Vigna della Congregazione 2004 Fiano di Avellino docg

Pubblicato in: Avellino
Vigna della Congregazione 2004

VILLA DIAMANTE

Uva: fiano
Fascia di prezzo: nd
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Non è facile scegliere un vino italiano dopo Egly Ouriet e Ramonet Morgeot 2007. Nella bellissima carta di vini del Kresios a Telese Terme, uno dei pochi luoghi fuori dalla Penisola dove ci si può divertire con il bicchiere, il nostro occhio cade sul Vigna della Congregazione 2004 e pensiamo subito: perché no? In fondo Antoine Gaita è stato il più francofilo dei produttori campani (vedi 1997, 1998 e 2005), ci sarà pure un elemento che non ci fa spezzare troppo il filo conduttore del discorso.
Porca p….!
Più che un filo ci siamo accorti di aver preso l’ascensore ed essere saliti su un piano superiore.
Rileggiamo con ansia le note che abbiamo scritto cinque anni fa, l’ultima volta che abbiamo provato il 2004 e ci accorgiamo che le circostanze psicologiche non erano poi diverse nella scelta, perché Roberto Mostini, al secolo il Guardiano del Faro, difficilmente scende sotto le Alpi, immaginiamoci sotto il Po, quando si tratta di bianchi. E questo gli piacque moltissimo.
L’ascensore di cui parliano non è olfattivo. La complessità del Ramonet 2007 è ampia, magari il frutto in questa annata spinge un po’ di più sulle altre componenti e quando mettiamo il Fiano sotto il naso non abbiamo la sensazione di salire, ma di restare comunque allo stesso livello: frutta a pasta gialla, zafferano, miele di acacia, salvia.

Poi magari pensi che si confrontano un vino passato legno di grande esperienza e uno passato in acciaio che in uscita non costava più di dieci euro franco cantina e pensi all’importanza della valorizzazione del territorio che fa la vera differenza, questa e non l’uva (tra l’altro biologica) che è evidentemente superiore in Irpinia, fra queste due bottiglie.
Già perché è al palato che il Fiano ha lo scatto in più. Pieno, equilibrato, molto più fresco e soprattutto spinto da una nota amaricante fantastica che ricorda la frutta e gli ortaggi irpini, sempre segnati da questa caratteristica. Al palato la sensazione fruttata decolla proprio grazie a questa percezione amara e fresca, freschissima, al tempo stesso, un rimbalzo continuo, una cedrata o un pompelmo rosa. Il Fiano è in un equilibrio stupefacente, è ampio, lungo, in forma smagliante, gode anche di un leggero accenno fumé, non ha comunque varcato il quadro che dal frutto porta ai terziari e, come al solito, ci viene da pensare a cosa sarà tra altri dieci anni.
Un vero capolavoro, che conferma la mia fidelizzazione all’annata 2004, sempre più stupenda. Come questa bottiglia che conferma, ancora una volta, cosa potrebbe essere l’Irpinia se invece di teste di cazzo geniali e laboriose, ma troppo individualiste, fosse popolato da persone capaci di fare un minimo, appena un minimo, di squadra, magari sostituendo il rancore a un po’ di ipocrisia che aiuta a vivere meglio quando non si sta in un monastero.
Ma è andata così, se ne riparlerà nella prossima Terra:-)

 

