Il Monte Massico, culla campana del vitigno primitivo

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Pasquale Carlo

Alla domanda «Quando uno dice primitivo a cosa pensate?» tutti i partecipanti al terzo incontro del calendario eventi di ‘Taverna 87’ (wine-bar aperto da poco a Castelvenere) dedicato ai vitigni storici campani hanno risposto «Puglia». In effetti, il Primitivo, uno dei vini più conosciuti ed apprezzati in Italia e all’estero, rappresenta alla perfezione il calore e il gusto della Puglia, di cui è diventato un vero e proprio brand ambassador nel mondo.

Eppure parliamo di un vitigno che ha viaggiato in vari angoli del mondo, la cui coltivazione in Italia oltre ad essere consigliata nel territorio dell’intera regione Puglia è dichiarata idonea nei confini di  Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata, Sardegna, Sicilia ed è in osservazione nella regione Molise. Questo si traduce in un’uva che è ammessa in uno svariata gamma di denominazioni: DOCG: Primitivo di Manduria Dolce Naturale; DOC: Cilento, Colline Joniche Tarantine, Falerno del Massico, Gioia del Colle, Gravina, Matera, Primitivo di Manduria, Terra d’Otranto; IGT: Allerona, Barbagia, Basilicata, Benevento, Bettona, Campania, Cannara, Civitella d’Agliano, Colli Aprutini, Colli Cimini, Colli del Limbara, Colli del Sangro, Colli di Salerno, Colline Frentane, Colline Pescaresi, Colline Teatine, Daunia, Del Vastese o Histonium, Epomeo, Frusinate o del Frusinate, Isola dei Nuraghi, Lazio, Marmilla, Murgia, Narni, Nurra, Ogliastra, Osco o Terre degli Osci, Paestum, Parteolla, Planargia, Pompeiano, Provincia di Nuoro, Puglia, Roccamonfina, Romangia, Rotae, Salento, Sibiola, Spello, Tarantino, Terre Aquilane o Terre de l’Aquila, Terre del Volturno, Terre di Chieti, Tharros, Trexenta, Umbria, Valle d’Itria, Valle del Tirso, Valli di Porto Pino.

Perché la Puglia? Perché le prime documentazioni storiche di coltivazioni nella Penisola giungono proprio dalla Puglia e risalgono alla fine del Settecento, dovute ad un ecclesiastico di Gioia del Colle, don Francesco Filippo Indelicati. Esperto botanico ed agronomo, Indelicati, avendo notato ed apprezzato il vitigno all’interno di un vecchio vigneto, lo ribattezzò come Primativo o Primaticcio in virtù della precocità di maturazione e ritenendolo adatto alle terre rosse tipicamente pugliesi, realizzò per talea un vigneto razionale monovarietale.

In realtà il vitigno non è originario del Tacco dello Stivale. Furono, molto probabilmente, gli Illiri, antica popolazione che viveva in quella che oggi è la Croazia, a portare questo vitigno in Puglia, dove si è poi adattato alla perfezione. Dapprima nell’area di Gioia del Colle, oggi fregiata dalla Doc omonima, che conta circa 400 ettari vitati, 250 dei quali dedicati alle uve primitivo. Ma il vero cuore della produzione è l’area della Docg che richiama nel nome il vitigno e la località di Manduria. In queste campagne, in soli quattro anni (dal 2016 al 2019), gli ettari vitati coltivati a primitivo sono passati da 3.460 ettari a 4.592 ettari, con un aumento di oltre 30%. Motivo per cui, nel luglio 2020, la Regione Puglia ha accolto la richiesta del Consorzio per il blocco totale per un triennio dell’aumento dei vigneti destinati a produrre Primitivo di Manduria Docg. Nella piana di Manduria il Primitivo approdò molto probabilmente alla fine del XIX secolo, grazie ad alcune barbatelle portate dalla contessa Sabini di Altamura, andata in sposa a Tommaso Schiavoni Tafuri, il quale ne avviò la coltivazione nelle terre di sua proprietà. Nei rossi terreni salentini il sistema tradizionale di allevamento per il primitivo è l’alberello pugliese, tipico della cultura mediterranea, un sistema a ridotta espansione in cui le piante sono disposte nel terreno senza alcun sostegno o forzatura assecondando il naturale sviluppo della pianta. Si caratterizza per produzioni basse ma  di grande qualità. Non meccanizzabile, quindi si difficile e onerosa gestione (negli ultimi tempi viene introdotto con sempre maggiore frequenza il sistema a cordone speronato).

