Chateau Musar

Pubblicato in: I vini da non perdere
Chateau Musar

di Alessandro Marra
La viticoltura libanese ha storia antichissima e numeri tutt’altro che trascurabili (circa 10 milioni di bottiglie prodotte nel 2014), ciò nonostante non saprei fare altro nome se non quello di Chateau Musar.

La storia di questa celebre azienda inizia con la visione di un uomo, Gaston Hochar, che tornato nel 1930 dalla Francia, dove era andato a studiare medicina, decise di impiantare varietà di uva internazionali, ma non solo (tra quelle a bacca bianca, obaideh e merwah, uva -quest’ultima- che pare abbia più di un’affinità con il timorasso). Oggi gli ettari vitati sono 180, tutti nella valle del Bekaa, che si estende in mezzo alle due catene montuose che attraversano longitudinalmente il Paese. In quest’area, i terreni sono argilloso-calcarei e ricchi di pietre e le condizioni climatiche (temperature miti, forti escursioni termiche, ventilazione) sono particolarmente favorevoli, al punto che le malattie sono in pratica quasi del tutto assenti. Le viti sono in buona parte centenarie e franche di piede e vengono tradizionalmente allevate a terra, con la folta vegetazione che assicura protezione ai grappoli.

Non stupisce più di tanto, insomma, che vi si producano vini di una tale bontà da essere ormai famosi in tutto il mondo. Tra questi, oggetto di una vera e propria venerazione, il Chateau Musar Red, un blend di cabernet sauvignon, carignan e cinsault, in percentuali variabili a seconda dell’annata (in genere circa un terzo per ognuna di queste tre varietà): il cabernet, uva particolarmente diffusa nel Bordeaux, da’ struttura, mascolinità e intensità; il cinsault e il carignan, vitigni tipici del Rodano, sono chiamati, invece, ad apportare frutto e dolcezza, eleganza e morbidezza al palato.

La settimana scorsa a Roma, grazie all’organizzazione della delegazione di Onav, Marc Hochar, nipote del fondatore e figlio di Serge, ha raccontato sei annate di questo fantastico rosso.

L’attesa è un valore fondante della produzione di vino a Chateau Musar e per questo il vino “esce” solo quando è ritenuto pronto. Nel caso specifico, il 2009 lo è stato prima del 2006. Figlio di un’annata praticamente perfetta sino a settembre, quando la raccolta è stata interrotta per due giorni di eccezionale pioggia, il primo ha profumi fruttati ed eterei, ma deve ancora distendersi al palato; il secondo odora di spezie e cuoio, finocchietto e melograno, ha sorso più pieno e chiude su note di fiori appassiti e cacao. L’annata 2006, ideale per l’andamento climatico (solo 10 giorni di clima veramente estivo, temperature massime di 30 gradi nel giorno e 22 di notte), sarà ricordata per i 34 giorni di conflitto tra luglio e agosto.

Anche nel 2004 l’andamento stagionale è stato piuttosto regolare, salvo un’ondata di calore improvvisa durante l’estate. Ne è venuto fuori un vino (anche questo a prevalenza cabernet) di maggiore avvolgenza e balsamicità, più mediterraneo, con qualche nota di canfora e un che di polveroso; note aranciate a introdurre un finale lunghissimo quanto a persistenza, con il frutto che va verso la confettura e il sotto spirito, timo, cenere e spezie.
Inverno piovoso, primavera calda ed estate mite hanno, invece, caratterizzato il millesimo 2003, ancora una volta con maggiore percentuale di cabernet. C’è qualche carattere “animale” tipicamente made in Musar, in generale un’impostazione di maggiore austerità, un sorso più speziato e affumicato, che se non avesse quel portamento potrebbe dirsi quasi scorbutico, esuberante quanto ad acidità. Tra i miei preferiti, probabilmente la bottiglia che comprerei per tenere da parte.

Nel 1998 le viti hanno sofferto, e non poco, la mancanza di pioggia da giugno a ottobre. La frutta sta più in lontananza, vengono fuori le note terrose, poi sandalo e liquirizia, pellame e tabacco. Più cinsault del solito e, forse per questo, una maggiore rotondità; il finale è floreale e balsamico, tutto resina e noce moscata. Probabilmente il vino che ha incassato più “mi piace”.
Personalmente, m’è garbato molto anche il 1997, spiccatamente acido e profumato di tartufo, sottobosco e ruggine, decisamente più introverso ed autunnale, direi chiaroscurale, forse proprio per questo più affascinante.


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