Dal Burkina Faso a Cava dei Tirreni: la storia di Momin Compaore, pizzaiolo che ha trasformato l’avversità in speranza

Pubblicato in: Personaggi

di Laura Guerra

Pizzeria Prisco a Cava è un’insegna che racchiude un mondo e i sogni, i viaggi e le ambizioni di chi lavora qui e guarda al mondo uscendo sul corso principale.
Momin Compaore, lo fa ogni giorno ha le mani veloci e lo sguardo di chi ha imparato a capire l’impasto che lievita, il fuoco che cuoce, il cliente a tavola. E l’alfabeto di una città che lo ha accolto e che lui riconosce come sua.
Lavora alla pizzeria Prisco, uno dei locali storici della cittadina metelliana. Ma per arrivare fin qui, Momin ha attraversato molto più di un Mediterraneo.
La sua storia comincia in Burkina Faso, uno dei paesi più poveri al mondo, stretto tra crisi climatiche e instabilità politica che negli ultimi anni hanno spinto centinaia di persone a lasciare tutto. Momin parte da giovane, con l’idea — più che un piano, una necessità — di trovare altrove ciò che a casa gli era negato: un futuro possibile. Il suo viaggio attraversa il Sahel e arriva in Libia, tappa obbligata e spesso drammatica per chi tenta la rotta mediterranea. Sono mesi di attesa, di lavori precari, di un’esistenza sospesa in un paese che per i migranti africani è tutt’altro che un porto sicuro. Poi il mare: il barcone, la traversata, l’incertezza di non sapere se si arriverà davvero dall’altra parte.

Momin arriva in Italia da solo. Alle spalle lascia la moglie Bambore e, con il tempo, la distanza si allarga fino a diventare quella condizione che chi lavora nell’accoglienza chiama “famiglia divisa”: persone che condividono un legame ma non più uno spazio, per anni. È un capitolo che tantissimi migranti conoscono bene, fatto di telefonate, di attese, di burocrazia da affrontare pezzo per pezzo.

Ed è qui che la storia di Momin comincia a virare verso qualcosa che assomiglia al riscatto. Conosce Antonio Prisco, piccolo imprenditore che ha mille progetti da realizzare e che vede in lui un ragazzo sveglio, veloce nel pensiero e pratico nell’azione, si sintonizzano subito.
In poco tempo diventa suo collaboratore di fiducia.
Gli insegna a fare la pizza.
Momin impara, si perfeziona, diventa capace. Alla pizzeria Prisco trova non solo un lavoro, ma un ambiente che lo accoglie e lo trasforma da straniero appena arrivato a lavoratore e volto riconosciuto, quello che i clienti abituali salutano per nome quando entrano.
Il lavoro, in questa storia, non è solo sostentamento: è la leva che gli permette di avviare il ricongiungimento familiare. Le pratiche burocratiche per portare la moglie in Italia richiedono tempo, documenti, un contratto stabile e la dimostrazione di poter garantire un’esistenza dignitosa alla propria famiglia — condizioni che un impiego serio e continuativo come pizzaiolo alla fine gli permettono di soddisfare. Quando la moglie arriva, dopo anni di distanza, la famiglia si ricompone. Oggi Momin è padre di tre figli, Abdoulaye, Abdoul Fatao crescono a Cava de’ Tirreni parlano l’italiano e pure il dialetto. A metà luglio è arrivata Mariem.
La storia di Momin non è un’eccezione isolata, e dice qualcosa di preciso sull’integrazione che funziona: quella che passa dal lavoro, dalla competenza, dal riconoscimento quotidiano in una comunità. Non ci sono discorsi né proclami, in questa vicenda. C’è una famiglia, dei bambini, che dovrebbe essere semplice e scontato considerare italiani con cittadinanza riconosciuta senza pretestuosi distinguo burocratici.

E c’è un uomo che ogni giorno stende un impasto, controlla la cottura, serve un piatto che ha un valore identitario — la pizza — con la stessa dedizione con cui un tempo cercava di sopravvivere a una traversata.
Cava de’ Tirreni, con la pizzeria Prisco, gli ha dato uno spazio dove essere una persona, un lavoratore. Il resto — la moglie ritrovata, i tre figli, una vita che si è ricostruita pezzo dopo pezzo — è la parte della storia che nessun documento di soggiorno può raccontare da solo, ma che si legge negli occhi di chi, alla fine, ha trovato un posto dove restare.
Il posto è la pizzeria “col baffo” segno distintivo che Antonio Prisco, il proprietario ha scelto in omaggio al padre Romano che appunto aveva i baffi e l’aspetto bonario di un oste che sa accogliere.
La storia familiare di Antonio incrocia Napoli e il Cilento e Napoli e lo si capisce dalle pizze in menu ispirate sia alla tradizione partenopea ma anche ai sapori cilentani.
La regina è anche qui la classica MargheRita, che contiene nel nome la dedica a sua madre, perché la mamma è la mamma in ogni lingua, cultura, latitudine.


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