
di Luca Matarazzo
Tutto inizia da una domanda esistenziale e pertinente da parte di un provetto assaggiatore nella cantina di Antonio e Ginetta Cascarano a Rapolla. In quest’angolo di Basilicata, dove le pieghe del tempo si perdono tra filosofia, storia, amicizia e buon gusto, parlare di vino resta ancora un feudo di libertà e di puro piacere edonistico.
La vita è unica, irripetibile, così come irripetibili sono gli incontri più o meno casuali che legano le persone in maniera sottile alla teoria dei “sei gradi di separazione”. Il compagno ideale per simili simposi è senza dubbio il celebre fermentato d’uva, anche a scapito di tante prescrizioni salutari o finte moralistiche.
Dal 1998 le vigne di Antonio hanno ripreso la vigoria dei ricordi di infanzia, prima della laurea in architettura, quando il nonno coltivava i poderi di famiglia. Anni di silenzio e di fatica, di poca immagine e tanta concretezza; anni in cui ciò che sembrava arcaico o persino anacronistico era in realtà paragonabile solo ad un soffio di vento, una molle brezza di fronte allo scorrere impetuoso del lancette del tempo. Cosa è realmente “contemporaneo” oggigiorno quando si parla di mode, mutati atteggiamenti a tavola e scelte dei consumatori? Ha davvero senso esporsi in un discorso all’apparenza privo di soluzione? Degustando la vintage 2013 dell’Aglianico del Vulture Camerlengo in 4 formati differenti, le idee forse appaiono con forma e sostanza ben delineate, pur nella nebbia delle menti. Le 15 mila piantine, così le numera Antonio abolendo l’ettaro quale unità di misura, di cui la metà nella vigna storica a Piano di Croce a 600 metri, sono un piccolo gioiello per il territorio e per quanto di meglio esso offra. Il vulcano, senza eccessi di pomposità, estrazioni surmature o bevute spesso “maccheroniche”, Cascarano lo aveva rispettato sin dalla prima annata targata 2001, ancora con i consigli di Stefano Paternoster, passando poi per Antonio De Gruttola e terminando il giro di consultazioni con l’enologo Fortunato Sebastiano.
Adesso ha scelto di camminare con i propri passi: dalla vite alla vendemmia fino in cantina, tra tini di castagno aperti dove avviare la fermentazione, rimontaggi, delestage manuali e un lunghissimo riposo del mosto sempre in fusti di castagno e rovere per oltre 3 anni più uno aggiuntivo in bottiglia. «Ogni etichetta per me è un atto completo d’amore – afferma il fondatore di Camerlengo – Prima accarezzo le vinacce, poi ne osservo il tumulto nel ribollire, infine la calma ed il frutto di tanta cura nel dolce ventre di una damigiana ricolma, come la nascita di un figlio che si ripete ogni volta». Ciascuno legga nelle parole la risposta al quesito d’esordio. Non solo stili, non solo visione dunque, quanto piuttosto terroir, mano dell’uomo ed evoluzione concessa dai contenitori da 0.75 – 1,5 – 3 e 6 litri i reali complici delle differenze evidenziate in degustazione. Il tannino resta il protagonista indiscusso, il filo rosso inscindibile di rara bellezza per un prodotto considerato, erroneamente e per brevità di definizione, “biologico naturale”. Il vino nella classica bottiglia è, in prospettiva, in linea con il futuro prossimo che richiede colori trasparenti, forti acidità e minor struttura. La magnum vive nel presente spiazzando per generosità di succo, spezie e volume. Il passato prossimo che forse riapparirà come prêt-à-porter nella 3 litri tra qualche decennio esula dalle sfumature canoniche dell’Aglianico virando in luoghi dove regnano altre varietà ed, infine, il passato non tardo remoto della 6 litri Mathusalem dove nerbo e potenza riprendono forza assieme alla gioventù del sorso. In fin dei conti, come affermava con saggezza il filosofo Hegel: “Ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale è reale”.