
di Stefano Tesi
Sono sempre stato affascinato dai vini bianchi da lungo affinamento della Cantina di Terlano.
Questo dell’annata 2008 è un Alto Adige Terlano Doc fatto con l’85% di Pinot Bianco, il 10% Chardonnay e il 5% Sauvignon Bianco (la Terlaner Cuvée), prodotto come sempre col metodo inventato da Sebastian Stocker, storico enologo della cantina.
Fu lui che nel 1979 decise, all’uso francese, di mettere da parte ogni anno piccole partite di vino, lasciate prima per dodici mesi in botti di rovere e poi messe in piccoli fusti d’acciaio, a contatto coi lieviti fini, per periodi lunghissimi, dai dieci anni in su. Fino al momento in cui, ritenuto che il vino abbia raggiunto la giusta evoluzione, si procede all’imbottigliamento. Passano però altre quattro o cinque primavere per la messa in commercio delle poco più di tremila bottiglie prodotte per ogni vendemmia.
E dunque eccoci al “Rarity 2008”.
Il colore, un oro pieno e brillante, è la caratteristica di gran lunga più trascurabile per un vino che è olfattivamente così esplosivo e mutevole da risultare difficile da descrivere. La sequenza si propaga a ondate e va dalle erbe officinali ai datteri, dalla frutta ipermatura e secca ai toffees, fino all’olio minerale, gli idrocarburi e l’acciarino (o voi boomers, avete presente l’odore delle scintille dei robot-giocattolo di una volta?), mantenendosi a lungo su un livello di intensità e di finezza estremo.
Dopodichè, ammesso di riuscire a staccare il naso dal bicchiere e di portare questo alla bocca, le sensazioni al sorso sono lunghissime e profonde, con una sapidità cangiante e lieve, ritorni oronasali di pietra focaia ed una tattilità densa e gentile al tempo stesso che fanno di questo 2008 un vino quasi da meditazione, o da abbinare a portate importanti. Personalmente, ad esempio, vorrei sentirlo su una sontuosa aragosta.
Difetti? Uno solo, forse, e assai veniale: il nome “Rarity” è un po’ troppo anglofilo. Per il resto, chapeau è dir poco.
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