I Vini di Fabio Mecca

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Antonio Di Spirito

Fabio Mecca non è diventato enologo perché figlio d’arte per via naturale, ma per volontà propria, coltivando la sua passione sin da piccolo. Il padre avrebbe voluto che seguisse le sue orme di medico; ma le forti curiosità che si hanno da piccoli, hanno portato Fabio ad avvicinarsi alle attività della famiglia della madre, figlia di Anselmo Paternoster, uno dei pionieri dell’Aglianico del Vulture.
Da ragazzo voleva andare a frequentare la scuola di Conegliano, ma suo padre meritava un contentino; così, si è impegnato per conseguire nei tempi giusti la maturità classica; ma dalla finestra dell’aula i suoi occhi erano puntati sulle attività della vigna e della cantina di famiglia.
Finito il liceo classico, si iscrive all’università; questa volta, però, seguendo la sua vocazione, sceglie enologia: sente il bisogno di apprendere i razionali tecnico-scientifico che governano le molteplici attività che aveva imparato nella pratica.

Il ritorno a casa non è dei migliori: i continui scontri con la vecchia generazione, rappresentata dallo zio, plenipotenziario delle attività aziendali, lo consigliano a rivolgersi altrove per maturare una crescita professionale completa e, soprattutto, smettere i panni di essere “il nipote o il figlio di”. Approda, così, alla corte di Roberto Cipresso, che già seguiva cantine nazionali ed all’estero (da Montalcino all’Argentina), dove conclude anzitempo (per un malinteso) il suo “apprendistato” e sentirsi pronto ad iniziare in proprio.
Sono stati anni durissimi, ma la soddisfazione di avercela fatta solo con le proprie forze è grande. E, soprattutto, ha imparato che un gran vino nasce da quello che può dare il vitigno da uno specifico terreno.
Oggi Fabio, dopo aver accumulato esperienze sul campo ed aver ottenuto premi e prestigiosi riconoscimenti professionali, presta la sua consulenza a 20 aziende ed aiuta i produttori a realizzare l’idea di vino che egli aveva, ma senza mai tradire le prerogative del vitigno e del territorio. “Compito dell’enologo è quello di proteggere l’integrità di ciò che la vigna esprime nell’annata, curare in cantina, difendendolo da ossidazioni od altre alterazioni, senza stravolgerne il carattere”.

Pochi giorni fa si è celebrato il “Fabio Mecca Day”, nel quale ha presentato agli appassionati ed alla critica tutti i vini che concorre a produrre. All’interno dell’evento si è tenuta una masterclass dedicata ad una selezione di otto vini provenienti da territori e prodotti con vitigni che mettono in evidenza sia il suo approccio non invasivo, quanto l’alto grado di esperienza raggiunto.

VILLADORA – Vigna del Vulcano Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2023
Vino prodotto con uve caprettone e falanghina, allevate a “pergola vesuviana”, alle falde del Vesuvio; le piante hanno mediamente oltre i 30 anni e per la maggior parte sono a piede franco. Il vino matura almeno 12 mesi in acciaio ed affina sei mesi in bottiglia: il tempo di maturazione dipende dall’annata. Nel calice si presenta di colore giallo paglierino intenso e propone profumi floreali di acacia, macchia mediterranea e cera d’api; il sorso è fruttato, succoso ed asciutto, molto sapido e fresco; chiusura piacevole e speziata. Equilibrato

FATTORIA DI GRATENA – Gratena Nero 2019
Fattoria di Gratena, proprietà della famiglia Ambrogi, si trova in località Gratena di Arezzo e possiede 18 ettari coltivati a vigneti e 1600 ulivi; solo vitigni autoctoni: sangiovese e gratena; quest’ultimo, poco diffuso, è stato utilizzato in passato per rinforzare il colore del sangiovese. Fermentazione e maturazione in acciaio.
Ha colore granato; al naso si propone floreale, ha note di ciliegia, grafite e qualche nota ematica.
Al palato è molto fruttato e denota una notevole acidità; il tannino è soffice e ben integrato nel tessuto fruttato. Mineralità, sapidità e speziatura chiudono un sorso lungo ed equilibrato.

DECANTO – Unus Nero di Troia Tavoliere delle Puglie DOC 2016
L’acronimo DECANTO è il nome della cooperativa che opera nel Tavoliere delle Puglie ed utilizza il vitigno nero di Troia.
Le uve vengono raccolte nei primi giorni di ottobre e vengono vinificate in fermentino, dove avviene la fermentazione alcolica per 12/15 giorni a temperatura costante, lasciando un minimo residuo zuccherino. Il vino ottenuto viene infine travasato in acciaio, dove avverrà la fermentazione malolattica e dopo 4 mesi andrà in contenitori in legno nuovi per un affinamento di 12 mesi. Di colore rubino scuro, offre profumi di viola, ciliegia e more. Il sorso è molto consistente, ha una trama tannica molto fitta e levigata, è fruttato, fresco e sapido; speziato in chiusura.

TENUTA MARINO – Terra Aspra Primitivo Matera DOP 2015
Tenuta Marino è in Basilicata, nel territorio del Parco Nazionale del Pollino, sul confine fra tre comuni (San Giorgio Lucano, Noepoli e Senise) e due province (Matera e Potenza) ed è situata a circa 500 metri sul livello del mare. I vitigni coltivati sono aglianico, merlot, syrah, primitivo e greco; i vini rossi maturano per qualche anno in botti di rovere francese, poi affinano in bottiglia.
Ha colore granato e regala intensi profumi di fiori scuri appassiti, frutta matura rossa e nera, caffè e note balsamiche; al palato denota un tannino un po’ polveroso, ha trama molto fitta, è ampio di sapori, soprattutto fruttati; comunque morbido, caldo, sapido, abbastanza fresco e speziato.

