di Marco Contursi
La querelle insulsa (sono altre le cose per cui dovrebbero indignarsi) di questi giorni, tra un pizzaiolo napoletano ed i salernitani sul fatto che la Capricciosa si faccia o meno coi wurstel, conferma, ancora una volta, che la comunicazione nel mondo del food, sta prendendo una piega che, a me, piace sempre meno.
Andiamo per ordine. Fino all’avvento dei social, la comunicazione era affidata a professionisti, giornalisti o pubblicitari.
I giornalisti, potevano scrivere di un ristorante o di un produttore, magari, all’interno di un servizio più ampio, su un intero territorio, tipo, realizzo un servizio sul Cilento e metto due righe su questo o quel ristorante, magari descrivendone i piatti tipici locali.
C’era poi la critica gastronomica, ossia giornalisti a cui veniva affidata una rubrica e potevano raccontare la loro esperienza in un locale. Senza filtri poiché avevano un editore dietro pronto a intervenire per eventuali cause legali, a dire il vero, non frequenti, perché c’era rispetto per queste figure, ritenute autorevoli.
Infine c’era la pubblicità, su riviste e televisioni ma difficilmente i piccoli, produttori o ristoratori, potevano permettersela, perché molto costosa ed appannaggio delle grandi aziende. Ai piccoli restava di comprare un trafiletto con foto su un giornale locale per farsi conoscere.
Quindi la forma di pubblicità più diffusa era il passaparola, che aveva un presupposto fondamentale, affinchè avvenisse: dovevo essere stato bene in quel posto. Ossia se io mangiavo bene, il personale e l’ambiente erano accoglienti e il conto congruo, io ne parlavo con i miei amici. E loro, semmai, andavano. Stop.
Da quando sono arrivati i social è cambiato tutto.
Decine di ragazzi hanno iniziato a fare video, autoproclamandosi “Food blogger”. Senza regole e senza competenza. Semmai all’inizio erano motivati, pur non avendo competenze specifiche, da una sincera voglia di raccontare quello che mangiavano, ma ben presto dopo aver capito che poteva essere un business, hanno iniziato a farlo a pagamento senza specificare che lo facevano su oridnazione dei diretti interessati.
Questo concetto semplicissimo, ossia che parlano bene di tutto e tutti perché sono pagati per farlo non è chiaro a chi li segue, che credono siano affidabili nei loro racconti.
D’altronde basta guardare le tantissime recensioni negative dei locali aperti da questi influencer per capire che magari dovrebbero andare prima a scuola e poi mettere piede in un campo, non facile, come la ristorazione.
Ma il problema della comunicazione fai da te non riguarda solo gli influencer ma anche gli stessi ristoratori e pizzaioli, che non sanno più che inventarsi per far parlare di loro. Viene il Papa a Napoli ed ecco 50 parodie e ricostruzioni con l’Ai, che affiancano il Santo Padre ora ad uno e ora ad un altro. Tra balletti, scenette, canzoni e parodie, non si capisce più dove finisce il pizzaiolo ed inizia il comico.
Se poi la titolare è donna, non ci facciamo mancare qualche scollatura ed ammiccamento.
Ma perché per vendere una Margherita devo fare la sceneggiata? Non basterebbe fare una buona pizza, con buoni ingredienti ed una buona cottura?
E questo modo di comunicare facendo buffonerie e scenette trash, non riguarda solo il cibo. Si va dal venditore di auto usate che ormai è considerato un personaggio pubblico e fa serate, dopo decine di scenette volgari, al venditore di elettrodomestici che pure si profonde in video di rara cafonaggine, fino ad arrivare alla titoker napoletana, che ha trovato nei social, il riscatto di una vita balorda, tra dipendenze ed arresti. Solo che il riscatto passa per video che raccontano una napoletanità, purtroppo diffusa, di cui ogni napoletano perbene si vergogna che esista.
Perché purtroppo deve constatarsi che questi fenomeni sono mooolto più diffusi in Campania, rispetto ad altre regioni, come ho potuto verificare nei miei lunghi soggiorni tra Calabria, Sicilia e centro Italia. Eppure Napoli è stata, nei secoli, patria di una intellighenzia che ne ha fatto, con eleganza e cultura, un modello ammirato in tutto il mondo, ma che oggi è sepolto da tonnellate di cafonaggine e maleducazione, di ignoranza e volgarità gratuita.
