
di Ilaria Donateo
Ci sono vigneti che aspettano il momento giusto per raccontarsi.
Per anni quel piccolo cru di Trebbiano, appena 6.000 metri quadrati sull’altopiano alluvionale di Ofena, nella Valle del Tirino, ai piedi del Gran Sasso, ha rappresentato il cuore del Trebbiano di Cataldi Madonna. Era troppo prezioso per essere separato. Poi è arrivata la gelata del 2024 e, con essa, la possibilità di trasformare un imprevisto in una scelta.
Nasce così Mandrella, un Trebbiano d’Abruzzo Superiore prodotto in sole 1.000 bottiglie, affinato per diciassette mesi sulle fecce fini, un vino che non cerca l’immediatezza, ma il tempo. Quello necessario perché un territorio possa raccontarsi fino in fondo e un vitigno esprima la sua voce più autorevole. Ma Mandrella non è soltanto una nuova etichetta. È il simbolo di un passaggio generazionale. Un progetto nato da un’intuizione di Giulia Cataldi Madonna, condiviso con il padre Luigi, che ha avuto il tempo di seguirne l’evoluzione e di assaggiarlo fino agli ultimi giorni della sua vita. Sarà Giulia, oggi poco più che trentenne e alla guida di una delle cantine che hanno contribuito a scrivere la storia del vino d’Abruzzo, ad accompagnarlo nel suo primo viaggio.
Con lei abbiamo parlato di questo vino, del legame con suo padre, del “Forno d’Abruzzo”, dei vitigni autoctoni e di una convinzione che attraversa tutta l’intervista: le grandi storie del vino nascono sempre da una domanda. E dalla pazienza di aspettarne la risposta.
Mandrella è un nome che incuriosisce ancora prima dell’assaggio. Come nasce questo progetto e qual è stato il momento in cui hai capito che quel piccolo cru di appena 6.000 metri quadrati meritava un vino tutto suo?
Giulia Cataldi Madonna – Mandrella non è nata all’improvviso. Quel piccolo cru è sempre stato il punto di forza del nostro Trebbiano. Per anni abbiamo scelto di usarlo per renderlo ancora migliore, perché era troppo prezioso per rinunciare al suo contributo nel taglio.
Poi è arrivata la gelata del 2024. La quantità rimasta era così ridotta che non avrebbe cambiato davvero il profilo del nostro Trebbiano. È stato lì che abbiamo colto l’opportunità di lasciare che quel vigneto si raccontasse, finalmente, da solo.
In realtà quella scelta era già nella mia testa. Negli anni avevamo esplorato il Pecorino, il Montepulciano e i vini rosa. Sentivo che fosse arrivato il momento di fare la stessa domanda anche al Trebbiano. È stato un rischio. Ma spesso le storie più interessanti nascono proprio quando si ha il coraggio di trasformare una difficoltà in un’opportunità.
Mandrella è anche un vino profondamente legato a tuo padre Luigi. Quanto c’è stato di confronto tra voi nella sua nascita e quali sono stati gli ultimi ricordi che conservi di questo progetto condiviso?
Giulia Cataldi Madonna – Mandrella nasce da una mia intuizione. Quando ho sentito che era arrivato il momento di vinificare quel cru da solo, papà mi ha dato la stessa fiducia che aveva sempre dato alle mie idee.
Non mi ha indicato la strada. Mi ha dato la libertà di cercarla. Ed è stato probabilmente l’insegnamento più grande che potesse lasciarmi.
C’è poi un ricordo che porto con me. Quando veniva in cantina andava sempre ad assaggiare i suoi vini del cuore. Da quando è nata, Mandrella era entrata a farne parte. La sua bocca è sempre stata il mio metronomo: se un vino convinceva lui, sapevo di essere sulla strada giusta.
L’ha assaggiata fino agli ultimi giorni. Per me, quella è stata la sua benedizione.
Il destino ha voluto che fossi tu a presentare al mondo un vino pensato insieme a Luigi. Che significato ha avuto, dal punto di vista umano prima ancora che professionale, vedere finalmente Mandrella prendere vita?
