Garantito IGP | Greco di Tufo, zonazione o racconto? Il progetto di Cantine di Marzo

Pubblicato in: GARANTITO IGP

di Andrea Petrini
All’interno dell’areale del Greco di Tufo DOCG, dove il terroir è sempre stato più evocato che realmente sezionato, Cantine di Marzo porta avanti da qualche anno un progetto che prova ad alzare l’asticella: leggere il territorio per frammenti, per vigne, per differenze misurabili. Non solo racconto, ma dati—geologici, climatici, biochimici—messi in relazione con il profilo dei vini, nel tentativo di costruire una zonazione interna alla denominazione e verificare se un vitigno fortemente identitario come il Greco di Tufo sia davvero capace di restituire sfumature territoriali leggibili e costanti nel tempo.

La traduzione pratica di questo lavoro si concentra su tre vigne—Ortale, Serrone e Laure—tra Santa Lucia e San Paolo di Tufo, in un contesto dove la variabilità dei suoli, tra argille, calcari, sabbie e componenti vulcaniche con la presenza storica di zolfo, offre basi concrete per una differenziazione. Ma è quando si passa dalla teoria alla verifica diretta, anche su più annate, che il progetto acquista spessore.

Una mini verticale sulle annate 2023, 2022 e 2021 delle tre etichette restituisce infatti una chiave di lettura più nitida: Ortale emerge come il cru della profondità, capace di esprimere vini già relativamente equilibrati in gioventù ma soprattutto stratificati, dove la componente minerale si allunga nel tempo fino a sfiorare, nell’annata 2021, suggestioni idrocarburiche.

Laure, complice anche l’esposizione, cambia completamente registro e si muove su un asse più teso: vini diretti, verticali, quasi nordici per impostazione, giocati più sulla linea acido-minerale che sulla larghezza. Serrone, al contrario, si colloca su un versante più caldo e avvolgente, offrendo interpretazioni rotonde, speziate, con richiami alla frutta tropicale e un carattere decisamente più mediterraneo.

La sensazione, mettendo in fila le tre vigne anche nel tempo, è quella di una progressione coerente—profondità, verticalità, ampiezza—più che di una frattura netta tra i diversi terroir, con l’ulteriore evidenza che è proprio nel tempo che questi bianchi trovano la loro misura migliore: si distendono, acquistano proporzione, integrano le spinte acide e minerali e guadagnano complessità, fino a esprimere, nelle annate più mature, una statura che li avvicina con decisione alla categoria dei grandi vini. Ed è forse qui che il progetto va letto con maggiore lucidità: le differenze esistono, sono riconoscibili e, cosa non scontata, tendono a ripetersi nelle diverse annate, ma si muovono ancora su un piano di sfumature, non di contrasti radicali. Un esito che, in realtà, è perfettamente coerente con la natura del Greco, vitigno che mantiene una forte impronta varietale e tende a uniformare, almeno in parte, le variazioni del suolo.
In questo contesto, il peso storico di Cantine di Marzo non è un dettaglio secondario. Fondata nel 1647, la cantina è una delle realtà più antiche e rappresentative dell’areale, profondamente legata alla storia di Tufo e alla presenza delle miniere di zolfo che hanno segnato non solo l’economia locale ma anche l’identità dei vini. È una storia che dà solidità al progetto e lo sottrae, almeno in parte, al rischio di apparire come una semplice operazione di posizionamento.
Resta però una zonazione interna, non codificata a livello di denominazione, e quindi inevitabilmente ancora in fase di costruzione anche dal punto di vista della comunicazione: più che per una mancanza di contenuti, per l’assenza, almeno allo stato attuale, di una restituzione organica e condivisa—che metta a sistema mappe, dati e linguaggio oltre i confini aziendali. Ma più di tutto conta la tenuta nel tempo: la capacità di rendere queste differenze non solo percepibili, ma riconoscibili e ripetibili vendemmia dopo vendemmia.

La direzione è interessante, e per certi versi necessaria, in un territorio che vuole smettere di essere letto come blocco unico. Ma la zonazione, perché non resti un esercizio di stile, deve diventare prima di tutto esperienza concreta, qualcosa che nel bicchiere si impone senza bisogno di spiegazioni. È lì che questo progetto si gioca la sua partita, molto più che nelle intenzioni.


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