di Angela Petroccione
Il Collio goriziano è una terra in cui l’identità si è costruita nella complessità. Per secoli queste colline hanno rappresentato un luogo dove lingue, culture e tradizioni diverse si sono incontrate, sovrapposte e trasformate seguendo il mutare dei confini e delle vicende politiche. La storia ha inciso profondamente sulla vita delle comunità, modellando un territorio che ancora oggi conserva i segni di questa continua stratificazione, una eterogeneità che trova corrispondenza anche nella natura dei luoghi.
Marko Primosic parte da qui. Prima del vino invita a guardare le colline. Il Collio, spiega, è un territorio piccolo, ma straordinariamente variegato. Basta spostarsi di pochi metri perché cambino esposizione, suolo e comportamento della vite. A Oslavia questa complessità è ancora più evidente. La ponca, con l’alternanza di marne e arenarie, e la Bora, che scende dalle Alpi, incontra il Monte Sabotino e si riversa su queste colline, rappresentano i due elementi che più di ogni altro ne definiscono il carattere.
«Ricordo perfettamente – racconta – che, quando ero ragazzino, Gino Veronelli mi disse una cosa che non ho più dimenticato: la diversità è ricchezza. Non cercate di omogeneizzarla, di ridurre tutto a un unico argomento. Poi, certo, raccontarla è più difficile.» È una frase che rimane sospesa per qualche istante, solo più tardi diventa evidente che non descrive soltanto il Collio ma anche la storia della famiglia Primosic. Oggi l’azienda è guidata da Marko e dal fratello Boris con 32 ettari in conduzione e una produzione di 210 mila bottiglie. La generazione successiva ha iniziato ad affacciarsi al lavoro in cantina, mentre il padre Silvan con i suoi 84 anni continua a rappresentarne la memoria. È una presenza discreta, ma costante e più che custodire il passato collega epoche diverse. La storia della famiglia affonda le radici nell’agricoltura di queste colline. Per molti anni il vino non è l’unica fonte di reddito, accanto ai vigneti ci sono i ciliegi, gli ortaggi, le coltivazioni che caratterizzano l’economia rurale del Collio. La viticoltura è parte di un equilibrio più ampio, non ancora una specializzazione esclusiva. Le prime bottiglie destinate alla vendita risalgono alla vendemmia del 1956, non esiste ancora un’azienda vitivinicola nel senso moderno del termine, il vino viene consegnato alle osterie in cassette di legno da ventiquattro, per poi ritirare i vuoti e riutilizzarli. Il passaggio decisivo arriva nel 1964. Mentre il Collio inizia a costruire la propria identità attraverso il neonato Consorzio di tutela, anche Primosic compie un cambiamento destinato a segnare la propria storia: compare la prima bottiglia etichettata. È il momento in cui il vino si spoglia dall’anonimato e inizia a portare il nome della famiglia.
C’è un particolare che Marko racconta con particolare affetto: quella prima etichetta non nasce nello studio di un grafico, a disegnarla è sua madre. Un gesto semplice, quasi domestico, che finisce per accompagnare l’identità dell’azienda negli anni successivi. Sono anche gli anni in cui cambia il linguaggio del vino, Silvan appartiene a una generazione che sperimenta senza avere modelli consolidati da seguire, introduce le vasche in cemento, abbandona progressivamente le pratiche tradizionali per la vinificazione dei bianchi e aderisce a quella che, allora, rappresenta la nuova enologia.