Molto curioso è il fatto che probabilmente, prima di risalire la Penisola, questo vitigno navigò l’Atlantico e raggiunse l’America, precisamente la California, dove è molto coltivato sotto il nome di zinfandel, oggi unico sinonimo ufficiale in Italia del vitigno primitivo. Questa sinonimia riconosciuta prese le mosse da una casuale scoperta del 1967, quando un professore californiano in visita in Puglia, assaggiando del vino Primitivo, affermò che gli ricordava molto lo Zinfandel. Studi ampelografici e più recentemente l’analisi del DNA hanno confermato la corrispondenza Zinfandel – Primitivo. Le tracce dell’introduzione sulla costa Atlantica risalgono al 1820 circa, quando il materiale fu importato da una collezione di vitigni austriaca. Particolarmente curioso è anche il fatto che agli inizi del Novecento, a causa della penuria di ferro assorbito quasi totalmente dall’attività estrattiva durante la corsa all’oro, lo zinfandel cominciò ad essere coltivato ad alberello senza alcun sostegno. Proprio come in Puglia.

Nel territorio a cavallo tra l’attuale Alta Campania e il Basso Lazio quest’uva fece il suo ingresso molto probabilmente grazie all’ingegno di Alfonso Visocchi. Un grande pioniere del vino dell’Italia Centro-Meridionale, come si legge nel decimo volume del ‘Giornale vinicolo italiano: commerciale, industriale e scientifico’ (1884): «Il comm. Alfonso Visocchi, deputato di Caserta, è certamente un enologo distintissimo, tuttavia egli ha chiamato presso di sé a dirigere il suo Stabilimento vinicolo di Atina un egregio giovane, il signor Antonio Vedana, uno dei migliori allievi della Scuola di viticoltura ed enologia di Conegliano. Orbene lo stabilimento Visocchi sotto la direzione del signor Vedana è riuscito in poco tempo a produrre vini, che sono apprezzati non solo in tutta Italia, ma anche sulle piazze di Londra, Nuova York, di Shangai, di Alessandria d’Egitto, ecc. Oltre al vino rosso da pasto comune, di cui il Visocchi produce per 2.000 e più ettolitri all’anno, egli fabbrica più di 20.000 bottiglie di vino fino da pasto uso Bordeaux . Questo è ottenuto da vitigni francesi del Bordeaux e dell’Hermitage importati in Italia e coltivati in Atina».

Del lavoro dei fratelli Visocchi parla anche Giuseppe Frojo, nei ‘Primi studi ampelografici della provincia di Caserta (Terra di Lavoro)’ (1878), elencando diversi vitigni di nuova introduzione, quasi tutti provenienti dalla Francia. L’elenco si concludeva con tre varietà italiane: cesanese, zagarese e camplese.

L’attenzione della ricerca punta molto sul nome zagarese che, tra i tanti sinonimi del primitivo elencati nel Registro nazionale delle varietà di viti (primaticcio, primativo, uva di Corato, uva della pergola, primitivo di Gioia) è l’unico ad essere considerato erroneo. In realtà, nella seconda metà dell’800 questo collegamento era particolarmente forte. Giuseppe Cusmano, nel ‘Dizionario metodico-alfabetico di viticultura ed enologia’ (1889), elencando le varietà coltivate nelle Provincie Meridonali (versante adriatico) citava lo zagarese di Puglia, indicando che veniva utilizzato per vino a taglio. Ed è sempre sotto questo nome che troviamo citato tra i principali vitigni coltivati in Terra di Lavoro nell’opera ‘Notizie e studi intorno alle uve e vini d’Italia’ (1896). Opera in cui non troviamo traccia del vitigno primitivo.

