Napoli, Porta Capuana “E’ pronto ‘o ‘mmangià”. La famiglia di Mattia Grossi, “‘O Luciano”, una tradizione centenaria: disordinato Tour low cost, tra porte, mura, osterie e voci ambulanti

Via Cesare Rosaroll 65
Tel. 081.0098834 – 339.3571092
Aperto a pranzo e cena h.10,00 – 23,00 non stop
Chiuso: lunedì
Ferie: 10 gg. In agosto
Bancomat, carte credito: no

di Giulia Cannada Bartoli

Ci troviamo nel cuore degli splendori della Napoli Aragonese. Nel 1484, Alfonso d’Aragona, (lo stesso al quale si attribuisce l’arrivo del vitigno catalanesca alle pendici del Monte Somma intorno al 1450)  diede il via ad una serie di opere di risistemazione della cinta muraria della città.
Si trattò di interventi maestosi di risistemazione e rinforzo, tanto che oggi possiamo ancora ammirare Porta del Carmine, Porta Capuana, Porta Nolana e l’imponente Maschio Angioino. Costruita nel 1484 su disegno di Giuliano da Maiano e giudicata una delle più belle del Rinascimento, Porta Capuana si erge solennemente tra due grandi torri cilindriche, Onore e Virtù. Attraverso un percorso tra Porte, mura e chiese tra le più belle di Napoli, arriveremo alla meta low cost proprio in Porta Capuana, accompagnati dalle “voci” antiche degli ambulanti.

Porta Capuana, nella nuova murazione è quella immediatamente successiva a Porta Nolana,

dove si trova il famoso mercato popolare denominato “‘ncopp’e ‘mmura”. Nel 1488, quattro anni dopo l’inizio dei lavori, Porta Capuana fu posizionata dove si trova oggi, in Piazza San Francesco, di fronte alla sede della vecchia Pretura di Napoli, oggi abbandonata.

La murazione Aragonese si concluse con il collegamento delle mura, dall’attuale via Foria, angolo via Rosaroll, alla Porta San Gennaro, la più antica porta della città di Napoli e unico punto di accesso per chi proveniva dalla parte settentrionale della città. Nel 1573,  la porta fu spostata nell’attuale collocazione, in via Foria, di fronte a piazza Cavour, inglobata nel complesso edilizio costruitole intorno. La nicchia con il quadro della Vergine, sotto la porta, è un ex-voto del 1887 per lo scampato colera del 1884.

Alle spalle di Porta Capuana, in Piazza Enrico de Nicola, sorge il magnifico Castel Capuano, ex sede del Tribunale di Napoli.

La storia e la vita degli abitanti del cuore di Napoli, sia, per ragioni di dominazioni, quindi anche di influenze culturali, sia per l’indole e la filosofia di vita proprie del napoletano verace, hanno sempre avuto anima e sembianze marcatamente teatrali. Esattamente gli aspetti che il Teatro del Grande Eduardo, figlio naturale di Scarpetta, ha portato alla ribalta sulle scene in tutto il mondo.

Eduardo è nato a Napoli, e, dopo Pirandello, dal quale ha tratto sicuramente ispirazione, può essere senza dubbio, definito il più grande autore e commediografo italiano del novecento, attore – autore, ragionatore, filosofo, poeta e maestro di vita.

Eduardo nasce nel quartiere Chiaia nel 1900. A soli quattro anni è condotto per la prima volta su un palcoscenico. La  sua vita privata , frenetica e confusa nel periodo pre-bellico, trovò invece pace e serenità negli anni della vecchiaia. Tre sono state le donne importanti e straordinarie nella sua vita: Dorothy Pennington (una giovane e colta americana che sposò nel 1928, Thea Prandi (madre dei suoi figli Luisa e Luca, sposata il 2 gennaio 1956) e, infine, Isabella Quarantotti, scrittrice e sceneggiatrice che sposò nel 1977. Isabella, dopo la morte di Eduardo, pubblicò nel 2001 Si cucine cumme vogli’i , ambientato per lo più nell’Isolotto Isca, situato in costiera amalfitana, tra l’aia di Nerano e gli scogli de ‘Li Galli’, dove Eduardo aveva acquistato una magnifica villa. Una sorta di buen retiro dove, con Isabella e gli amici condivideva la sua filosofia in cucina, una bellissima fusione tra lezioni di vita e cucina povera, fatta di parsimonia, ingegno, fantasia e creatività, con ricette e prodotti sempre freschi di giornata.