Giulia Cataldi Madonna – La verità è che, dal punto di vista umano, non riesco a contenere l’entusiasmo. Un vino esiste davvero solo quando qualcuno lo stappa. E io non vedo l’ora che succeda. Papà avrebbe voluto che fossi io a presentarla. Era fatto così. Mi ha sempre spinta a fare un passo in più di quello che avrei fatto da sola, anche quando ero io ad avere più dubbi di lui.
Non mi manca qualcuno che presenti Mandrella al mio posto. Mi manca condividere con lui questo momento. Incrociare il suo sguardo, confrontarmi sui commenti delle persone e trasformare ogni assaggio in una nuova conversazione.
È questo il brindisi che mi manca.
Dopo Cataldino e Girovago, Mandrella è la terza etichetta che porta la tua firma. Guardando questi tre vini, che cosa raccontano dell’evoluzione di Giulia Cataldi Madonna come produttrice?
Giulia Cataldi Madonna – Credo raccontino due cose. La prima è che, progetto dopo progetto, sto trovando una mia voce come produttrice. La seconda è che continuo a farmi domande.
Ognuno di questi vini è nato da un interrogativo diverso. Cataldino, Girovago e oggi Mandrella non sono vini pensati per completare una gamma. Sono il risultato di una curiosità alla quale sento il bisogno di dare una risposta. Spero di non perdere mai questa inquietudine. Perché il giorno in cui penserò di aver capito tutto sarà probabilmente il giorno in cui smetterò di farmi le domande giuste.
Oggi, poco più che trentenne, sei alla guida di una delle cantine che hanno contribuito a scrivere la storia del vino d’Abruzzo. Vivi questa responsabilità più come un’eredità da custodire o come una spinta a costruire un nuovo capitolo?
Giulia Cataldi Madonna – Non credo che un’eredità si custodisca mettendola sotto una teca. Credo si custodisca facendola vivere. Mio bisnonno è stato diverso da mio nonno. Mio nonno è stato diverso da mio padre. Io sono diversa da lui. Ed è giusto che sia così.
Quello che non cambia sono i principi: il rispetto per il territorio, l’onestà nel fare vino e la voglia di continuare a crescere. Il resto deve avere il coraggio di evolversi.
Per me la responsabilità non è conservare una storia. È aggiungere un capitolo che abbia senso.
Il modo migliore per rispettare chi mi ha preceduto non è imitarlo. È essere all’altezza della libertà che mi ha lasciato.
Ofena è conosciuta come il “Forno d’Abruzzo”, un territorio unico che ha contribuito a definire l’identità dei vostri vini. Quanto questo luogo continua ancora oggi a essere il vero protagonista di ogni bottiglia che firmate?
Giulia Cataldi Madonna – Ofena non è lo sfondo dei nostri vini. È uno degli ingredienti.
Il “Forno d’Abruzzo” racconta solo una parte della storia. Sì, qui il sole conta. Ma contano altrettanto le notti fresche e le forti escursioni termiche. È proprio questo equilibrio che dà ai vini tensione, energia e capacità di invecchiare. Mandrella lo racconta molto bene. Il Trebbiano viene spesso considerato un vitigno quasi neutro. Qui tira fuori carattere, struttura e una personalità che sorprende. Non perché lo facciamo noi, ma perché Ofena glielo permette.
Noi possiamo interpretare questo territorio, possiamo cercare di comprenderlo ogni giorno. Ma l’ultima parola, per fortuna, resta sempre a Ofena.
Cataldi Madonna è stata tra le aziende che hanno creduto, molto prima di altri, nel potenziale dei grandi vitigni autoctoni abruzzesi. Oggi qual è la sfida più importante per continuare a valorizzarli e raccontarli al mondo?