 

 

Allo stesso modo, De Rovasenda affermava  di aver «ricevuto con il nome di Zagarese un vitigno identico al Primitivo»; il Molon lo annoverava tra i sinonimi del primitivo. Emerge pertanto dalla letteratura che molti ampelografi hanno sostenuto l’identicità del primitivo con altri vitigni, in particolare con lo zagarese, altro vitigno pugliese che, prima dell’invasione fillosserica era forse più diffuso del primitivo, questo almeno nel Tarantino. Quindi, anche se studi recenti hanno dimostrato che la denominazione zagarese non si può considerare sinonimo di primitivo, è ovvio che sul finire dell’Ottocento i due nomi potevano contrassegnare, indistintamente, i due diversi vitigni.  Del tutto lecito, quindi, supporre che il vitigno primitivo fece il suo ingresso in Campania sotto il nome di uva zagarese.

Sul perché di questa sua ampia diffusione ci suggerisce una possibile lettura sempre Giuseppe Frojo. Nell’opera ‘Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia’ (1876), lo studioso parlando dell’area che «si prolunga dai monti del Sannio fino a quelli della Lucania» rimarcava come queste zona «è più che mai adatta a dare buon vino da pasto, la qual cosa non è possibile nelle altre province meridionali d’Italia; ma disgraziatamente e per la varietà dei vitigni coltivati, come pei sistemi di vinificazione in uso i vini prodotti hanno poco valore e ciò per la sua poco serbevolezza, come per le altre sue intrinseche qualità. Tutto dovrebbe modificarsi, la vigna e la vinificazione».  Per Frojo i primi accorgimenti erano da adottare in vigna, dove si coltivavano uve che non sempre erano le più adatte per cui, nelle zone più montuose e fredde accadeva che la maggior parte di esse non giungesse  «a maturità perfetta, quantunque si faccia la vendemmia nella seconda metà di ottobre, né si potrebbe ritardarla sperando una maturazione maggiore, poiché i sopravvegnenti geli impediscono che ciò avvenga». Da qui nasceva il consiglio di  «una radicale modifica nei vigneti». Frojo consigliava energicamente «che si facessero su larga scala esperimenti di vitigni precisi di climi freddi», raccomandando «soprattutto il Dolcetto di Piemonte ed il Barolo», senza tralasciare «il Primaticcio di Gioia del Colle della Provincia di Bari, che pure meriterebbe di essere sperimentato perché matura presto».

A questo punto bisogna fare riferimento a quello che era il clima dell’epoca. Solo alla metà dell’800 calò il sipario sull’epoca definita piccola era glaciale, periodo della storia climatica  del pianeta durato dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo,  caratterizzato da una significativa riduzione della temperatura media, in contrasto con il periodo precedente, che prende il nome di periodo caldo medievale. Sul finire della piccola era glaciale il clima in Terra di Lavoro era caratterizzato da frequenti precipitazioni nevose, per cui il Matese si presentava innevato per l’intera stagione invernale. Le temperature erano sensibilmente più basse di quelle attuali, tanto che il canonico Francesco Perrino nella sua ‘La Statistica Murattiana’ rimarca come  nell’area di Roccamonfina le uve non giungessero a maturazione, considerato che il termometro nell’intero corso dell’anno non segnava mai temperature superiori ai 25 gradi Réamur (che corrispondono a 31,2° centigradi).

Non è un caso che anche nel Sannio che guarda verso Caserta (la Valle Telesina) questo vitigno ebbe grande diffusione. Ne troviamo traccia nel periodo antecedente alla prima guerra mondiale nel vivaio castelvenerese di Luigi Di Cosmo.

Tracce che restano ben impresse anche nel nome di un vitigno, la primata di Castelvenere, che sul finire del Novecento venne mappato e studiato da un progetto che coinvolgeva la Regione Campania e l’Università di Napoli.

