di Valentina Ruzza
Ci sono luoghi che non si limitano a servire piatti: custodiscono memoria, identità e un senso profondo di appartenenza. La Trattoria con alloggio “dal Pelado”, nel cuore di Mosson di Cogollo del Cengio, appartiene a questa categoria rara. Entrarvi oggi significa attraversare più di un secolo di storia locale, un racconto che parte dalle mappe napoleoniche e arriva fino a una contemporaneità fatta di scelte coraggiose e legami familiari che sfidano la logica per seguire il cuore.
Ma al cuore, si sa, è difficile comandare. Anche quando si tratta di una vecchia palazzina segnata dal tempo, con i muri scoloriti e il destino apparentemente già scritto. Non stavolta, non a Mosson, dove Ivana e il compagno Riccardo, insieme ai figli e a un gruppo già ben amalgamato, hanno deciso di rimettersi in gioco dando vita a un’avventura imprenditoriale capace di far parlare tutto il circondario. Il Pelado, storico locale affacciato sulla piccola piazza ai piedi del monte Paù, dopo la lunga gestione dell’inossidabile Antonia aveva chiuso i battenti nel 2017. Un breve tentativo successivo non era bastato a riaccendere la fiamma, lasciando spazio alla paura di un addio definitivo, come accaduto ad altri indirizzi iconici del territorio, a partire dallo storico rivale Cavij, che negli anni d’oro si contendeva con il Pelado una clientela proveniente da tutta la provincia. La vicenda dell’osteria è più che secolare. Fino al 1945 era conosciuta come “Osteria alla Fonte” e la sua presenza è attestata addirittura nelle mappe napoleoniche. Per oltre cent’anni è stata un ritrovo per i paesani, quasi un’istituzione dell’Alto Vicentino. Chi oggi la gestisce racconta con emozione il calore della comunità: persone che passavano in piazza per chiedere come stessero andando i lavori, mani offerte spontaneamente per aiutare, sopresse e bottiglie portate da condividere come gesto di incoraggiamento. È stato proprio questo spirito collettivo a trasformare la riapertura in qualcosa di più di un progetto imprenditoriale: una restituzione al paese di un luogo che non appartiene solo ai proprietari, ma a un’intera comunità.
La prima impressione non è quella di un semplice ristorante, ma di un ambiente che respira insieme alla sua storia. Le mura in sasso riportate alla luce raccontano una restaurazione rispettosa, quasi filologica, dove ogni intervento sembra guidato dal desiderio di preservare l’anima originaria più che di trasformarla. Il piano rialzato, la cantina storica e i dettagli recuperati da altre realtà del territorio costruiscono una scenografia autentica, mai artefatta, capace di evocare l’osteria di una volta senza scivolare nella nostalgia. Anche la filosofia culinaria segue questa linea: una cucina tradizionale che non rinuncia a un’estetica curata, perché l’esperienza gastronomica inizia già dallo sguardo.
L’impiattamento resta sobrio e coerente con l’identità di trattoria, ma racconta una consapevolezza contemporanea che valorizza la materia prima senza sovrastrutture. La carta dei vini, seguita con sensibilità da sommelier FISAR, riflette un pensiero preciso: partire dal territorio dei Colli Berici con una selezione attenta anche ai vini naturali locali, per poi aprirsi ad alcune etichette italiane e a qualche incursione francese.
Non è una lista costruita per stupire, ma per accompagnare con coerenza la cucina e il racconto gastronomico della casa. In cucina, la ricerca delle materie prime segue lo stesso principio. Ortaggi freschi e trote della Val d’Astico diventano ingredienti identitari, mentre salumi e formaggi raccontano il territorio attraverso il Posina, l’Asiago e le produzioni di malga locali. Nessuna concessione a formaggi esteri, ma un’unica eccezione affettiva legata a piccoli produttori di Parma e Reggio Emilia, da cui arrivano chicche come il Parmigiano Reggiano Vacche Rosse e il Culatello o la Culaccia artigianale. Una scelta che amplia il concetto di tradizione, rendendolo dinamico e consapevole.
La qualità passa anche dalla manualità quotidiana: tutta la pasta è fatta in casa e il giovedì, fedele alla tradizione veneta degli gnocchi, diventa un rito settimanale con impasto preparato e tagliato al momento. Trippe, coradela, bigoli con l’arna e fegato alla veneziana restituiscono una cucina schietta, dove le cotture lente e i sapori pieni parlano la lingua della terra.
Se dovessi sintetizzare l’esperienza gastronomica del Pelado in un percorso ideale, inizierei con un culatello – o una sopressa artigianale – accompagnato da un Durello Metodo Classico, per poi passare ai bigoli con l’anitra con Tai Rosso.
Il fegato di vitello alla veneziana trova equilibrio con un Merlot dei Colli Berici, mentre la chiusura con crema di mascarpone e biscotti secchi dialoga con un Recioto bianco di Gambellara.
Nelle giornate fredde, la fiamma del camino e un buon bicchiere di vino completano un’esperienza che non ha l’ambizione di stupire con effetti speciali, ma di accogliere con autenticità. Qui la ristorazione non è un business nel senso tradizionale del termine: è un gesto d’amore verso il proprio paese, un gioco nel significato più alto della parola, quell’attività che vale per il suo stesso svolgersi. Perché, in fondo, la differenza tra bambini e adulti sta solo nel costo dei giocattoli. Ed è forse proprio questa leggerezza consapevole a rendere il Pelado un luogo capace di raccontare la tradizione con uno sguardo sorprendentemente contemporaneo.
Dal Pelado
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