C’è poi un altro problema di questa comunicazione fai da te, ed è, la costante profusione di bugie da parte delle aziende. L’ultima? Una pizzeria che afferma di produrre quello che mette sulle pizze. Ovviamente non è così. Ma non è vero nemmeno che l’agriturismo Tizio somministra prodotti suoi, o che una crostata al limone che spacciano per artigianale sia tale. O che il panino di Sempronio sia farcito con prodotti di qualità. Tutte balle.
Balle, fandonie, panzane, dette dar cazzaro di turno per impressionare gli allocchi che lo seguono.
D’altronde dice un antico proverbio napolenano “ Acquaiolo l’acqua è fresca? Manco a neve accussì fresc, Signò”.
Però pochissimi di quelli che seguono i video si pongono domande circa la veridicità di quello che viene detto, ma prendono per oro colato qualsiasi cosa venga dichiarato, e quindi affollano posti che nella realtà sono delle vere e proprie fregature. Qualcuno dei clienti, dopo esserci stato, se ne accorge e partono le recensioni negative, altri non notano le discrepanze tra quello che viene detto e quello che trovano (esempio salumi industriali spacciati per artigianali, pasta comprata per pasta fresca ecc) e semmai ritornano.
Il problema sono quindi sempre gli utenti.
Perché certi tiktoker volgari hanno 1 milione di follower?
• Innanzitutto perché molti utenti sono come loro, solo che prima erano relegati nelle loro case. Ora, grazie ai social, hanno come palcoscenico il mondo, su cui esibirsi, o sotto cui assistere, incoraggiando il proprio beniamino a suon di like.
Ma se non fosse per i social, quando mai sarebbe accaduto che un tizio con la terza media, avuta coi punti delle merendine, potesse iniziare una polemica con un Professore universitario??? Eppure accade proprio questo, sotto i post su facebook di medici importanti, dove c’è sempre il commento della casalinga o dell’operaio che dall’alto del nulla, sputano sentenze.
Ritornando a noi, la prima categoria che segue queste persone è quello simile a loro. Quindi se uno fa un video in cui si sbrodola, lo acclamano coloro che mangiano allo stesso modo, perché lo sentono a loro affine.
• La seconda, è la persona anche di cultura che però trova divertente seguire il trash, come forma di alienazione da quello che invece è tutti i giorni. Accade così che un magistrato inviti al suo compleanno, insieme a colleghi, anche una tiktoker pluripregiudicata per esibirsi con le sue pseudocanzoni. Magari con la giusificazione “Ma è solo per “parià”, che vi pensate???” Senza capire le implicazioni etiche e di immagine di un simile gesto.
E quindi, anche nel food, accade che persone che normalmente non mangino food porn, poi seguano chi mette video di panini che colano dappertutto, o di gente che si abbuffa fino a sentirsi male.
E, ovviamente, pur di fare audience, tutto fa brodo: balletti, urla, finte aggressioni, beneficenza spiattellata a destra e manca, sculettamenti, ormai tutto va bene, pur di generare, commenti, condivisioni, in una sola parola: visibilità.
Con la conseguenza che chi non scende a questi livelli, resta in disparte.
Ritornando a Salerno, ma potrei dire pure Napoli o Caserta, sapete quante ottime pizzerie ci sono, che fanno un ottima pizza e con prodotti di qualità che solo perché i titolari non si agitano sui social, non sono considerate?
Ma più in generale, sapete quanti professionisti validi ci sono che solo perché non urlano o fanno gag da attori di quarta categoria non vengono presi in considerazione?
Siamo la società della volgarità, dove chi urla, chi è cafone ha più punti di chi sceglie un silenzio elegante, facendo parlare i fatti.
Una società dove la gente va in pizzeria o nella salumeria, non per mangiare una pizza o un panino, ma per chiedere una foto col pizzaiolo o salumiere star, per poter condividerne un pezzettino di notorietà e sentirsi importante, pubblicandolo sui propri social. E se non lo trova, ci resta male e lascia una recensione negativa.
Cioè, tu lasci una recensione negativa, non perché la pizza o il panino non ti sono piaciuti ma perché non hai trovato colui per cui sei andato, cioè il pizzaiolo o il salumiere???? Ma stai buon ca cap?????
Ricordo una food blogger che qualche anno fa, scrivendo di un pizzaiolo, disse “è una persona che ha cambiato il mondo, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”.
Sarà…..ma io resto convinto che un calzone aperto, non sarà mai importante come una operazione a cuore aperto.
Credo sia ora di tornare a dare il giusto valore alle cose, e ad una comunicazione veritiera e elegante, fatta da professionisti.
Ah, un’ultima cosa, dove avete detto che danno la pizza ad 1 euro????
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