Giulia Cataldi Madonna – Noi abbiamo sempre creduto nei vitigni autoctoni e continuiamo a pensare che rappresentino la vera ricchezza dell’Abruzzo. Oggi la sfida non è più dimostrare il loro valore. La sfida è raccontarne la complessità. Per farlo dobbiamo avere il coraggio di vinificarli in purezza, sperimentare e mostrare tutte le sfumature che riescono a esprimere nei diversi territori e nelle diverse interpretazioni. Ho sempre pensato che il modo migliore per valorizzare un vitigno autoctono sia smettere di chiedergli di assomigliare a qualcos’altro. L’Abruzzo non deve cercare di assomigliare a nessuno. Ha già tutto quello che serve per essere riconoscibile. Ha solo bisogno di raccontarsi con maggiore convinzione.
Per Mandrella avete scelto un’opera di Franco Summa. Quanto è importante che un vino riesca a raccontare anche l’arte e la cultura del territorio da cui nasce?
Giulia Cataldi Madonna – L’arte, come il vino, è un modo di raccontare un territorio.
Per questo abbiamo scelto un’opera di Franco Summa. Da una parte c’è il Guerriero di Capestrano, che per noi è da sempre un simbolo identitario. Dall’altra c’è lo sguardo di Summa, capace di reinterpretarlo con un linguaggio completamente nuovo. È proprio quell’incontro ad avermi convinta che fosse l’opera giusta per Mandrella.
Mi ha colpito il fatto che fosse un’opera realizzata oltre cinquant’anni fa e che, già allora, fosse incredibilmente avanti. Oggi quei colori, quella forza e quel linguaggio sembrano ancora contemporanei. È lo stesso equilibrio che ho cercato in questo vino: profondamente legato alle proprie radici, ma capace di parlare il linguaggio del presente.
Dopo oltre un secolo di storia, Cataldi Madonna continua a evolversi. Qual è oggi il confine tra il rispetto della tradizione e il coraggio di innovare?
Giulia Cataldi Madonna – Il confine è semplice: non cambiano i valori. Cambia il modo di raccontarli. Credo che si possa innovare davvero solo quando si hanno radici profonde. La tradizione non è un freno, è il punto di partenza.
Ogni epoca porta con sé una sensibilità diversa, un modo diverso di stare a tavola, di bere vino e di viverlo. Se tutto questo cambia, anche noi abbiamo il dovere di ascoltare quel cambiamento. Non per inseguire le mode, ma per continuare a essere contemporanei.
Per me innovare significa proprio questo: trovare ogni giorno il modo migliore per raccontare questo territorio parlando il linguaggio del tempo in cui viviamo.
L’immobilità non è rispetto della tradizione. È il modo più veloce per perderla.
Se dovessi immaginare Cataldi Madonna tra dieci anni, quale vorresti fosse il contributo più importante della tua generazione alla storia di questa cantina e del vino abruzzese?
Giulia Cataldi Madonna – Vorrei che il contributo della mia generazione fosse quello di dimostrare che una storia importante non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Se tra dieci anni Cataldi Madonna sarà ancora un’azienda capace di farsi domande, di avere curiosità e di esplorare nuove strade senza perdere la propria identità, allora penserò di aver fatto bene il mio lavoro. E il mio sogno è che il mondo, pensando all’Abruzzo, pensi al Cerasuolo d’Abruzzo. Perché è il vino che più di ogni altro racconta la nostra identità. E le identità, quando sono autentiche, non hanno bisogno di imitare nessuno.
Mandrella nasce da un piccolo cru. Ma racconta molto di più.
Racconta un territorio che continua a sorprendere, una famiglia che da oltre un secolo contribuisce a scrivere la storia del vino abruzzese e una giovane produttrice che ha scelto di onorare quell’eredità senza limitarsi a custodirla.
Mentre la cantina si avvia a completare un’importante ristrutturazione, si ha la sensazione che tutto stia trovando il proprio posto: gli spazi, le idee e anche questo vino, destinato ad aprire un nuovo capitolo della storia di Cataldi Madonna.
L’augurio è che Mandrella trovi il tempo che merita, quello delle grandi bottiglie capaci di emozionare anche dopo molti anni. Che Giulia continui a coltivare quella curiosità che emerge in ogni sua risposta e che la nuova cantina diventi il luogo da cui partire per raccontare ancora una volta l’Abruzzo al mondo, con la stessa autenticità che questa famiglia porta nel vino da oltre un secolo.
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