amalfi.it

cata@starnet.it


Per entrare nel fantastico mondo dello sfusato amalfitano, il limone tipico della Costiera così chiamato per la sua forma affusolata, l’azienda di Luigi Aceto è sicuramente la porta principale. I suoi terrazzamenti dominano il centro sia sul versante dell’Hotel Luna, dove tra l’altro nascono ancora gli ultimi cedri, sia lungo la strada che porta alla fantastica Valle dei Mulini, proprio in cima all’abitato, quando le case iniziano ad abbracciarsi con la vegetazione. Qui c’è l’azienda, nata come produttrice di agrumi sin dal 1885, quando Salvatore Aceto, acquistò il primo terreno nel comune di Ravello. L’attività conosce il suo splendore nei primi due decenni del ‘900, quando dal porticciolo di Amalfi partivano i bastimenti carichi di limoni. Il “femminello sfusato” per lo più senza semi, con la forma allungata, si differenzia da altri tipi per la sua grandezza, per i tempi di conservazione molto lunghi, per la scorza spessa, rugosa e ricca di olii essenziali fortemente aromatici. La raccolta avviene più volte l’anno, per il fenomeno tipico nei limoni del polimorfismo, anche se la produzione di maggior pregio si ottiene nel periodo primaverile-estivo, compreso tra marzo e fine luglio con la cosidetta prima fioritura, quando la pianta ha più energia da trasmettere al frutto. Per queste sue caratteristiche, il limone amalfitano ha avuto subito propensione all’esportazione e poi alla trasformazione in limoncello. Furono ovviamente gli Arabi, nel corso della loro espansione e delle loro conquiste, che introdussero il limone in Spagna e in Sicilia e da qui in Campania. Ma la sua diffusione produttiva e commerciale avvenne soprattutto grazie alla necessità di disporne nella lotta allo scorbuto, la carenza di vitamina C, diffusa tra i marinai. Per gli amalfitani era determinante poterne avere sulle proprie navi. Nell’XI secolo, la Repubblica Amalfitana decretò che a bordo navi ci fossero sempre provviste. Dal 1400 al 1800 la richiesta crebbe anche da parte di altri Paesi, soprattutto nord-europei. Lo storico locale Matteo Camera scrive che siamo nel 1600, di limoni “…che da Minori venivano trasportati via mare verso altri mercati italiani, assieme a limoncelli e a cetrangoli…”( arance amare). E’ così che lungo la Costa, i “giardini di limoni”, sono andati crescendo di numero e di ampiezza nel corso dei secoli, attraverso un’opera immane dell’uomo che ha recuperato all’agricoltura suoli scoscesi ed impervi. Dopo il 1500 la presenza del limone nell’area è riportata da diversi autori, e in un testo del ‘600 si trova anche un accenno ad un “limon amalphitanus”, dalle caratteristiche molto simili all’odierno sfusato della Costiera. Progressivamente la limonicoltura entra in crisi nei decenni successivi, prima a causa della concorrenza siciliana, poi di quella degli altri paesi del Mediterraneo sino a toccare il picco negli anni ’80 con l’abbandono dei terrazzamenti che non producevano più reddito. E’ proprio la fortuna del limoncello a risollevare le sorti agricole: le sue origini sono probabilmente conventuali, ma le ipotesi tante.

Due o tre su tutte, tanto per gradire. Alcuni ricordano l’uso dei pescatori contadini di bere un po’ di liquore di limone al mattino per combattere il freddo, altri parlano di monaci laboriosi intenti a conservare il bello della vita tra una preghiera e l’altra quando le strade erano insicure e il mare popolato di saraceni predoni. Sicché oltre ai dolci, le conserve e quant’altro di buono circolava nei secoli bui anche gli infusi più diversi, ottenuti con le fragole, il mirto, il mandarino, la noce di Sorrento, il limone appunto, erano produzione comune nei conventi costruiti tra le rocce e il mare. Il segreto del successo nasce dall’intuizione di alcuni ristoratori di servirlo freddo anziché a temperatura ambiente, esaltando le note agrumate ed è il boom. La data di nascita dell’azienda di trasformazione, il liquorificio, insomma, coinvide con l’inzio della moda, siamo nel 1992.

Le esportazioni camminano in tuto il mondo, ma venire qui ha sicuramente un fascino particolare, anche perché si può visitare il Museo della Civiltà Contadina dentro l’azienda. Attualmente sono circa 400 gli ettari in Costiera in cui è coltivato lo sfusato. L’intuizione dei produttori amalfitani, stimolati anche dalla concorrenza dei vicini sorrentini con i quali però non hanno mai voluto trovare intese, è stata quella di legare il liquore alle caratteristiche del frutto, davvero inimitabile per il suo profumo e la dolcezza. Con il riconoscimento della igp, indicazione geografica protetta, le piccole produzioni artigianali sono state tutelate dalla concorrenza industriali, anzi, per certi versi, come sempre accade, l’industria amplifica il successo e rende più appetibile il prodotto artigianale di qualità. Così è andata e nonostante ormai siamo in presena di un mercato maturo a quasi vent’anni dal primo boom, questa attività ha consentito alla Costiera di slavare i propri limoneti, dunque il paesaggio e l’ambiente che la rendono magica e famosa in tutot il mondo, produrre reddito e gratificare i consumatori con un fine pasto davvero molto particolare e ammaliante. L’azienda della famiglia Aceto, oltre al limoncello, produce tutti gli altri infusi tipici della Costa, conserve, babà al limoncello, crema di limone, miele. Da non perdere.


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