Oggi, in Campania, il primitivo è “sinonimo” di Massico. Infatti, se la presenza di primitivo è stata rilevante in terra beneventana, in provincia di Caserta il vitigno diventò ben presto indiscusso protagonista. Sul finire degli Anni ’40 del secolo scorso dal vitigno primitivo si producevano più della metà del totale delle uve prodotte nell’intera provincia (52,8%). E’ questa la testimonianza di come il vitigno abbia incontrato in Terra di Lavoro, in particolare nell’area del Massico, habitat particolarmente ideale.

Il monte Massico, che supera di poco gli 800 metri di altitudine, è la punta più alta di una barriera che confina a nord con il vulcano di Roccamonfina, ad est con la pianura del fiume Volturno, a sud con il Mar Tirreno e ad ovest con la pianura del fiume Garigliano. Dal punto di vista strutturale e morfologico parliamo di un territorio costituito quasi esclusivamente da rilievi calcarei dolomitici e da terreni fiscioidi terziari. In particolare, l’Agro Falerno propone una piana dove affiora abbondantemente  la formazione piroclastica dell’Ignimbrite Campana (eruzione dei Campi Flegrei di circa 39.000 anni fa). Verso le pendici del versante meridionale del Massico, in corrispondenza dello sbocco di alcuni impluvi, si rinvengono sovrapposti al tufo lembi di ghiaie carbonatiche di conoide. Un terreno non sempre semplice da coltivare ma che, per la sua natura vulcanica, non è stato interessato dalla fillossera. Motivo per cui le uve primitivo provengono, spesso, da vitigni molto antichi, che si riproducono ancora grazie alla propaggine. Queste vigne antiche rappresentano l’evoluzione di un tradizionale sistema ad alberello appoggiato su corda, poi modificate a controspalliera a guyot. Sistema ad alberello che intanto viene ripreso e sperimentato. Sistema di allevamento a parte, parliamo di vigneti la cui resa è bassissima, dai 30 ai 50 quintali per ettaro.

 

 

Con le uve primitivo le aziende di cinque comuni della provincia di Caserta (Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola) producono il Falerno del Massico Primitivo,  denominazione di origine riservata a quei vini  provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, dal vitigno primitivo per almeno l’85%; possono concorrere alla produzione di detto vino le uve del vitigno aglianico, piedirosso e barbera, da soli o congiuntamente, presenti nei vigneti fino ad un massimo del 15% del totale.

 

LA DEGUSTAZIONE CON ANTONIO FOLLO

 

Falerno del Massico Primitivo ‘Primus’ 2019 – La Masseria di Sessa

Azienda avviata nel 2014 dall’imprenditore Gianni Imperatore e sua moglie, con la produzione vitivinicola biologica che parte l’anno successivo. Nel 2018  prende la gestione della Masseria il general manager Alfredo Russo. Oggi La Masseria di Sessa vanta ben 5 referenze a marchio Doc e 4 referenze a marchio Igt e produce anche un’etichetta di Olio extravergine Bio.

Le uve del ‘Primus’ vengono prodotte in territorio di Sessa Aurunca, in un vigneto con densità di impianto di 5.100 ceppi per ettaro, raccolte generalmente nella prima decade di ottobre. La fermentazione dura dai 20 ai 25 giorni, ad una temperatura di 25-26° C. Durante la fermentazione si eseguono alternativamente rimontaggi e “delestages”. Al termine della fermentazione alcolica ha luogo la fermentazione malolattica. Il vino affina per 12 mesi in acciaio e prima di essere messo in commercio matura in bottiglia per altri 6 mesi.

Dal colore rubino intenso, vino e brillante, con marcati riflessi violacei. Al naso esprime un aroma fresco di frutti rossi, in primis le prugne, e frutti selvatici, note di tabacco dolce. In bocca sprigiona tanta rotondità fin dal suo ingresso, una buona morbidezza dovuta al buon corpo, al tannino avvertito ma già ben integro. Gradevolissima la chiusura, con il ritorno dei frutti rossi. Un primitivo di grande autenticità.