PATERNOSTER – Don Anselmo Aglianico del Vulture Superiore DOCG 2013
Un vulcano spento 130.000 anni fa, ha lasciato in eredità un paesaggio ed un terreno poroso, ricco di minerali, capace di trattenere l’acqua e di rilasciarla lentamente durante le estati torride. E’ un suolo ideale per l’aglianico e ne esalta le prerogative principali.
L’azienda inizia ad imbottigliare il proprio aglianico nel 1925 per volere di Anselmo Paternoster. Il 2016 rappresenta un anno importante: l’azienda entra nella galassia Tommasi Family Estates ed era già rientrato in azienda Fabio Mecca, quarta generazione della famiglia, quale enologo interno.
Questo vino, dedicato al fondatore dell’azienda, è prodotto con uve provenienti da un vigneto con piante di 50 anni poste a 600 metri s.l.m. e segue un iter molto semplice: dopo la fermentazione e la macerazione con delestage, matura in botti grandi di Slavonia per il 50% e in barrique francesi di secondo passaggio per il restante 50%. Affinamento, poi, in bottiglia per 12 mesi.
Dopo un così lungo tempo in bottiglia ha ragione ad essere pigro e si concede a tratti; comunque regala ancora profumi fruttati (frutta nera), cenere e note balsamiche. Il sorso è fruttato pieno ed il tannino levigato concede un’ampiezza di sapori che vanno dalla ciliegia sotto spirito, alle note di caffè; conserva grande freschezza, sapidità, mineralità e speziatura. Complesso.

TENUTA SANTA LUCIA – Morrone Syrah Lazio I.G.T. 2012
La Tenuta Santa Lucia si estende per 45 ettari vitati tra le colline sabine di Poggio Mirteto, nella Valle del Tevere, che per posizione, composizione geologica e micro clima si sono rivelati particolarmente indicati per la coltivazione delle più varie tipologie di vitigni, quali: sangiovese, montepulciano, cabernet sauvignon e franc, syrah, alicante, carignano, falanghina, sauvignon, malvasia. Le uve syrah sono coltivate su terreno argilloso, sabbioso e mediamente calcareo. Le uve sono vinificate in acciaio, quindi va a maturare per diciotto mesi in barriques di rovere francese ed affina per altri sei mesi in bottiglia.
L’anzianità del vino dura pochi attimi, poi dal calice si sprigionano note intense di frutta rossa, erbe aromatiche, poi note balsamiche ed ematiche. Il sorso è fresco, rotondo, pieno; dona tanta frutta nera, è sapido e minerale; ha tannini levigati ed una piacevole speziatura in chiusura.

BARONI CAPOANO – Don Raffaele Rosso Classico Superiore Riserva Cirò D.O.P. 2021
Un’antica tradizione di famiglia ha consegnato a Massimiliano Capoano nel 2005 le redini dell’azienda di famiglia, circa venti ettari tra vigneti ed uliveti nell’area del Cirò.
Il Don Raffaele, vino dedicato al capostipite della famiglia che, dalla costa amalfitana, si stabilì a Cirò, viene prodotto con uve gaglioppo provenienti da viti molto vecchie coltivate in zona collinare.
Al naso porta note di frutta rossa e nera, profumi di erbe aromatiche e note balsamiche. Il proverbiale tannino del vitigno (deciso, ma fine) permette comunque di assaporare frutta rossa; è asciutto e sapido, ha un’acidità vivace; chiude speziato, soprattutto con pepe nero.

FEUDO DEI SANSEVERINO – Mastro Terenzio Mastro Terenzio Moscato Passito Terre di Cosenza DOP 2013
La piana di Sibari fu inizializzata alla viticoltura dagli Enotri, allorquando dall’VIII secolo a.C. colonizzarono le attuali regioni Basilicata e Calabria e portarono i vitigni, tuttora coltivati: malvasia, greco ed aglianico. La tradizione tramandata vuole che, quando i vini erano molto opulenti, ad Atene venivano tagliati con acqua di mare (usanza recepita anche dai Romani) o altre essenze (resina di pino). I vini sibariti, abbastanza liquorosi e profumati, seguivano un procedimento singolare: in alcuni casi il mosto veniva concentrato, cioè, veniva ridotto di un terzo per bollitura e, successivamente, veniva tagliato con l’aggiunta di foglie di amarena, oppure uva passa. Il mosto, ancora oggi, viene prodotto con uve malvasia, duraca (odoraca) e guarnaccia; ma, con il passare dei secoli, il procedimento di produzione viene affinato e la fase del taglio prevede che l’uva moscatello, raccolta alcune settimane prima della vendemmia, viene appassita e pigiata manualmente, per essere aggiunta al mosto concentrato. Dopo una lenta fermentazione, si ottiene un vino passito color giallo ambra dall’aroma intenso e dal sapore di miele, fichi secchi e frutta esotica.
L’azienda Feudo dei Sanseverino, fondata nel 1999 dalla famiglia Bisconte, ha cinque ettari di vigneti nel Comune di Saracena, sulle colline dei Monti del Pollino (oggi Parco Nazionale), ad un’altitudine compresa fra i 250 e i 300 metri; produce annualmente circa 10.000 bottiglie e coltiva solo vitigni autoctoni: gaglioppo (chiamato dai vecchi aglianico e/o lacrima), guarnaccia, malvasia e moscato.
Nel calice impressiona l’intensità cromatica e la densità. Profuma di fiori appassiti, albicocca appassita, frutta candita, fichi secchi, rabarbaro, erbe aromatiche e qualche nota salmastra. Il sorso è molto fresco; dolce ma asciutto, porta con sé tante spezie fini; è sapido ed equilibrato.


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