È la prima delle grandi stagioni che, secondo Marko, hanno attraversato il Collio. Ed è proprio da questa osservazione che il racconto cambia prospettiva. «Ogni epoca», dice, «produce il vino che è in grado di produrre.» Quella frase non serve a spiegare soltanto l’evoluzione della sua cantina, diventa una chiave di lettura per comprendere l’intera storia del Collio. Quella storia, per Marko Primosic, si può leggere attraverso tre grandi stagioni. La prima coincide con gli anni Sessanta e Settanta, quando il Collio costruisce la propria reputazione come terra dei grandi vini bianchi italiani. È la stagione dei vini varietali, vinificati senza macerazione, pensati per esprimere con precisione il carattere del vitigno attraverso fermentazioni pulite e una particolare attenzione agli aromi primari. Poi il paesaggio comincia a cambiare: non cambia soltanto il gusto del consumatore, cambia il modo stesso di guardare il vigneto. Gli anni Settanta coincidono con l’ingresso della meccanizzazione: alcuni versanti vengono sbancati, si progettano impianti a bassa densità e filari pensati per il passaggio dei trattori di pianura. «È stato uno degli errori più grandi che abbiamo commesso», osserva Marko. «Fortunatamente non ha interessato tutto il territorio, ma quella è stata una stagione dalla quale abbiamo imparato molto.» La consapevolezza arriva negli anni successivi. Il Collio realizza progressivamente che la propria forza non consiste nel trasformarsi in qualcos’altro, ma nel comprendere meglio sé stesso. Il vigneto torna a occupare il centro della riflessione e, insieme a lui, cresce l’attenzione verso il lavoro agronomico, la scelta delle parcelle, la selezione delle varietà e del materiale vegetale. «Oggi», sintetizza Marko, «c’è una consapevolezza del territorio che prima non avevamo.» Questa nuova sensibilità coincide anche con una diversa idea di tempo. «Quando impianti un vigneto», osserva, «sai che dovrai aspettare quindici anni prima che quella vigna esprima davvero il suo potenziale.» La qualità, quindi, non può essere costruita nell’arco di una vendemmia. Richiede una visione lunga, capace di misurarsi con un orizzonte che supera il presente. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta il Collio apre un’altra fase della propria evoluzione. «In quegli anni», racconta Marko, «dicevamo: dobbiamo fare come in Borgogna.»
Più che un’imitazione, è la ricerca di un modello culturale. Se fino a quel momento il centro della riflessione era stato il vitigno, adesso l’attenzione si sposta verso vini capaci di affrontare il tempo. Entrano il legno, la barrique e una nuova idea di maturazione. Anche questa stagione, però, porta con sé alcuni equivoci. Il modello borgognone viene talvolta interpretato attraverso impianti ad altissima densità, progettati per condizioni pedoclimatiche molto diverse da quelle del Collio. Ancora una volta l’esperienza insegna che nessuna soluzione può essere trasferita automaticamente da un territorio all’altro. «Gli errori li abbiamo fatti tutti», dice Marko con grande naturalezza. «L’importante è aver imparato da ognuno di essi.» È una frase che sembra dialogare con un ricordo di Silvan. «Dopo tanti sbagli, qualcosa rimane.»
Padre e figlio appartengono a generazioni diverse, ma arrivano alla stessa conclusione: la conoscenza non nasce dall’applicazione di un modello, nasce dall’esperienza, dagli errori e dalla capacità di trasformarli in consapevolezza.
Ed è proprio quando quella consapevolezza sembra ormai consolidata che un evento inatteso costringe il Collio a cambiare ancora una volta direzione. Nel 1996 una grandinata devastante colpisce Oslavia interrompendo un percorso che sembrava ormai definito. Gran parte del raccolto va perduta e il lavoro di un’intera stagione viene cancellato in poche ore.
«Per noi è stato come un piccolo Covid locale», racconta Marko.
È una pausa forzata che costringe molti produttori a fermarsi e a interrogarsi sulla direzione intrapresa fino a quel momento. Proprio in quegli anni Carlo Petrini accompagna Josko Gravner in Georgia, dove scopre la tradizione delle qvevri. Per Oslavia si apre la terza stagione destinata a
cambiare profondamente il modo di interpretare la Ribolla Gialla.