Falerno del Massico Primitivo ‘Barone’ 2017 – Regina Viarum

Azienda che affonda le radici alla fine dell’800, ampliata nel 1936 grazie al lavoro di Michele Maddalena. Nel 1996, gli attuali protagonisti, decidono di iniziare la produzione nell’ambito della Doc. La nascita della Cantina avviene per forte volontà ed autentica passione dei fratelli Maddalena, Elda e Pasquale, del nipote Michele e del genero Pasquale Angelino, quarta generazione della famiglia di vignaioli, i quali decidono anche di ammodernare e valorizzare i vecchi vigneti di famiglia attraverso un progetto che unisca alla fase di produzione anche la trasformazione e vinificazione delle uve. La successiva svolta avviene nel 2003, con la produzione delle prime bottiglie di ‘Barone’.

Le uve di questo vino giungono da una vigna quasi secolare, in territorio di Falciano del Massico, con densità di impianto di 4.000 piante per ettaro e una resa di 50 quintali per ettaro. La vendemmia avviene nella terza decade di settembre, con fermentazione in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata. Poi l’affinamento, di una parte del vino, per 14 mesi in tonneaux e barrique e ulteriori 12 mesi in acciaio prima di finire in bottiglia, dove resta per un altro anno prima di uscire sul mercato.

Il parziale affinamento in legno si sente. Il colore è leggermente più cupo, facendo avvertire i due anni di vita in più. Il bouquet olfattivo regala note più complesse, senza però coprire con note evolute le caratteristiche varietali, riconoscendo ancora bene la confettura di frutta rossa. In bocca entra caldo, intenso e avvolgente, denso e polposo, con un finale segnato da una buona freschezza che rende molto equilibrato il sorso.

Falerno del Massico Primitivo ‘Campantuono’ 2017

L’azienda Papa affonda le radici nei primi decenni del 1900: il 24 giugno del 1933, le prime produzioni familiari ricevono riconoscimenti dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura di Napoli, ma fino al 1960 la produzione aveva più un significato di rappresentanza che di valore economico. Nel 1988 la svolta, quando Gennaro Papa intuisce che il nome Falerno può tornare alla celebrità. Nel  1995, nel periodo più buio del Falerno, arriva il prezioso contributo del figlio Antonio, che guarda soprattutto ai vitigni autoctoni, avviando un processo di ricerca sui vigneti centenari, conducendo severe pratiche agronomiche per riportarli in vita. Nel 2002 arriva poi in azienda l’enologo umbro Maurilio Chioccia: inizia una svolta qualitativa tesa ancor più alla difesa delle cultivar autoctone e ai vigneti a piede franco, riportando alla luce anche vigne terrazzate sulle pendici del versante Sud del Monte Massico.

Le uve provengono ad un vigneto secolare, con densità di impianto di 5.800-6.000 piante per ettaro. La raccolta avviene tra fine agosto e inizi settembre, con fermentazione delle uve in acciaio, a temperatura controllata per circa due settimana. Il 20% del vino viene poi messo a riposare in tonneaux da 500 litri per circa 24 mesi, con la fermentazione malolattica che avviene in legno. Messo in bottiglia, non filtrato, dove resta per altri tre mesi prima di essere commercializzato.

Un vino dalle caratteristiche sbalorditive. Molto concentrato e vivo il rosso rubino alla vista. I profumi sono quelli classici della varietà, a partire dalla prugna, la marasca e poi sensazioni di erbe mediterranee e spezie dolci, con il pepe in prima linea.  Al palato è avvolgente, intenso e profondo, regalando un sorso ciliegioso e una freschezza straordinaria che lo rende godibilissimo anche grazie al contributo di tannini morbidissimi. Per niente avvertiti i 16,5° alcolometrici.

 

 

NOTA CONCLUSIVA

Tre vini di pregevole fattura. Diversi. Identitari, molto varietali e per questo ben riconoscibili e legati da un unico filo conduttore. Parliamo di vini che giocano un ruolo importante sulle tavole campane: dalla parmigiana di melanzane alla lasagne e finendo con carni saporite e cotte lungamente.

Giovedì 17 novembre nuovo appuntamento a ‘Taverna 87’: protagonista il vitigno camaiola.


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