Trovandoci in zona, in omaggio ad Eduardo, facciamo una tappa in Via Nuova Teatro San Ferdinando, nelle vicinanze di Via Foria, a pochi passi da Porta Capuana. Qui c’è un luogo simbolo della napoletanità: il Teatro San Ferdinando, costruito alla fine del Settecento, venne inaugurato con l’opera di Domenico Cimarosa Il falegname. Il 3 settembre 1943 le bombe americane e tedesche lo rasero al suolo quasi completamente: restò in piedi solo parte del palcoscenico. Nel 1948, su quello che un giorno era stato un gran teatro, risuonavano i passi lenti e pesanti di un uomo che, con tristezza, girovagava tra le macerie e che, dopo una lunga riflessione, decise che non poteva finire così. Quell’uomo si chiamava Eduardo De Filippo. Il San Ferdinando fu inaugurato il 22 gennaio 1954 con l’opera Palummella zompa e vola. Eduardo cercò di salvaguardare la facciata settecentesca, realizzando all’interno un teatro tecnicamente all’avanguardia per farne una “casa” per l’attore e per il pubblico. De Filippo muore a Roma nel 1984, in suo onore, l’indirizzo del teatro San Ferdinando è stato modificato in Piazza Eduardo De Filippo n. 20.

Dunque, il nostro itinerario sulle tracce dei sapori partenopei appartenenti alla cucina popolare, unito alla ricerca di locali storici di città, dove mangiare con pochi euro, magari riscoprendo pure antiche tradizioni andate perdute, continua… tranquilli! Non manca molto, si deve fare ora di pranzo, no?

Proprio alle spalle di Porta Capuana, vicino Piazza Enrico De Nicola, si trova la chiesa di Santa Caterina a Formiello, una delle chiese monumentali di Napoli, detta a formiello (dal latino ad formis, “presso i condotti; presso i canali”), in quanto nei suoi pressi penetrava in città l’antico acquedotto della Bolla – Carmignano.

Da Piazza Enrico de Nicola, in direzione via Cesare Rosaroll, incrociamo Via San Giovanni a Carbonara, dove si trova l’omonima chiesa. San Giovanni a Carbonara, di epoca trecentesca, fu chiamata così poiché era destinata in epoca medievale a luogo di scarico dei rifiuti inceneriti.

Ci siamo quasi, pochi minuti e in teoria, arriveremmo a Porta Capuana, ma, ci tocca una fermata obbligatoria: il Borgo di Sant’Antonio Abate, per i napoletani ‘o buvero.

Da Via S. Giovanni a Carbonara in un centinaio di metri, siamo nuovamente su Via Cesare Rosaroll, dopo mezzo chilometro ci troviamo davanti ad un indefinito palco di varia umanità, è via Sant’Antonio Abate, che collega Porta Capuana a Piazza Carlo III. Lungo la via troviamo la Chiesa di Tutti I Santi, realizzata nel XV secolo, grazie alle elemosine del popolo.