Marko, però, invita a leggere quella vicenda da una prospettiva diversa. «L’anfora è solo un pezzo della storia.» Il punto, nella sua lettura, è un altro: «Quando non sai dove andare, guardi cosa facevano i nonni. Succede nella cucina, nell’architettura, in tanti mestieri. Non torni indietro per nostalgia. Lo fai per capire se c’è qualcosa che vale ancora.» È probabilmente la frase che meglio sintetizza il suo modo di intendere la tradizione. «La tradizione cos’è? Innovazione continua.» La riscoperta della Ribolla Gialla nasce da qui. Non dalla volontà di aderire a una nuova corrente, ma dal desiderio di rileggere un patrimonio che apparteneva da sempre a queste colline. Le prime prove di macerazione procedono senza modelli precostituiti, si osserva il vino giorno dopo giorno, si assaggia, si corregge il percorso vendemmia dopo vendemmia. Poi, con il tempo, i vini macerati diventano un fenomeno internazionale e, come spesso accade, la ricerca rischia di trasformarsi in una tendenza. «A un certo punto si è iniziato anche a cavalcare questa moda», osserva Marko. Le macerazioni si allungano, la durata diventa quasi un valore in sé. Ma, per Primosic, la questione è un’altra. «Una fermentazione sulle bucce è una lavorazione. Ma come si fa a raccontare tutto quello che succede prima, nel vigneto?» È lì che, secondo lui, si costruisce davvero la qualità. La buccia non acquista valore perché resta a lungo a contatto con il mosto. Deve arrivare in cantina già ricca di quel patrimonio che nasce dal lavoro in campagna, dalla gestione della pianta, dalla conoscenza delle parcelle, dalla maturazione dell’uva. La macerazione, in questa prospettiva, non crea la qualità, la rende visibile.
Anche per questo Marko riconosce al movimento dei “vini naturali” il merito di aver riportato l’attenzione sul vigneto, pur prendendo le distanze dalle contrapposizioni che hanno finito per dividere il dibattito. «Il consumatore si è ritrovato diviso in due tifoserie», osserva. Per lui la scelta non è mai tra naturale e convenzionale, tra acciaio e legno, tra macerazione e fermentazione tradizionale. La domanda è sempre la stessa: quale strumento permette a quel vino di esprimere meglio il territorio? È a questo punto che il racconto torna alla famiglia Primosic. «Se oggi una cantina nasce nel Collio», osserva Marko, «probabilmente il primo vino che produce è un vino macerato.»
La sua storia, però, segue un’altra traiettoria. «Se fosse mio padre a raccontare la nostra azienda, parlerebbe dei vini convenzionali, dell’acciaio e del cemento. Se fosse mio figlio Nicola, parlerebbe quasi soltanto di macerazioni. Io e mio fratello siamo quelli della barrique.» Sorride. «Siamo l’anello di congiunzione.» È una battuta, ma racchiude il senso della visita. Le bottiglie che oggi escono dalla cantina Primosic non appartengono tutte allo stesso linguaggio perché non appartengono tutte allo stesso tempo. I vini varietali continuano a raccontare la stagione inaugurata da Silvan. Lo Chardonnay conserva la memoria degli anni in cui il Collio guardava alla Borgogna. La Ribolla macerata nasce dalla ricerca avviata dopo il 1996.
Poi c’è il Klin, il Collio Bianco che, più di ogni altro, sembra raccogliere tutte queste esperienze. «Mi piace paragonarlo a un concerto di musica classica», dice Marko. «Quando ascolti un’orchestra non ti chiedi quanti violini ci siano o quale strumento produca una determinata sfumatura. Ti lasci coinvolgere dall’insieme.» È lo stesso approccio che propone davanti al bicchiere. Le varietà restano importanti, ma smettono di occupare il centro della scena. «L’impronta la danno il clima e la terra.» Il reportage potrebbe chiudersi qui. Marko, invece, aggiunge un’ultima riflessione. «Noi abbiamo in dote tutte queste epoche.» Fa una pausa. «Perché nessuna è sbagliata.» Ci regala così la chiave per comprendere non soltanto la storia della famiglia Primosic, ma anche quella del Collio. Ogni stagione ha lasciato un’eredità, ogni cambiamento ha aggiunto una conoscenza. In questa cantina non convivono semplicemente vini diversi. Convivono tempi diversi, ancora capaci di dialogare tra loro.
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