Scheda dell’agosto 2010. Se siete campani e avete un amico del Nord non perdete tempo con i rossi. A meno che non sia un raffinato conoscitore di Aglianico, difficilmente farete colpo.
Con i bianchi invece andate quasi sicuri. Se poi l’interlocutore è un maniaco dei francesi come il Guardiano del Faro, allora non potete girare troppo sull’argomento: solo un Fiano invecchiato potrà in qualche modo accendere i suoi commenti.
E’ successo l’altra sera da Gennaro Esposito dove il nostro amico Gianni Piezzo ci ha coccolati con due Vigna della Congregazione mentre ho aggiunto anche il Greco di Tufo 2008 di Cantine dell’Angelo, sorprendentemente meno intenso rispetto al 2004. Del 2002 dovremo un attimo parlare a parte perché sono emersi ancora una volta i limiti disastrosi dell’annata, in questo caso apparati alla meglio da Antoine.
Il 2004 invece ha fatto la sua porca figura. E il Guardiano ha detto sì.
Se lo avessi bevuto alla cieca lo avrei confuso con l’area di Summonte per via del sentore di funghi e fumé assolutamente dominante al naso.
La finezza olfattiva e l’eleganza erano un aspetto indiscutibile della beva, rivelatasi piena, strutturata, fresca e piacevole. Il bianco è stato molto dinamico sia al naso, cangevole dalla frutta al fumé passando per leggere note di miele non invasive e poi anche di pera sciroppata, ma soprattutto al palato, rapido ed efficace come una rasoiata.
Il punto di equilibrio raggiunto in extremis è stato il corpo, la struttura. La cui inappetenza è stata ben occultata dalla freschezza e dalla temperatura di servizio. Insomma il vino raggiunge pelo pelo tutto il palato coprendo la lingua sino in fondo. Ma non è la pienezza a dettare legge, bensì la dinamicità di una materia recuperata bene con sapienza.
Un gran bel vino. Da bere a vagonate.

Assaggio del 10 gennaio 2006. Nel corso di una gradevole serata organizzata dai ragazzi di Terra di Vino con me e Luigi Moio abbiamo riprovato il 2004 di Villa Diamante. Villa Diamante è sicuramente una delle realtà più interessanti della viticoltura campana grazie alla passione di Antoine Gaita e della moglie, emigranti di ritorno dal Belgio: diciamo però la verità, dopo il mitico Vigna della Congregazione 1997 il poco soddisfacente 1999, infine la virata da uno stile francese, cioé un bianco pensato per i tempi lunghi, ad uno classico irpino dove la longevità è affidata soprattutto alla frutta e all’acidità.

Insomma, siamo di fronte a belle esecuzioni, ma la standing ovation raccolta con l’esordio sinora non si è ancora ripetuta. E purtuttavia dobbiamo notare come la 2004, da noi abbastanza sottovalutata all’inizio, sta uscendo molto bene alla distanza con il Fiano di Avellino dopo aver stupito anzitutto con la Falanghina sannita: in questa esecuzione ci sono note affumicate e un po’ tostate che hanno affascinato tutti e convinto.

Il bicchiere ha una spinta lunga, autorevole, buona struttura, intensità e persistenza, può essere abbinato alla mozzarella di bufala, a quasi tutti i piatti di pesce e di carne salsati senza pomodoro, ed ha ancora un arco temporale considerevole nel quale esprimersi ancora con altri sentori una volta che quelli floreali saranno stati completamente assorbiti. Sicuramente il limite di cinque mesi fa rilevato da Fabio, la bocca slegata, è stato superato ed è confermata la mia osservazione sulla pazienza. Del resto c’è poco da fare, Fiano e Greco vanno sempre bevuti almeno un paio di anni dopo la vendemmia, qui siamo già a due anni e mezzo e pensiamo sia ancora presto, siamo solo all’inizio del racconto.
Questa scheda conferma due dati relativi alla vendemmia 2004. Il primo è che per i bianchi campani è stata sicuramente una buona annata, forse non eccezionale, ma sicuramente in grado di regalare gradite sorprese agli appassionati. Il secondo riguarda il Fiano, in ritardo evolutivo rispetto al Greco e alla Falanghina come avemmo modo di sperimentare nel corso di una degustazione coperta organizzata da Go Wine a Serino.

I riassaggi stanno infatti dimostrando che anche questo vitigno si sta stabilizzando nel corso dell’elevamento con buoni risultati riuscendo a sfoderare l’eleganza che lo distingue dagli altri. Allo stato dei fatti, i bianchi migliori sono sicuramente ancora le falanghine beneventane. Insomma, bisogna avere un po’ di pazienza: aspettate ancora qualche mese prima di iniziare a bere il Fiano e avrete belle soddisfazioni.

Sede a Montefredane, Via Toppole
Tel. 0825.30777, fax 0825.22920
Email: antoine.gaita1@tin.it
Enologo: Antoine Gaita
Bottiglie prodotte: 8000
Ettari: 3,5 in conversione biologica
Vitigni: fiano


Dai un'occhiata anche a:

Exit mobile version