Al “buvero” succede e si trova di tutto. Le voci degli ambulanti napoletani, anche se miste a quelle dei venditori magrebini e di altre etnie, sono un lontano ricordo, solo qualcuna sopravvive: “ tengo ‘e cumpagne voste, ’ cucuzziell, a’ capa ro purpoooo, ’o spassatiempo, ‘a scarola riccia, ‘e puparuole e aulive, ‘e  pallune allesse, ‘e friarielli ra Vollaaa …comunque, la vera risorsa napoletana di questa particolare forma espressiva della “voce” è proprio l’ambulante, perché, la precarietà della sua condizione ne fa un soggetto allo sbaraglio, che deve “catturare” i compratori, con la forza e la magia della propria “voce”. Oggi, ahimè,  non ha più vita facile , deve vedersela con le nuove tecnologie, altro che voci…

I napoletani si affezionano alle “voci”,  i venditori ambulanti passano ad uno ad uno e si riconoscono dalla voce, dalla cadenza:  una scala di note, un canonico repertorio di motivi, di voci strane, monche, ritmate, che, qui,  preannunciano l’inizio della giornata.  Oggi il borgo è un vicolo largo circa 5 metri e lungo circa un chilometro, sempre stracolmo di gente, dove si tiene ogni giorno un grande mercato all’aperto, con i prezzi più bassi (penso) della città, ma, non per questo con la merce più scadente, anzi. Ci si trova davvero di tutto, la contrattazione sul prezzo è una cosa usuale e attesa dai venditori: frutta, verdura, carne, pesce, pane, taralli, pizze fritte da consumare calde, salumi, latticini, legumi, baccalà, trippa (‘o pere ‘e musso), un misto di profumi unico al mondo.  Il Borgo è fortemente legato al culto di Sant’Antonio Abate da cui prende nome.

Il 17 Gennaio ricorre la festa del Santo, grandi fuochi vengono accesi al calar del sole nei quartieri popolari delle città; e così, intorno ai “fucarazzi”, comincia il ciclo carnevalesco, che si estingue soltanto tra la fine di Febbraio e l’inizio di Marzo. I  festeggiamenti avvenivano soprattutto nella zona intorno al borgo di Sant’Antonio Abate.
Il 17 Gennaio, dalle prime luci dell’alba, in concomitanza della prima celebrazione, si assisteva ad una sorta di processione di persone intenzionate a far benedire se stesse e gli animali: cavalli da traino, somari, pecore, animali domestici e da cortile, conigli, cani, gatti, galline.  Il momento più suggestivo della festa era la sera. Le bancarelle si cimentavano nella vendita dei taralli, una sorta di ciambella di diversi gusti e dimensioni: grandi come una graffa, morbidi e più piccoli, duri, “nasprati” bianchi o al cioccolato.  Quelli più richiesti erano i bianchi, che uniti da un cordoncino formavano collane da mettere al collo degli animali prima della benedizione.

In serata, dopo la celebrazione eucaristica, la statua d’oro di Sant’Antonio Abate, proveniente direttamente dal Duomo di Napoli, veniva fatta uscire dalla chiesa di Via Foria e portata in processione lungo le strade del quartiere. Al passaggio del simulacro, al grido di “menate, menate”, lanciato dalla moltitudine dei bambini, da ogni finestra venivano calati, nei canestri legati alle funi, tutti gli oggetti di legno che in casa non servivano più: mobili vecchi, sedie impagliate, tavoli in disuso e alberi di Natale ormai secchi . Nel frattempo, con quei materiali, nel quartiere Carlo III, si preparava una vampa di fuoco, detta ” ‘o cippo’” oppure ” ‘o fucarazzo.

