
di Andrea Petrini
C’è un Piemonte che non poggia sulle marne grigie di Langa, ma che guarda il fiume Tanaro dalle creste instabili delle sue Rocche. Siamo nel Roero, un labirinto di colline ripide, boschi fitti e frutteti, dove la viticoltura sfida la pendenza e il tempo. Qui, tra i comuni di Canale, Castellinaldo e Vezza d’Alba, regna l’Arneis, un vitigno che per secoli è stato “l’intruso”, il compagno bianco dei filari di Nebbiolo, usato per ammorbidire la spigolosità dei grandi rossi o per distrarre gli uccelli con le sue bacche dolci. Il segreto dell’Arneis risiede nel suolo. Mentre il vicino Barolo affonda le radici in terre antiche e compatte, il Roero è figlio di un’emersione marina più recente. Il terreno è una sabbia finissima e sciolta, ricca di fossili marini, rendendo questo bianco un’espressione diretta del paesaggio da cui nasce. In questo contesto si inserisce il lavoro di Giacomo Barbero, vignaiolo che ha scelto di recuperare e valorizzare vigneti storici del Roero portando avanti una viticoltura attenta e rispettosa, fondata su basse rese, vendemmie manuali e vinificazioni essenziali, come dichiarato nel progetto aziendale, con l’obiettivo di lasciare che siano il vitigno e il suolo a parlare senza mediazioni tecniche invasive.
Il suo Roero Arneis 2016, degustato oggi a distanza di circa dieci anni dalla vendemmia, si presenta di un color giallo oro antico, lucente e vibrante, con una consistenza che preannuncia una struttura importante.
Al naso è un’esplosione di complessità che spiazza. Dimenticate la mela e pera fresca; qui il frutto si è fatto confettura di susina bianca e scorza d’agrume candita. Ma è l’evoluzione terziaria a emozionare: emergono nitide note di idrocarburo e pietra focaia, quasi a voler sfidare i grandi Riesling della Mosella. Sottili cenni di miele d’accacia e fieno secco si intrecciano a una scia salmastra che ricorda prepotentemente l’origine marina dei suoli roerini.
Il sorso è dove avviene il miracolo. Nonostante i dieci anni, la lama acida è ancora lì, integrata ma presente, a sorreggere un corpo burroso e avvolgente. È un vino che entra largo ma chiude strettissimo, con una persistenza sapida che martella il palato e riporta una nota di mandorla amara nobilitata dal tempo.
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