Il falò, che rappresenta Carnevale, impagliato, vestito con un abito scuro, con un cappello in testa, la pipa sostituita a volte da una carota, era posto su un pezzo di legno (in genere l’anta di legno di un vecchio armadio) e in processione era pianto da tutti quelli che seguivano il feretro e, a gran voce, si gridava: “È muorto Carnevale”. Carnevale, poi, adagiato sulla pila di legna, veniva dato alle fiamme. Allora calava un gran silenzio, la zona s’illuminava, le fiamme facevano ombre sui muri dell’Orto Botanico e di palazzo Fuga. Si sentiva solo lo scoppiettio della legna che bruciava: tutti erano in silenzio ad osservare quel fuoco che cresceva, che riscaldava, in attesa del momento fatidico: lo scoppiettio dei petardi di cui era stato imbottito Carnevale. Solo allora la gente urlava dalla sorpresa e in quel momento la chiesa chiudeva e la gente tornava a casa. Intorno al falò rimanevano solo poche persone anziane in attesa che il fuoco smettesse di bruciare e offrisse loro legna calda per riscaldarsi e cenere per benedire la casa. Oggi le celebrazioni sono rare e sotto tono, si può tuttavia, avere la fortuna di assistere a riti ancora veri e sentiti, come nella zona alta di Pozzuoli, sulla collina di Cigliano, dove ogni anno viene allestito uno spettacolare fantoccio da incendiare.

Esaurite le storie del “Buvero”, si è fatta  finalmente ora di pranzo, attraversiamo dunque Piazza San Francesco e lungo la parte bassa di Via Cesare Rosaroll, sulla sinistra al n. 65, troviamo l’osteria della famiglia Grossi, meta low cost, ma, soprattutto voce narrante della storia delle tradizioni veraci della mia città.

Sapete, anche a Napoli può fare davvero freddo, soprattutto se spira tramontana. Mentre tanti anni fa, Annarella ‘a Tavernara vendeva per strada anche il soffritto,

oggi ci è rimasto, se pur difficile da reperire, “’o broro ‘e purpo”, un toccasana naturale contro le intemperie. Provate a cercarlo presso gli acquafrescai della zona, “sottobanco”, (grazie alle norme HACCP), bolle un gran pentolone con acqua abbondante, un grosso polipo, sale e peperoncino, il prezzo è minimo e con una piccola aggiunta vi regalano pure la tazza.

Qualcuno però non ci sta, ok per le regole sanitarie, ma, “’o broro ‘e purp”non può scomparire. Parlo di Mattia Grossi, nipote di quel Mattia Grossi del dopo guerra detto “ ‘O Luciano ‘e Porta Capuana”, di suo figlio Luigi, e delle ultime due generazioni, Mattia figlio di Luigi e suo figlio, con lo stesso nome del nonno, appunto Luigi, oggi studente all’alberghiero e apprendista dietro papà Mattia. Insomma per farvela breve,  scusate la confusione, quattro generazioni di osti e purpaiuoli. Con loro, mamma Titta, cuoca in casa e in trattoria.

Quando sono entrata ho pensato alla semplice osteria, magari ex mescita di vino, con cucina di mare e di terra. Mi guardo intorno e capisco che qui c’è qualcosa di diverso, al muro ci sono tante foto di banchi ambulanti di pescivendoli e purpaiuoli.

Mattia junior comincia il racconto. Questo locale è stato per decenni una trattoria conosciuta in tutta Napoli “Corrado”, un omone dal quale si mangiava la migliore zuppa di cozze di Napoli e, naturalmente, ‘o broro ‘e purpo. All’inizio degli anni ‘90 Corrado chiude, le origini si perdono, passando attraverso diverse gestioni, fino alla metà del 2010, quando Mattia Grossi, nato e cresciuto in zona decide di portare avanti la tradizione di famiglia di “pisciavinnuli’, purpaiuoli e acquafrescai”, aprendo una vera e propria trattoria, dove “broro ‘e purpo”, “purpo alless’ co’ ‘o ‘rruss” (polpo bollito condito con olio piccante), “pignatiello alla luciana” e zuppa di cozze fossero protagonisti del locale, insieme alla più tradizionale cucina napoletana.

A metà del 2010, Titta, la moglie di Mattia, da brava cuoca di famiglia, si è ritrovata “ostessa” ai fornelli della trattoria. Insieme a lei e Mattia, naturalmente dopo la scuola, il figlio più grande Luigi, stessi occhi da scugnizzo del padre e tanta voglia di crescere e di imparare.

Il locale è davvero carino, semplice e solare. Tutto in legno, giallo per tovaglie di carta e tende, tante foto, acquerelli con scene di pescatori, vecchie bottiglie di vino, ereditate dalle precedenti gestioni, in mostra sugli scaffali e, ovunque, “cuorni” porta fortuna.

In tutto una decina di tavoli, in fondo, la cucina con divieto d’ingresso, norme HACCP in bella vista ed il banco dei contorni. Titta è in divisa con tanto di cappello bianco. Le ricette sono quelle di sempre, c’è un menù del giorno di base, poi è tutto espresso, nel vero senso della parola, ovvero, se il cliente chiede salsicce alla brace, Mattia va dal macellaio a comprarle, se pasta e patate non è nel menù del giorno, Titta è pronta a prepararla, sempre che il cliente abbia tempo, altrimenti ci si attiene al nome della trattoria…” è pronto ‘o mmangià” ( è pronto il pranzo, il piatto è in tavola). Le materie prime sono di prima qualità, mi dice Titta – io cucino le stesse cose, nello stesso modo come se lo facessi per i miei figli-Ecco allora i migliori salumi e formaggi di un amico artigiano a Villaricca,

provola e fiordilatte dal mercato di Porta Nolana, il pane dal forno a legna di un amico in zona, la pasta di Gragnano, le freselle per zuppa di cozze sono quelle del “fresellaro”, la frutta e la verdura dal teatro, oops, mercato, del “Buvero”, il vino sfuso da uno dei più affidabili rivenditori di città. L’acqua minerale, piuttosto che nella triste bottiglia di plastica, viene servita in caraffe di vetro.

Come in  tutte le trattorie napoletane, il servizio d’asporto del cucinato è un must. Le telefonate arrivano dagli uffici, da Castel Capuano e persino…dagli ambulanti “int’ ‘o buvero”, come “l’acquaiuolo e il baccalaiuolo”. L’asporto include anche la “marenna” con il cucinato, ovvero un bel pezzo di pane farcito a richiesta, con salsicce e friarielli, polpette, provola, etc. Luigi junior, casco in testa, arriva in pochi minuti a destinazione. Passiamo ai piatti, naturalmente si comincia dal “broro ‘e purpo” e dalla zuppa ‘e cozze”.

In una grossa pentola che fuma in continuazione, si fanno cuocere in abbondante acqua, i polpi più grossi, qualche cucchiaio di olio d’oliva, abbondante peperoncino e sale. Il brodo si beve sorseggiandolo da un bicchierino nel quale è contenuta anche una “ranfetella” (tentacolo) del polpo, oppure versandolo su un tozzo di pane raffermo. Corrado, mi racconta Mattia, faceva una cosa speciale: prendeva un “cozzetto” di pane cafone, toglieva tutta la mollica, metteva dentro le “ranfetelle” di ‘purpo e ‘o broro” bollente e ritappava con la mollica, che profumo, la settima meraviglia del mondo e nell’aria si sentiva la voce che molti napoletani sanno a memoria:

Ve’ faccio vever’ o’ broro
r’e purpertielle’ verace
chine e’ pepe

La vera zuppa di cozze, senza presunzione, continua Mattia, si mangia qua e in pochissimi altri posti a Napoli. La ricetta: cozze solo nostrane di stagione, fresella, polpo, olio piccante (‘o ‘rruss) e “maruzze” (lumache) di terra che si acquistano ovviamente al “buvero”. Le maruzze sono diverse a seconda delle stagioni e si servono a parte con l’olio piccante. La proverbiale ironia napoletana ha coniato nel tempo diversi proverbi con l’uso della parola maruzza: “Tenghe ‘e maruzzielle d’ ‘a festa, ca so’ meglie d’ ‘e cunfiette”( ho le lumachine della festa, che sono meglio dei confetti). Come significato traslato, “‘A Maruzza “ è sinonimo di vigliaccheria, ed anche di meraviglia e di un senso di paura fuori luogo, come nel detto : “Me pare Pulecenella spaventate d’ ‘e maruzze”, (SembraPulcinella spaventato nel vedere le lumache) quando sta ad indicare un marito fatto becco dalla moglie si dice: “Tene cchiù corna ‘e ‘nu cato ‘e maruzze” ( ha più corna di un secchio di maruzze). Riepilogando, ecco il menù di Titta e Mattia: antipasti di mare come sopra, oltre a frutti di mare cotti e crudi. Piatto misto di prosciutto crudo, pancetta tesa e provola. Ancora bruschette, zeppoline di mare con alghe vere e impasto di Titta. I primi di mare sono quelli tradizionali, spaghetti a vongole, ai frutti di mare e allo scoglio. I primi piatti quotidiani ci sono tutti. Pasta e cavoli, le paste con i legumi, pasta e zucca, pasta e patate con la provola, pasta al pomodoro, all’arrabbiata, o, alla puttanesca e poi quelli di lusso, genovese, ragù e bolognese.

I secondi di pesce dipendono da nonno Luigi e dal pescato del giorno: calamari, gamberoni, saraghi, orate, spigole, frittura di paranza e alici. Anche la carne segue la tradizione, allora, polpette fritte e al ragù, salsicce, cotolette, bistecca alla griglia, scaloppine al vino o, al limone.

Oppure, provola, mozzarella, fiordilatte e una discreta scelta di formaggi. Per i contorni c’è solo da scegliere tra le tante fresche verdure del Borgo. Friarielli, peperoni, melanzane, carciofi, carote, zucchine, funghi, patate solo al forno, e insalate miste o di pomodori. I dolci sono fatti da Titta: caprese, pastiera e babà. La frutta arriva fresca, fresca dal mercato. Si respira un’aria serena d’altri tempi da Titta e Mattia: “ simm’ cresciute ‘mmiez ‘a via” mi dice Titta, la gente la sappiamo riconoscere e sappiamo averci a che fare.” Soprattutto, aggiungo io, questi “sposini” da più di vent’anni, si divertono, sono uniti in un progetto comune che coinvolge anche i figli: conservare la sana e tradizionale cucina napoletana, senza grilli per la testa: l’insegna fuori del locale recita” ‘da noi è semp’ pront ‘o ‘mmangià”.

Il conto batte tutti i record del low cost: primo, secondo, contorno e vino della casa…€ 6,00, se aggiungiamo antipasto, secondo di pesce e dessert arriviamo a 12 euro. La colazione da asporto costa 3,00 euro. Acqua minerale, pane e coperto non si pagano.

Sono gratis anche i racconti di Mattia, i ricordi di quando, da bambino, andava al doposcuola nella torre e riusciva a vedere dalla finestra il chiosco di papà Luigi che raggiungeva subito dopo, spesso fino a tarda notte, quando, d’inverno, “s’appicciava ‘a lampa, pe’ se scarfà”. Oppure quando la mattina andando a scuola da dove abitava, “mmiez ‘O San Ferdinando”, diretto a Vico Lepri nella zona dei Ventaglieri, da un balcone un signore, fumando una sigaretta, gli diceva: “uagliù, jate a scola, nun facite tarde, dovete andare a scuola”. Quel signore era Eduardo de Filippo, affacciato al terrazzo della sua casa – teatro.

N.b. La ricerca del mangiare low cost a Napoli spesso coincide con racconti di una città che sta scomparendo. Passaggi e ricordi che possono sembrare idilliaci sono, invece, profondamente consapevoli del marcio che si consuma in strade e vicoli, ma, non sempre è bene piangersi addosso ed esaltare i lati negativi…altrimenti dovremmo ascoltare Eduardo: fuitevenne ‘a Napule”. Noi non scappiamo, vogliamo bene a questa città, nonostante tutto.


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